Recensioni

Oggi, privi di molte delle attenzioni mediatiche che ne accompagnavano le mosse discografiche agli esordi (erano i primissimi anni dieci e Captured Tracks era la nuova l’etichetta di riferimento per l’indie), i Widowspeak hanno bisogno più che mai di dimostrare che c’è ancora spazio per le loro nebbiose suggestioni dream-folk. Ci provano con Expect the Best, album che segue a due anni di distanza il primaverile All Yours, a conti fatti un passaggio minore (probabilmente i più ricordano solamente la title track) all’interno del catalogo della creatura di Molly Hamilton e Robert Thomas che, tra le altre cose, comprende anche l’EP The Swamps, pubblicato quasi contemporaneamente all’attesissimo Seasons of Your Day dei Mazzy Star.
Proprio l’importante ritorno della band di Fade Into You ha probabilmente messo in secondo piano l’operato dei Widowspeak, fin da subito etichettati come i nuovi Mazzy Star. Dopotutto la Hamilton è sempre stata portatrice della stessa sensualità malinconica e annoiata di Hope Sandoval muovendosi languidamente ai margini di quel non-luogo in cui si incontrano la dolcezza del dream-pop più pastorale, i ritmi indolenti di una sunset-americana vagamente nostalgica e gli orizzonti macchiati da rarefatti miraggi desertici. L’iniziale The Dream ne è un esempio lampante: sviluppata attorno all’unione tra il lento strumming acustico e il canto delle sirene della slide guitar, conferisce all’ascolto un mood quasi narcolettico – certamente onirico – ricamando atmosfere che non sfigurerebbero sul palco del Roadhouse di Twin Peaks. Sarà un certo fanatismo (condiviso peraltro con la Hamilton) verso l’universo di Lynch, ma in più di un’occasione emergono sentori riconducibili ai boschi del Northwest statunitense (tra le altre cose, durante la scrittura del disco la coppia si è trasferita momentaneamente nella natia Tacoma, a meno di un’ora di auto dai luoghi di Twin Peaks).
Parallelamente agli episodi più dilatati, in Expect the Best trovano anche spazio sonorità più muscolari vicine ad un certo US-rock di stampo anni novanta inspessite dall’inserimento in pianta stabile di un bassista (Willy Muse) e di un batterista (James Jano). Pur non spingendo mai sull’acceleratore (parliamo comunque di pop sussurrato, o, citando Marco Boscolo alle prese con Lana Del Rey, di Xanax-pop), le due new entry aumentano la dinamicità (Right On, decisamente pop) e le stratificazioni (When I Tried) traghettando il tutto verso lidi mai così epici (il crescendo di Warmer), senza rinunciare del tutto ad un certo minimalismo di fondo (i due minuti scarsi da lo-fi singer/songwriter di Good Sport).
Le tematiche tornano ad essere più intime e meno solari («In the past I’ve felt compelled to write songs that are more optimistic than I’m actually feeling», ammette la Hamilton forse riferendosi ad All Yours) con un profuso senso di critica sociale verso l’alienazione digitale. Tuttavia la Hamilton, complici quei suoi candidi lineamenti d’altri tempi (c’è qualcosa della giovane Stevie Nicks) e il timbro carezzevole, fatica a rendere spigoloso e sinistro il suono che esce dalle cuffie. In questo senso, quello che superficialmente può sembrare un assoluto pregio finisce per limitare un’interpretazione canora che – per quanto seducente – alla lunga può risultare monotona.
Stilisticamente affascinante e a tratti decisamente appagante, il transitorio Expect the Best (co-prodotto da Kevin McMahon, già al lavoro su Almanac) nella sua maggiore eterogeneità mostra alcune possibili strade evolutive per la band americana, senza però indirizzare in modo netto la lancetta verso una direzione precisa.
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