Recensioni

7.4

Da una vacanza lavorativa al parco nazionale di Joshua Tree, California, possono venir fuori strani presagi: mostri, amori perduti, amori ritrovati, ma soprattutto un bel po’ di materiale su cui mettere le mani. Cosa è successo alle Warpaint dopo The Fool, l’album acclamato su larga scala e accolto positivamente quasi ovunque? È successo che la vita le ha catapultate on the road, accanto a mostri sacri della musica, licenziandole indipendentemente, forse, svincolate dal giogo di essere tutte e quattro legate allo star system (chi ha sorelle hollywoodiane, chi ha mariti ingombranti…). Dopo due anni e mezzo di tour, eccole rincasare in questo posto magico, fatto di deserti e strane sensazioni: il parco di Joshua Tree. È lì che si crea il substrato musicale di questo nuovo, eponimo, album.

È lì, certo, ma non bisogna dimenticare che le Warpaint sono una band terribilmente radicata nel tessuto urbano di quella Los Angeles che tanto ha dato e continua a dare alla musica di un certo tipo. Non è un caso che fenomeni-rivelazione come le Haim abbiano LA come casa base. Tanto le Haim esplorano i tessuti superficiali e non, con piglio scanzonato e pop, quanto le Warpaint penetrano nelle viscere delle arterie stradali, dei semafori penzolanti, del caos urbano della città degli angeli. Dopo aver ispezionato in profondità le radici di un gusto psichedelico, introspettivo e dreamy, le Warpaint hanno la consapevolezza giusta per aggiungere qualche ingrediente al loro buon prodotto. Innanzitutto, da brave americane, l’RnB e l’hip hop scorrono loro in vena e Warpaint risente in più punti di quell’approccio (non ultimo, nell’uso dei vocalizzi della Kokal, fan dichiarata di Mariah Carey et similia). Secondariamente, la scelta di alcuni suoni che – come ci hanno confermato – le rendono più libere di eseguire i brani dal vivo: questo vuol dire meno sovraincisioni, meno strumenti che non si possano trascinare su un palco, in una parola, “minimalismo”. Minimalismo che, in questo caso, fa rima con ambient. Un ambient calibrato e tenuto a bada dai tappeti di synth che riecheggiano nelle retrovie di quasi ogni canzone.

C’è infine un argomento non trascurabile: la produzione. Fermo restando che Nigel Goldrich è figura tanto evanescente quanto determinante dietro ai mixer di questo disco (ha prodotto infatti solo due brani, ma i migliori: Love Is To Die e Feeling Alright), Flood ha uno strapotere artistico sulle quattro ragazze. Le manipola facendole suonare come dei New Order col pizzo (Disco//very), le fa rivoltare su se stesse rivedendo le cose migliori dei Garbage (Hi), le rende lisergiche e languide come degli Atoms For Peace nel girone infernale degli U2 di Pop (Biggy). Certo, il rischio di voler strafare è dietro l’angolo perché, seppure nel suo minimalismo, Warpaint rappresenta una svolta rispetto a The Fool. Più mantrico, più spirituale, moderato e consapevole rispetto al precedente, questo lavoro è veramente il segno di un ritrovato interesse verso la sperimentazione. Con la differenza che mentre The Fool applicava piani soffusi, di leggero malessere autunnale e nostalgie psichedeliche, Warpaint è più inquadrato, più limato sul profilo generazionale, più incisivo.

Questo per dire, per esempio, che non mancano episodi pop (ricordate gli Smashing Pumpkins post Siamese Dreams?) eclatanti: Keep It Healthy e, soprattutto, Feeling Alright non avrebbero mai trovato posto in The Fool, ma quadrano alla perfezione in questo disco, con i contraltari elettronici e le tinte Depeche Mode (alcuni direbbero anche The XX) a surrogare il tutto. Portandosi dietro un clima ipnotico e un’atmosfera cinematografica non indifferente (ricordiamo che Chris Cunnigham ha appena finito di girare un documentario sulla band), le Warpaint hanno trovato il giusto equilibrio sperimentale filtrato da una corale introspezione di sé che, senza troppi scossoni, riesce a farsi genuinamente pop. 

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