Love Is To Dance

All’incrocio fra il deserto del Mojave e il deserto del Colorado, sorge il parco di Joshua Tree, monumento nazionale americano dal 1936 e Parco Nazionale dal 1994. La California è decisamente lo stato più interessato dal parco, oltre ad essere anche lo Stato più interessato dai deserti, dai metallari e dai surfisti. Più di 173.890 ettari del Parco sono definite “zona selvaggia”, che tradotto vuol dire “lasciate ogne speranza voi ch’intrate”. Che interpretato vuol dire: Warpaint Allowed. Il caldo, il secco che scorre sotto la pelle appiccicosa, sono il leitmotiv di chiunque abbia voglia di sperimentare l’ambiente. Ma chi ne ha veramente voglia? Di certo l’aria rarefatta e i respiri spezzati sembrano dolci a chi vuole cose estreme, a chi ha voglia di prendersi una vacanza senza abbandonare l’adrenalina della vita on the road. Le quattro Warpaint sembrano rispondere alla descrizione: sono amiche, hanno fatto il botto con il loro esordio nel 2011, sono stanche dopo un tour infinito, ma mai dome. Joshua Tree sembra proprio il luogo ideale per loro. 

All-female band (ma guai a definirle così in loro presenza), sulla cresta dell’onda all’epoca della American Invasion del 2008 – la stessa dalla quale sono usciti anche The Drums, Beach Fossils e Wild Nothing -, le Warpaint hanno deviato su binari più interiorizzati, più sperimentali rispetto ai cugini dell’East Coast. Già all’epoca dell’EP Exquisite Corpse (2008), Theresa Wayman, Emily Kokal e Jenny Lee Lindberg avevano saputo mettere a punto un sound particolarmente dreamy, ipnotico, frutto di una rumoristica ben strutturata che aveva fatto rizzare le orecchie al buon John Frusciante (non a caso dietro al mixer).

Con il primo full length The Fool (2010) è venuta fuori tutta la potenzialità destrutturante della band, quella spessa e schizofrenica dei Cocteau Twins o This Mortal Coil, quella teen-oriented dei Cure o di Siouxsie, quella rabbiosa e genuinamente femminile di Pj Harvey o Cat Power. E in fondo si sapeva che le Nostre avevano innescato il giusto marchingegno, da quando in line up era passata gente del calibro di Josh Klinghoffer (anche lui un Red Hot) o Shannyn Sossamon (passato e presente hollywoodiano immortalato dal personaggio di Lauren in Le Regole dell’Attrazione). Anzi, spesso si è fatto tanto, troppo, rumore sul fatto che la loro notorietà fosse dovuta all’entourage terribilmente mainstream, che avrebbe fornito loro i giusti agganci al momento giusto. Certo è che la Lindberg ha saputo rendere i suoi “contatti” incredibilmente proficui in un’ottica a lungo termine: il suo matrimonio con il grande Chris Cunningham, oltre a procurargli una vita presumibilmente felice, ha portato alle Warpaint spunti e ispirazioni (molti, come è ovvio, sul versante del visual) degni di nota.

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Torniamo a Joshua Tree, luogo eletto come eremo dalle quattro (già, perché nel frattempo è entrata in line up la batterista Stella Mozgawa) al fine di raccogliere energie, prima di rimettersi in studio. Per chi ha la musica nel sangue, un luogo così lisergico e suggestivo come il deserto della California non può lasciare indifferenti. Ed ecco che le prime gocce di materiale inedito vengono stillate dall’aridità della Yucca Brevifolia (pianta nativa del posto), in un clima mistico e stregato. Il tutto passando attraverso interferenze RnB e hip hop. 

Abbiamo cercato di indagare più a fondo, scambiando due chiacchiere telefoniche con Stella, intenta a cucinare una colazione a base di caffè nero e plum cake e a risistemarsi lo smalto delle unghie dei piedi. Lo abbiamo fatto ascoltando in anteprima l’album omonimo in uscita il 24 gennaio per Rough Trade e fissando nella mente il contrasto accesissimo fra i colori del deserto e la frenesia di Los Angeles.   

Quanta Los Angeles c’è nelle vostre canzoni? Vi trovate a vostro agio nel clima della città?

Non credo che siamo una band classicamente losangelesiana, ma non so più cosa sia una band losangelesiana. C’è sicuramente una sorta di nuova era nella musica di LA, che non combacia esattamente con se stessa. Dico questo per dire che noi e le Haim, ad esempio, siamo diversissime, anche se proveniamo dallo stesso posto ed esploriamo diversi aspetti della città. Penso che ci sia moltissima musica in questa città, ma non credo che esista necessariamente un sound caratteristico come era una volta.

Può essere definito il lato oscuro, quello che esplorate voi?

Si, ma direi che si tratta più di un’ispirazione interna, con tutto ciò che riguarda il vivere in una città in cui si sentono le solite cose, tipo: “Oh, cacchio, è una palla guidare la mia macchina” o “la gente è falsa” o cose così. Ha a che vedere con la musica, le cose che vengono dall’interiorità, al modo in cui reagisci ad esse, anche se è tutto basato su cose esteriori. Penso che il discorso abbia a che vedere con il modo interiore con cui reagiamo alle cose esteriori.

