Ozzy Osbourne non è un uomo qualunque

Ragazzi questa fase due è cruciale, soprattutto per un aspetto: il Covid-19 fermerà o no il rock? L’impossibilità di fare concerti degni di questo nome, la difficoltà di fare le prove e una mancanza di reale normativa su quello che una cosa come il rock – già di partenza, a livello concettuale – è difficile inserire nella norma, vedrà sparire dal nostro orizzonte chitarre elettriche e muri di Marshall? Beh, onestamente l’idea di rimanere in cameretta a fare i pezzi con il computer, per quanto sia chiaramente ok, diventa inquietante se manca la controparte “sudata”. Come fare? Beh, in questi casi dobbiamo rimetterci a quei fanali nella notte che possono illuminare il nostro cammino: cioè a quei grandi vecchi del rock che piuttosto di fermarlo farebbero ruotare la terra in senso contrario. In questo caso il nostro guru è il mitico, inarrivabile Ozzy Osbourne.

Già m’immagino molti di voi con il cervello scoppiato perché siete stati due mesi chiusi in casa, o in paranoia perché non potete più fare un cacchio, tra cui spendere tutti i vostri averi nella movida com’eravate soliti. Disperati perché non potete suonare con la vostra inutile cover band, oppure perché appena uscite di casa temete di essere unti da questa minaccia alla salute invisibile, pure se abitate in una zona in cui avete una possibilità su un milione di beccarvela. Bene, figuratevi uno come Ozzy: settantun anni suonati, col Parkinson oramai dichiarato, con dolori da tutte le parti (l’anno scorso, dopo una caduta in bagno disse alla stampa «Mi devo far aiutare per cambiarmi, per lavarmi: è orribile, capisci?»). E voi credete che si dia per vinto?

Ma manco per il cazzo. Il suo rock non si è mai fermato nemmeno di fronte alla malattia, al declino psicofisico, ai vari pesantissimi traumi della sua vita (uno per tutti, la morte del suo sodale, il grande e giovanissimo chitarrista Randy Rhoads nel 1982, per un terribile incidente aereo). Ozzy è IL rock, non ci sono storie. E per dimostrarlo ha dato alle stampe il suo ultimo disco proprio a febbraio di quest’anno, in piena esplosione pandemica. Il titolo del suo disco ha un nome beffardo, da presa per il culo: si chiama Ordinary man. Sì, diciamo l’uomo qualunque, quello che vota Trump, quello che obbedisce al potere che quando gli dice di avere paura ce l’ha: e se dall’alto gli dicono tutto ok, iniettatevi disinfettante, esegue subito gli ordini.

Che il nostro Ozzy non sia un “ordinary man” è chiarissimo dal suo percorso. E non ha bisogno di presentazioni, a chi non lo conosce basterebbe solo pronunciare questa frase, scandita: “Era il cantante dei Sabbath” (con buona pace di Ronnie James Dio e di tutti quelli che lo hanno seguito, per quanto siano ok, non c’è storia).

Ozzy è Ozzy, non sappiamo neanche se ha sangue umano, considerati tutti gli stravizi che lo hanno attraversato: uno che ha staccato la testa di un pipistrello a mozzichi e sta ancora qua a raccontarlo, mentre proprio un pipistrello ha fatto partire tutto sto casino nel mondo, non può che renderci quasi stupefatti di tanta grandezza. Ozzy ha passato varie fasi: da quelle degli esordi in cui era un figurino, quasi un angelo con quegli occhioni chiari, un angelo caduto, certo, come narrato nello storico brano dei Sabbath NIB, poi quello da alcolizzato, poi quello in cui era gonfio di droghe, insomma ne abbiamo viste tante in lui, ha diciamo simboleggiato un po’ tutti i periodi storici, compreso quello in cui sembrava un amabile padre di famiglia con tutte le caratteristiche e i difetti del caso durante il reality “The Osbournes”.

