Recensioni

6.5

Si potrebbero passare delle ore a divertirsi nel definire la musica dei Young Fathers. Solo con le preposizioni rischiamo di perderci, per non parlare dei generi o peggio ancora dei gruppi presi a riferimento. White Men Are Black Men Too, prodotto con i soldi del Mercury Prize ottenuti per l’LP d’esordio Dead, prosegue il discorso iniziato nel 2011 con il primo EP Tape One, in quel solco impastato in cui c’è di tutto: hip-hop, post-rock, elettronica, effervescenze psych.

In più, rispetto al lavoro precedente, c’è di certo una maggiore accessibilità; messe da parte certe lateralità rumorose simil Shabazz Palaces o Diagable Planets ritornano prepotenti i rimandi all’attitudine indietronica e all’intonazione vocale dei TV On The Radio. In quest’ottica il progetto del trio di Edimburgo – pur restando ambizioso e volitivo nel tenere uniti diversi registri stilistici – si connota di un sapore smaccatamente pop. Brani come Nest o il groove tutto da ballare di John Doe confermano questo piacevole vento che soffia verso la melodia.

Non viene meno invece l’ambizione del progetto a smarcarsi, a partire dal titolo del disco, da qualsiasi connotato identitario di sorta. Anche qui i tre giocano a mischiare le carte, come in Old Rock n Roll in cui c’è di tutto, sfogo – “I’m tired of wearing this hallmark for some evils that happened way back / I’m tired of blaming the white man” – e redenzione (“Some white men are black men too, niggah to them, a gentleman to you”). Le ombre di Liberated o l’interrogativa Shame ci consegnano invece il lato meno sfacciato dei tre, con quei paesaggi criptici che ci rimandano dalle parti dei TVOTR.

Con meno smalto rispetto al lavoro di un anno fa ma non per questo meno interessante, Alloysious Massaquoi e soci confermano le buone intuizioni e il giusto approccio nel chiudere il cerchio delle tante soluzioni orchestrate, in maniera meno decisa e con un pizzico di derivatività in più.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette