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6.8

In quel collettivo eterogeneo che risponde al nome di Arcade Fire non c’è spazio per gente senza estro. A riprova di questo, basti pensare che il periodo post-Reflektor è stato segnato dai vari progetti solisti dei membri della band. Il primo a sciogliere il silenzio non poteva che essere il più eccentrico tra i suoi componenti, quel Will Butler che con Policy aveva fatto un passo indietro proponendo un sound assimilabile ai primi lavori degli Arcade Fire, ovvero più rock, meno dance, più analogico che elettronico, e un atteggiamento post-punk che aspirava all’art-rock fomentato dagli ottimi studi accademici del minore dei fratelli Butler, grande amante della poesia. Ad accelerare tutto questo c’è stata poi l’iniziativa per conto del Guardian, con il polistrumentista canadese in versione stacanovista a scrivere una canzone alla settimana legata ad un tema di stretta attualità letto tra le pagine del quotidiano britannico.

Friday Night è un disco forgiato sull’estro di Butler, un disco live ma ovviamente non scontato. Così come The Reflektor Tapes (che più che un documentario sugli Arcade Fire è un’opera d’arte in cui il feticcio artistico, i Caraibi, i sold-out e varie soluzioni visive si mescolano alla perfezione), la testimonianza live del Nostro è un invito ad immergersi nella follia artistica di uno dei musicisti più versatili e interessanti del post-anni Zero. Si parlava di post-punk, si potrebbe aggiungere a questa base una passione per un certo surrealismo riletto in chiave post-moderna, ed eccoci al Cabaret Voltaire dove l’artista sfida la platea e le convezioni. Si inizia con un encore: Encore – Tell Me We’re All Right è un brano inedito e suonato «letteralmente», che lo stesso Butler introduce cercando di coinvolgere il pubblico (non reattivo in questo caso) e spiegando che tutto quello che sta succedendo verrà registrato. Segue un’introduzione classica, e poi arriva You Must Be Kidding (non presente in Policy e uno dei brani scritti per il Guardian che parla della crisi dell’acqua in Brasile nel 2015), che riprende un po’ quel calore live di Normal Person in chiave post-punk e con un attacco vocale dove il timbro del polistrumentista degli Arcade Fire sembra quasi quello di Billy Corgan. Il quarto brano di Friday Night è il primo tratto da Policy, Son Of God, che sostanzialmente presenta la stessa energia sprigionata nella versione studio. C’è poi Madonna Can’t Save Me Now, che è un altro dei brani proposti nell’esperimento Will Butler’s song a day del Guardian: il brano mescola il tema dei Brit Awards e la scoperta di un enorme buco nero nell’universo. Something’s Coming, nella sua versione live, è più intensa, più garage e travolgente. Stessa sensazione di un Will Butler che ovviamente, come nei concerti con la band canadese, non si risparmia, in Sing To MeAnna. Si chiude con un altro encore, quello vero questa volta: Encore – Friday Night è una cavalcata di quasi otto minuti in stile Velvet Underground, imprevedibile e ricca di saliscendi emotivi.

Friday Night non può essere preso in considerazione se non in stretta connessione col personaggio che ci sta dietro: un musicista che pubblica un disco, altri brani a cadenza settimanale nelle successive settimane e poi un disco registrato live ristrutturato alla perfezione. Will Butler è un artista a tutto tondo, un musicista che usa varie forme espressive e riesce ad essere viscerale e poetico, così come profondo e ironicamente superficiale. Tutto questo è catturato al meglio in Friday Night, un buon pastiche di rock, pop, post-punk e, soprattutto, un disco vario e piacevole. D’altronde, come diceva Tzara: «Not the old, not the new, but the necessary».

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