Pensi che il vostro stile di vita o quello della città sia cambiato dal 2010 di The Fool ad oggi?

Ad essere sinceri, non credo. Sono piuttosto sicura che la vita non è cambiata. Non sicuramente in modo da avere abbastanza soldi per comprarci grandi abitazioni o fare sette bambini o cose così. Siamo più o meno le stesse persone di allora, abbiamo solo un po’ di consapevolezza in più in quello che facciamo.

Il secondo album è il più difficile, soprattutto dopo che il primo è stato ben accolto ovunque. Quale era il vostro scopo e quali sono state le vostre più profonde preoccupazioni quando avete scritto il nuovo materiale?

Una delle preoccupazioni maggiori è stata quella di stare attente ai suoni che non avremmo potuto replicare dal vivo. Molte canzoni di The Fool hanno avuto questo destino e ci dicevamo: “Wow, c’è così tanto che dobbiamo tagliare”. Così, ci siamo sentite semplicemente un po’ più consapevoli di quello di cui avevamo bisogno, nel processo di realizzazione di un album: non si trattava di fare quello che volevamo, di aggiungere suoni e poi trovarsi in difficoltà nel momento di eseguire quei brani dal vivo. Questa è stata la cosa su cui abbiamo discusso di più, ma a parte questo, credo che fossimo solo eccitate di tornare a suonare in studio di nuovo insieme, dal momento che siamo state in giro così a lungo. Volevamo scrivere nuovo materiale: è quello che succede quando suoni le stesse canzoni quasi ogni sera per due anni e mezzo.

A proposito di questo, mi chiedevo come fosse andata la scrittura del nuovo materiale…

Warpaint è stato scritto al parco nazionale di Joshua Tree nel giro di un mese. Molte cose che sono finite nel disco, sono state pensate lì, durante quel viaggio… o vacanza lavorativa, comunque tu la voglia chiamare. Molto è nato dai demo che abbiamo composto. Sostanzialmente, il disco è una combinazione di due cose: il lavoro individuale che ognuna di noi ha portato all’interno della band, trasformato poi in qualcos’altro; il materiale nato dalle sessioni a Joshua Tree: anche questo materiale è cambiato ed è diventato qualcosa di nuovo. Abbiamo suonato alcune di queste canzoni live e sono risultate ulteriormente diverse rispetto alle versioni poi finite sul disco; questo è stato davvero d’aiuto.

È vero che questo disco è più ambient, più minimalista rispetto a The Fool?

Non credo fosse il nostro obiettivo primario, non so come sia successo, ma è veramente interessante sentire quello che le persone dicono al riguardo. Alcuni dicono che le canzoni sono più piene, altri che sono più minimaliste. Penso solo che ognuno abbia la sua opinione su quello che rappresenta veramente un album. Volevamo solo esprimere le nostre idee nel modo migliore possibile, piuttosto che essere confusionarie e dire cinque cose diverse in una sola canzone. Eravamo forse un po’ più concentrate.

Però è vero che ci sono più synth nel disco…

Sì, è vero [ride, ndr]!

Quindi magari risulta ambient anche per questo…

Beh se si intende questo per ambient, allora sì è vero! [ride, ndr]

Ho letto da qualche parte che siete state fulminate dal rap e dall’RnB, che ultimamente è una cosa piuttosto indie, a quanto pare…

Mi rendo conto solo ora di quanta sincronia si sia creata fra queste due realtà negli ultimi due o tre anni. Senza parlare del fatto che se guardi le Top 10 in America, moltissimi album sono hip hop. Penso che sia inevitabile avere una sorta di influenza…

Influenza eh…

Beh, non proprio influenza. Spesso amiamo quel tipo di musica, ne siamo attratte e la ascoltiamo insieme ed ecco che esce fuori un gusto che ci accomuna. Voglio dire, non abbiamo mai fatto una canzone hip hop o RnB, non abbiamo neanche mai provato ad andare in quella direzione. Non abbiamo mai provato a fare una canzone che suonasse come un’altra canzone o come un’altra band, ma credo che le cose vengano spontaneamente al di sotto della tua pelle. Si tratta di decisioni che devi prendere mentre scrivi un brano: “come deve essere questo sound?, deve essere minimale o massiccio?” sono domande che ti fai, anche se vieni influenzato in maniera subdola dalla musica che ascolti. Non è una cosa cosciente: prendi una piccola parte di una canzone e ti accorgi dopo: “Oh, ma suona come i Cure!” o robe così.

Warpaint è prodotto da giganti come Nigel Goldrich degli Atoms For Peace e Flood. Come sono nate queste collaborazioni?