Erano un bel po’ di anni che tra i fan si era capito che non stava proprio al massimo: il fatto che tremasse, che in qualche modo si muovesse come se non avesse massa muscolare e altri aspetti evidenti, facevano intuire che forse potesse avere il Parkinson. Ecco, dichiarata ormai ufficialmente la cosa, è chiaro che la malattia era già in precedenza nella fase avanzata: questo non gli ha impedito di calcare i palchi con una forza inaudita, soprattutto non gli ha impedito di tirare fuori una voce ancora incredibile, come se il tempo non l’avesse scalfita. Con la sua presenza smilza e quasi diafana, bastava solo vedere il suo sudore e quel battere le mani in maniera pazzoide per far esplodere un boato negli stadi.

Tutti questi problemi di salute non gli hanno impedito di fare anche un ultimo album con i Black Sabbath nel 2013, quello della reunion, ovvero 13. Un disco che all’inizio pensavi, vabbè, sarà l’ennesima stronzata prodotta per spingere il solito tour delle vecchie cariatidi che si rimettono insieme per alzare gli spicci per le bollette: e invece poi lo ascoltavi ed era ….una bomba. Sì, suonava classico certo, ma era quella l’intenzione: d’altronde se i classici non muoiono mai, non è affatto facile evocarne lo spirito. La potenza poi non solo era immutata, ma forse ancora più carica di storia, di significato, di esperienza: quella del “wild side”. Ma anche della dolcezza che in fondo attraversa da sempre i Black Sabbath (storici e grandi fan dei Beatles), che della parte scura hanno anche sondato gli aspetti melanconici e fragili che giocoforza poi ti cambiano (basti pensare alla splendida Planet Caravan, un must melodico-psichedelico che ha fatto addirittura giustificare i Pantera davanti ai loro fan quando ne hanno fatto una cover dentro Far beyond driven, a causa della sua “leggerezza”).

Insomma Ozzy non era solo il principe delle tenebre, ma uno che teneva in sé un vasto prisma cangiante e che, prima di tutto, pensava alla musica e se ne cibava avidamente senza troppi snobismi. Esempio di questo, è che Ordinary Man sia prodotto da Louis Bell e Andrew Watt, che non sono produttori metal o hard rock, manco per niente. È gente che di solito mette le mani sulla roba di Cardi B o di ….Justin Bieber (!), ma la questione non ci crea troppi spasmi. Anzi, è un esperimento interessante, da laboratorio, che rimette in gioco una carriera (fortunatamente a mettere le mani sui mix, ecc, c’è un bel po’ di gente, tra i quali anche un insospettabile Alan Moulder): e dobbiamo dire che – già da Ordinary man, la sua title track- ha il sapore di testamento. IL testo parla chiaro:

«Yes, I’ve been a bad guy / Been higher than the blue sky / And the truth is I don’t wanna die an ordinary man /I’ve made momma cry / Don’t know why I’m still alive / Yes, the truth is I don’t wanna die an ordinary man

Many times I’ve lost control / They tried to kill my rock and roll / Just remember I’m still here for you / I don’t wanna say goodbye / When I do, you’ll be alright / After all, I did it all for you».

E via così, in un turbine di malinconie e di richieste sul letto di morte, cantate assieme ad un altro personaggio ex spericolato, Elton John, super ospite: certo ci commuoviamo e ci preoccupiamo, però in un certo senso potrebbe essere anche uno sfogo, un modo per allungarsi la vita, come se a parlare fosse il rock stesso che si rifiuta di cedere. Piuttosto che gettare la spugna, ingloba appunto i produttori della musica “commerciale”, ma di mezzo non si leva. Ricordatevi insomma che lui, il rock, vi ha creato e che certo non vi lascerà in preda ai dubbi: magari con i buffi sì, ma il resto scordatevelo. Lo diceva anche Bennato, «non ebbi dubbi solo sul rock n roll», e Ozzy in questo disco vuole darci certezze. A parte la title track, in cui il Nostro confessa che di diventare un uomo qualunque non gli passa neanche per l’anticamera del cervello (e tutta la sua carriera si è basata nello scampare quello che è il destino di molti che si arrendono lungo la via), il disco è un lungo viaggio all’interno della storia di Ozzy. Anzi più che all’interno, all’inferno della sua storia.

Ma non parliamo solo della storia in quanto passato: il racconto dell’album in questo caso tratta dell’Osbourne di oggi, posto nella realtà del mondo, che non si piega al potere, neanche a quello della melanconia. Il brano Straight to Hell in questo caso è formidabile: una metafora del sistema che ci manipola e ci porta alla rovina senza che ce ne rendiamo conto. Il video sembra girato in questi giorni di rivolta a Minneapolis, e la prima cosa che ho pensato è stata “minchia Ozzy ma che c’hai la macchina del tempo”? Si svolge, infatti, evocando una rivolta di popolo contro gli sbirri, e nel video Ozzy è il master of ceremony degli scontri, non si muove di un millimetro ma anche se sta a pezzi fisicamente, emana una forza da sciamano.

Basterebbe anche che sollevasse solo un dito per far esplodere la bomba degli ultimi fotogrammi: il pezzo è un massiccio brano heavy rock che ricorda gli esordi sabbathiani, a base di riff tosti e compagnia bella, ma non sa d’imitazione, quanto di urgenza. Come anche All my life, in cui candidamente il Nostro fa una chiara seduta psicologica rivelando le debolezze di una vita, tra alcolismo e falsi sorrisi, confessando di aver vissuto tutta la vita nel concetto di “ieri” per non affrontare la realtà: ma ora è tornato in pista e vuole prendere di petto l’inferno dell’oggi, perché oramai “nessuno lo potrà salvare ma non potranno comunque cancellarlo”.

Il brano è tra la ballad metal e sapori dark/goth, sapientemente equilibrato per essere anche accessibile a chi di metal non capisce un cazzo, per l’ariosa melodia che rivela che sì, alla fine Ozzy ha sempre saputo come trattare con la musica pop: l’ha sempre fatta, tutto sommato, ma si è inventato il doom come ….il microonde, è capitato, pensa te la vita. Goodbye continua nella linea degli indizi rispetto a una probabile dipartita del Nostro, convinto di finire in purgatorio dove sono situati “tutti i suoi amici”: qui si passano in rassegna credo decenni di musica pesante, tra metal, hard rock, grunge, nu-metal, punk e crossover, tutti frullati in 5 minuti e 34 con un’intensità esplosiva.

L’odissea abissale di Ozzy continua con Under the graveyard, che è il riassunto dei suoi bad habits di gioventù, corredato da un video onestamente commovente, per quanto pleonastico, in cui Jack Kilmer interpreta un Ozzy pischello perso nei suoi mostri che cerca di sconfiggere con l’oblio di droga, alcool e sesso. Il video straborda di riconoscenza per la moglie Sharon, che è riuscita a tirarlo fuori da una spirale di autodistruzione: il testo invece è un monito per tutti quelli che credono di farla franca ammazzandosi senza riuscirci (che poi il problema è quello, mica il suicidio in sé), e la frase «under the graveyard we are rotting bones», nella sua schiettezza da vecchio saggio, dice tutto.

In questo caso, musicalmente non poteva che vedere in azione alcuni tra i pupilli più famosi di Ozzy (e dalle abitudini ecco… non proprio salutiste): Duff McKagan dei Guns N’ Roses al basso e Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers alla batteria, presenza fissa in tutto l’album e coautori di gran parte dei pezzi. Nei precedenti brani, alla chitarra, invece appare anche un altro Guns sobrissimo, il riccioluto Slash: non è il solo ospite d’onore alla sei corde. Abbiamo anche la comparsata di Tom Morello in un paio di brani più in là, che comunque mantengono come argomento l’allucinazione, l’alienazione e via dicendo: per esempio Little Green Man, che è una canzone sugli …alieni! Sorprende che il vecchio Ozzy guardi ancora il cielo cercando marziani, come se leggesse fumetti ogni giorno, nonostante la veneranda età.

Certo, brano simpatico ma a livello musicale è un po’ troppo “rocketto per teenager,” non regge, ma mette in evidenza il fatto che alla fine a Ozzy ha sempre interessato fare concorrenza a McCartney. In quanto beatlesiano perso, potrebbe appunto essere un pezzo del baronetto quando è in vena di cazzarare. L’altro brano con Morello è It’s a raid, che a proposito di pop, mainstream, ecc, vede la partecipazione anche del famigerato Post Malone, il trappettaro con cui il nostro Ozzy ha collaborato prima di questo disco e che si è portato il suo pericoloso (nel senso di rovinare tutto, chiaramente) team di producer nella costruzione dell’intero progetto Ordinary Man. Il pezzo è bizzarro, ancora una volta in odore di sixties nelle melodie, ma zozzo quanto basta e smetallone per rimanere nel filone dei pezzi “verità” del disco. Chiaramente narra di un raid della polizia alla ricerca di droga, e Ozzy recita (forse prevedendo il problema della droga in lockdown) questi profetici versi:

«Hideaway, I’ve been locked up for seven days / I’m never coming out / Everybody wants me / Everybody wants me».

