Recensioni

6.5

Secondo l’attitudine decadentista esiste una relazione tra fascino e malinconia. E come negarlo, vista la persistenza con cui fenomeni e personaggi caratterizzati da questa inclinazione attraggono la maggior parte di noi. Una certa lassitudine malinconica è proprio il tratto spiccato del cantato di Molly Hamilton, voce soffice del duo indie-rock newyorkese Widowspeak. Questo tratto, come già notammo negli album precedenti, si identifica nell’estetica del canto sensuale di Hope Sandoval – e dei Mazzy Star – e riconduce a nostalgie 80s e 90s, sulla scia revivalista degli ultimi anni. Questo, unito al miscuglio di shoegaze, folk-pop e Americana, legittima la presenza della band nella rosa della produzione di Captured Tracks, etichetta che si dedica principalmente a questo filone e che con i Wild Nothing o Mac DeMarco ha ormai conquistato definitivamente anche l’Europa.

La malinconia, appunto, che racchiude nella sua conchiglia un alone di fascino, fu la fortuna dell’esordio Widowspeak e del successivo Almanac – si ascolti Harsh Realm del primo o Sore Eyes e The Dark Age del secondo. All Yours, il terzo album in studio, arriva dopo un 2013 fortunato per la band, con l’ottimo apprezzamento suscitato dal buon Almanac seguito dall’EP The Swamps, poche tracce di sobrio indie-rock. Durante questo lasso di tempo, però, i Nostri sembrano aver lasciato da parte qualcosa: la malinconia di cui abbiamo parlato sembra essere svanita, non nella voce di Molly quanto piuttosto nella musica. All Yours è un album sereno, meno scuro dei precedenti; sembra – dal punto di vista del mood – la colonna sonora di una rinascita primaverile. Viene a cadere quell’alone di mestizia musicale delle prime produzioni, nonostante lo slowcore permanga. Non che già nelle precedenti produzioni non fossero presenti ballate più raggianti e terse, come Ballad of the Golden Hour, ma All Yours prende le mosse essenzialmente da questo stile, soprattutto dal punto di vista melodico. Il direzionarsi verso una dimensione più leggera, da un lato può essere una ricerca personale della propria espressione – lontani dagli estremi riferimenti musicali a cui prima ci si rifaceva – dall’altro potrebbe essere un cambio di vena e di umore generale della coppia. Ed è così fin dall’incipit con All Yours o con Dead Love (So Still), ai limiti del pop. Diciamo però che alle melodie orecchiabili e oniriche del nuovo album, corrispondono temi antitetici, non altrettanto spensierati. Nella title track i musicisti parlano di luoghi che ricordano una storia d’amore finita e in Stoned di un amore perso, ma il tutto viene cantato con tono sornione. Questa idiosincrasia rende il materiale quasi ironico se non addirittura ozioso, sospeso da qualsiasi preoccupazione.

Una nota di dolcezza, infine, con Borrowed World, in cui ad impugnare il microfono è il chitarrista Robert Earl Thomas, che mai prima d’ora si era cimentato nel canto. Come può una voce diversa cambiare veste a un brano: in questa traccia i Widowspeak sembrano i cugini cantautori dei Tame Impala.

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