Questo disco ha decisamente più a che fare con Flood che con Nigel. Nigel è incredibile, ha prodotto e missato due canzoni (Love Is To Die e Feeling Allright) e noi siamo ovviamente sue grandi fan, ma in termini di impatto sul disco, lui c’entra poco. La gente si attacca ai grandi nomi, la stampa ne parla con espressioni del tipo: “Wow, Flood e Nigel Goldrich producono il nuovo album delle Warpaint!”, cosa che non è affatto vera. Rispettiamo Nigel e amiamo il suo lavoro sul nostro disco, ma è stato un contributo che ha fatto sì che quelle due canzoni prendessero vita, non ha avuto niente a che vedere con il processo creativo di Warpaint. Giusto per essere chiari.

Love Is To Die, Love Is To Not Die… e non è la prima volta che si cita l’amore e il turbinio delle passioni in una delle nuove canzoni. C’è per caso un tema comune?

Sì, non ce ne siamo accorte finché non abbiamo riascoltato tutte le canzoni, in fase di definizione della tracklist. Solo lì mi sono accorta come ogni canzone abbia a che fare con l’amore. È qualcosa che probabilmente succede solo perché siamo tutte innamorate, in qualche modo: che sia un’idea o una persona, fa poca differenza. Ci sono così tanti modi di esprimere quel tipo di sentimento. Non volevamo fare un concept album, ma mi accorgo che l’amore è il tema che attraversa il disco.

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Dall’altro lato, però, ci sono canzoni come Biggy o Go In che sembrano uscite da un film horror, come è successo anche ad Elephant. Dico questo perché ho avuto come la sensazione di assistere a un rituale mistico che volesse evocare qualcuno che non c’è…

Oh, this is soooo true! Go In è la prima canzone che ho scritto con la band. L’ho scritta a Joshua Tree e riguarda una persona molto specifica, un momento molto specifico. È assurdo che tu abbia detto questo, perché nell’esatto momento in cui scrivevo, mi sentivo così. Ero sola in quella casa a Joshua Tree e fuori il vento infuriava: abbiamo messo quel suono all’inizio della canzone perché sembrava che la casa fosse infestata, in qualche modo. È stato particolarmente intenso, un’esperienza spirituale, e non lo dico come lo direbbe una cazzo di hippie! Con Biggy è andata più o meno allo stesso modo, come una sorta di seduta di meditazione e come se si stesse suonando non tanto con i muscoli, quanto con la mente e i sensi. Penso che buona parte dell’album sia nata da situazioni come queste, in cui vai verso la parte di te stessa un po’ infestata, un po’ spettrale.

E’ una supposizione corretta, quindi…

Beh, è cool che tu abbia detto questa cosa del film horror, perché ci piacerebbe fare qualcosa sul genere, magari, un giorno…

Mi parli un po’ del documentario che sta per uscire su di voi? Regia di Chris Cunningham, mica male!

Chris è il marito di Jenny. E’ stato con noi a marzo, quando abbiamo scritto il disco a Joshua Tree. Ha avuto l’idea di raccogliere tutto il girato e ha intenzione di remixare e re-immaginare molte canzoni del disco con i samples che gli abbiamo fornito e che non sono finiti sull’album. Farà una reinterpretazione di quel periodo di tempo, di quelle canzoni, di quell’esperienza. Non so dirti molto perché non ho ancora visto niente. Ho visto solo spezzoni e mi piace tenere tutto inedito finché Chris non avrà intenzione di farcelo vedere tutto. Uscirà poco dopo la pubblicazione del disco a gennaio, dobbiamo solo capire come [ride, ndr]!

Beh, avrà fatto un gran lavoro con due anni di riprese a disposizione!

Sì, anche se non ha registrato ogni singolo momento, ovviamente. Ha iniziato a girare due anni fa, a marzo 2012, poi è venuto con noi in qualche data, è stato alla sessione di registrazione e di missaggio. Ma non è stato uno stalker che ti osserva mentre fai colazione o cose così! Non abbiamo dovuto vestirci in un certo modo solo perché Chris Cunningham stava girando un documentario sulle Warpaint; non era certo un vecchietto inquietante che ci spiava. Ha solo vissuto i momenti e raccolto quelli più significativi. È un amico, parte della famiglia, quindi ci gira attorno un bel po’.

Ultima domanda difficile: vi sentite una band psichedelica, come si dice in giro?

Mh, domanda interessante… Credo che le ragazze, quando hanno iniziato, non volessero essere niente in particolare, non hanno mai avuto discussioni sulla direzione che stavano prendendo. So solo che quando qualcuno che potrebbe essere mio zio mi chiede che musica faccio con la band, la prima cosa che mi viene in mente e che può avere senso per lui è: “suono in una band psichedelica”! E’ musica un po’ bizzarra, le canzoni durano un po’ di più rispetto alla media, è piuttosto sperimentale. Ma so bene che “sperimentale” dovrebbe magari riferirsi a persone che fanno musica tipo John Cage o Moondog. Credo che definirci “psichedeliche” serva solo ad essere chiari con le persone che non hanno mai sentito il genere. Ma non so neanche cosa siano le classiche band psichedeliche: Pink Floyd o simili hanno un sound particolare che molte persone definiscono psichedelico. Non credo che abbiamo quel tipo di psichedelia.