Quando si tratta di roba autobiografica, evidentemente il Nostro dà il meglio di sé. Ma a parte gli alieni, Ozzy si interessa anche di cannibalismo, come in Eat Me: qui un’armonica blues introduce un basso squaquerone, ed è subito metallo. Dicevamo cannibalismo: almeno questo hanno detto alcuni critici, come se Osbourne stesse “pazziando” con storie di pentoloni, anelli al naso e strani riti antropofagi, vedendoci forse una strizzata d’occhio ai mondo dei movies. In realtà Ozzy parla della sua malattia, che se lo sta mangiando dell’interno. Altro che Covid-19, qui ci troviamo nella zona rossa del coraggio, Ozzy che parla duro al suo Parkinson/carnefice, prendendolo anche per il culo nonostante si descrivano le pene della situazione.

Un brano intenso, vero, e con delle progressioni molto interessanti, che a prescindere dai gusti ti arriva in fronte, pane al pane. Today is the end si apre come i vecchi Metallica di Enter sandman, ma la spiacevole sensazione di muffa migliora quando il Nostro apre bocca per tirare fuori le sue solite melodie sbilenche. Peccato che, anche se ci sono dei momenti piuttosto magnati e zozzi, poi il pezzo venga rovinato per uno stacco ancora una volta teenage rock che starebbe meglio in bocca a gente tipo Jimmy Eat World che a lui. Prezzo da pagare per mettere insieme vari mondi sonori è che la ciambella non esca proprio col buco, e si teme che questo buco sia più largo della ciambella.

Ma poi abbiamo Holy for tonight, una ballata intensa e dalle melodie suadenti a proposito di una conversione sul letto di morte, che pareggia la bilancia. Ancora una volta, quindi, torniamo al discorso della dipartita da questa terra, con le tenebre che si aprono al pensiero di abbandonare una vita in cui si è fatto solo lo schifo, andarsene da soli col terrore che poi, nell’aldilà, te la faranno pagare. Chiudono il disco due bonus, una è Take what you want di Post Malone, che vedeva il feat di Osbourne: un pezzo che possiamo pure dimenticare senza problemi, a parte – ovviamente – la voce di Ozzy, e con tutta onestà non se ne sentiva la mancanza. Nell’edizione giapponese possiamo ascoltare anche Darkside blues, un delizioso ritorno alle origini, armonica e slide guitar, in cui Ozzy si trasforma in un bluesman senza fronzoli, per la lunghezza di appena un minuto e ventiquattro secondi: il cerchio si chiude. Giunti alla fine dell’ascolto, Ordinary Man non è un capolavoro: ma nonostante la liason pericolosissima con il mondo trap rock, rimane una roba di Ozzy in cui il Nostro si toglie qualche masso dal cuore, e con quella voce e quel feeling può cantare tutto, anche la réclame di un negozio di scarpe con i tacchi.

Il suo messaggio finale è chiaro, soprattutto in tempi come questi: non dobbiamo avere paura, perché la vita è fatta di errori e il segreto per non farsi uccidere da lei è affrontare con coraggio i propri fantasmi, i propri disastri, uscendone non dico invincibili, ma all’altezza della situazione: è finita l’era dello struzzo. Non è però il testamento definitivo, state tranquilli. Pare che stia già preparando, indefesso, il sequel, che sarà pronto nei prossimi mesi: e sicuramente sarà la bomba definitiva. Perché lo dice lo stesso Ozzy: «Io vengo dalla classe operaia, odio deludere le persone».

Maestro, non potrebbe mai farlo neanche se lei fosse un …“ordinary man”!

31 Maggio 2020
31 Maggio 2020
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