• Set
    23
    2016

Album

Rough Trade

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Quando, in tempi non sospetti, gli occhi del New Musical Express raffigurarono un piano di (ri)nata new wave, dipingendo minuziosamente le differenze fra l’ala a stelle e strisce e quella britannica, non molti avevano previsto che, a pochi anni di distanza, l’onda si sarebbe estinta lasciando il posto alle singole band, alcune delle quali si sono rivelate vere gemme del panorama del genere contemporaneo. Il tutto è reso ancora più interessante se si pensa a quelle Warpaint che all’epoca (2009) avevano all’attivo solo un singolo (Elephant) e qualche live. Da allora la band californiana è passata da un debutto psichedelico e disordinato (The Fool) a Nigel Godrich e alla fascinazione per beat più elettronici, fino a questo Heads Up che, nelle parole di Jenny Lee Lindberg, rappresenta l’album della maturità. La maturità qui, però, non è sinonimo di sterile ripetizione o di piccole modifiche a una macchina già abbastanza oliata, ma – parafrasando le parole di Emily Kokal – del tentativo di rispecchiare l’esperienza potente (e anche molto danzereccia) del live in un disco da studio. Impresa, a parole, veramente ardua, e che forse è stata resa più affrontabile da un periodo in cui le quattro (in particolare jennylee) hanno lavorato ai propri progetti solisti.

Heads Up è forse l’album più completo delle Warpaint. Dentro c’è una raccolta onesta di tutta l’esperienza delle quattro di Los Angeles. C’è l’essenza dell’art-rock in versione slow jam, c’è la voglia di far collidere lo psichedelico (nella forma originaria della band) con l’elettronico, ma soprattutto, questi ultimi due con il pop. È infatti impossibile pensare alle Warpaint (dall’era Mozgawa in poi) senza il pop. La conferma è tutta in New Song, primo singolo e decisamente il loro brano più catchy e poppy di sempre. Molto più Grimes che Cocteau Twins, New Song funziona, e funziona tanto da far fatica a toglierselo dalle orecchie. A sentire solo il singolo si potrebbe pensare a una svolta dance/art/pop completa, e invece Heads Up è un ottimo disco proprio perché mescola e ripesca stili che le Warpaint avevano solo toccato fino ad ora. Whiteout è un’apertura in chiaro stile Warpaint, con le linee di basso e di chitarra intessute alla perfezione nel telaio di beat profondi. By Your Said, sulla stessa linea della precedente, è un tripudio di vocal loop, synth impazziti e chitarre minimali: come un incrocio fra The XX e The Cure.

Il terzo album delle Warpaint è, come ci hanno già abituato le quattro ragazze, un album incredibilmente atmosferico, ma, fra le altre novità, qui c’è un’attenzione ancora maggiore per le abilità vocali, tanto della Kokal quanto della Wayman: The Stall, ad esempio, è una cavalcata dark/funk con testi pop in chiave Janet Jackson. Altrove le voci sembrano fredde, iconiche e corali, come se si volesse chiamare in causa Björk: Don’t Let Go, su questa linea, inquieta tanto il potenziale straniante dei cori quanto delle chitarre distorte.

Riassumendo: Heads Up è una collezione di musica elettronica influenzata da varianti che partono dall’art-rock (Grimes, The XX), passano per certi Eighties atmosferici (Cocteau Twins, The Cure) o variamente orecchiabili (Janet Jackson, Björk), e approdano a beat che non sfigurerebbero in un album hip hop (non a caso, il brano Dre è dedicato al rapper preferito). Con un resumé così completo non si può che concludere elogiando ancora una volta una band che sa unire ricerca e gusto, sperimentazione ed effetto.

25 Settembre 2016
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