Recensioni

Nel 2015 Usually Nowhere ci aveva davvero entusiasmato: un primo LP in cui la virata verso tinte estremamente dark rispetto ai precedenti e più sognanti EP era arrivata inaspettata e cangiante. Questo Slowly Fading arriva ormai a tre anni di distanza, e pur mantenendo bella alta l’asticella del producer, rappresenta forse un leggero passo indietro nel suo percorso.
Sia chiaro, il disco funziona: resta perso in un’apnea di gelo e tecnocrazia, assumendo volentieri i contorni di una soundtrack cinematica di sfondo a una distopia delle tante. Evoca alla grande e suona benissimo, fulgido ed estremamente ben definito. Il talento di Giacomo rimane palpabile ed evidente. Se il beat di ascendenza hip hop di base è la cifra costante, su di esso si sedimentano poi di volta in volta spirali di synth à la Carpenter – o à la Stranger Things, che poi in effetti è la stessa cosa – come in This Will Always Be the Best, oppure stratificazioni di vocine pitchate (She Said) o sfregiate e trasfigurate in orge di distorsioni (Shouldn’t Be Here), fino a pattern techno claustrofobici e opprimenti come in Impermanence e nell’ossessivo crescendo della conclusiva Remember Nothing You Don’t Have To.
Quello che lo colloca un gradino sotto all’episodio precedente è una smaccata derivatività: restiamo ancorati ai primi anni ’10, ad una fase molto probabilmente già conclusa di musiche iperrealiste e decostruzioniste che è fin troppo evidente nei continui omaggi ad Arca: Existential Angst, She Said, ma soprattutto il tandem New Singularity–Emotional Complexity, tra spezzettamenti e decostruzioni post-hh, e soprattutto QUEI synth, presi di peso direttamente da Xen. A tratti sembra di stare ad ascoltare proprio lo stesso Arca, ma per come suonava – appunto – nel 2014. È sempre un bel sentire, certo, ma da uno che ha tra le mani questa qualità è forse giusto pretendere più di un esaltante ma manieristico esercizio di stile forse già macchiato da un’ombra di anacronia.
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