Recensioni

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Non si sentiva parlare di Vitalic dal 2012, anno in cui il suo Rave Age, tra bombe electro e tamarrate nu rave, aveva lanciato – come notavamo in sede di recensione – una sfida alla generazione EDM di Skrillex, Diplo e co. con un sound maschio e proteico. Lontano da quelle dimensioni, scese le quotazioni internazionali di quella scena (ormai piuttosto stecchita), il producer parigino torna alla ribalta in questo inizio di anno con un album ispirato – come dichiara la stessa nota stampa – agli anni ’70 di Moroder, Cerrone, Spacer, Gino Soccio ecc. Un ritorno che si accoda dichiaratamente all’onda lunga di Random Access Memories e dunque ai recenti lavori di compatrioti come M83, Cassius e soprattutto Justice, una materia che il Nostro conosce bene e su cui ha già messo sapientemente le mani nell’ottimo Ok Flashmob del 2009. In verità dentro a questo Voyager c’è un po’ tutto il suo stile: dalle virate electro-rock dell’acclamato esordio agli episodi synthpop 80s del citato Rave Age, un album in sostanza che vuol farci capire chi è Vitalic nel 2017, che si risolve in un compitino ben fatto (la tecnica non manca) ma non esaltante. 

Progressioni moroderiane e sprazzi cosmici aprono l’album con El Viage, chitarrine funky sintetizzate dominano l’electro-dance di una Levitation che sa tanto di Chemical Brothers e non si fa mancare voci robotiche e vocalizzi 70s. E ancora ritmi, drop e pulsioni electro-house caratterizzano Lightspeed, con le tastiere che citano Funkytown, mentre in Nozomi i synth fanno venire in mente A New Error dei Moderat in versione più luccicante. Questi gli episodi più derivativi di una scaletta che risulta più interessante, pur non staccandosi dalla riproposizione di modelli noti, sul versante synthpop. Troviamo inoltre declinazioni disco (Use It Or Lose It), flirt new-wave (vocalità a là Depeche Mode nella riuscita e catchy Waiting For The Stars), e un momento di struggente malinconia retrò (l’omaggio a Carpenter con la bella voce femminile che guida Don’t Leave Me Now).

Lo ribadiamo, gli spunti e l’esperienza non sono mancati a Vitalic, ma qui si rischia davvero poco e il disco offre un prodotto ascoltato fin troppe volte.

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