The Wake-Up Bomb: Brexit, Donald Trump e altri risvegli

“Senza questo c…. di Twitter non sarebbe mai successo”. Con questo tweet il giornalista Federico Fubini (La Repubblica) ha vinto, per quanto mi riguarda, il premio di tweet più inquietante del giorno, in un giorno di per sé piuttosto irrequieto anzi tumultuoso. E’ inquietante quel tweet perché, pur non trovandomi d’accordo nella sostanza, allude a un aspetto delicato della faccenda. Una grossa faccenda, che potremmo riassumere così: non ce la stiamo raccontando giusta. Mi riferisco alla visione del mondo ai tempi di Twitter, Facebook e compagnia social, sulla cui neutralità siamo legittimamente tenuti a sospettare. Le timeline sono infatti il risultato evidente di algoritmi finalizzati a renderci sempre più fidelizzati e quindi produttivi rispetto alle logiche imprenditoriali del social stesso. Una fedeltà che si ottiene organizzando un ambiente confortevole, nel quale l’utente si riconosca, si identifichi, a cui senta di appartenere.

In soldoni, si tratta di apparecchiare una timeline che lusinghi l’utente con un flusso di conferme rispetto alle sue convinzioni, all’interno del quale gli elementi di disaccordo sono sì presenti ma funzionano da mezzi di contrasto, definiscono i confini, i limiti, i contorni di ogni account-personalità-ambiente. Quegli algoritmi funzionano molto bene, certo, perché chi ne ha messo a punto il codice aveva noi nel mirino, ovvero gli input che eravamo pronti a fornirgli. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Letteralmente. Continuamente. Non so voi, ma dalle mie timeline ne esce una figata di mondo. Un mondo in cui otto individui su dieci ascoltano della gran musica, quasi tutti adorano Bukowski e McCarthy, razzismo e sessismo sembrano echi di un tempo lontano, e nessuno si sarebbe augurato di vedere Donald Trump alla guida degli USA.

Al netto del misterioso lavorio degli algoritmi, l’autore di questa mia realtà egoutopica sono principalmente io. Selezionando i contatti – le amicizie e i follower – e manifestando le mie preferenze, ho finito per architettare una realtà accomodante, una caricatura bonaria, una messinscena rilassante. Non che ovunque la si pensi come me, anzi: tuttavia esistono flussi predominanti rispetto a tendenze per loro natura soggette ad una automatica impopolarità social, e a quei flussi le mie “scelte” finiscono per adeguarsi come se fossero appunto scelte. Stare dalla parte di Trump o della Brexit è sembrata a lungo un’opzione naturalmente impopolare, almeno se si è guardato il mondo dall’oblò dei social. La sensazione è che si stia definendo un neo conformismo illusorio, che trova facile fondamenta sulla pratica del politically correct come dress code da far indossare al proprio sé-profilo-avatar, in conseguenza del quale certe angolazioni, opinioni, prese di posizione sono da considerarsi inaccettabili, escluse dal novero delle opzioni percorribili, destinate perciò ad una deprecabile marginalità. Una situazione che non riflette – ovviamente e ahinoi? – l’effettivo stato delle cose. Eppure giorno dopo giorno, ora dopo ora, milioni di scelte individuali definiscono profili che tendono ad adeguarsi a questa visione addomesticata della realtà, determinando uno sfasamento percettivo che coinvolge tutto il famigerato “popolo del web”. Una visione, ripeto, che si fa irrobustire dalle campane contrarie identificandole coi meme provocatori, smorzando le possibilità di analisi e critica con il clamore degli eccessi sloganistici: riducendo l’avversario a una caricatura di avversario, come nei periodi bellici si fa col nemico.

Individualmente quindi tendo a compiere scelte che contribuiscono ad irrobustire una visione collettiva delle cose che tende a distaccarsi dalle cose. Una piattaforma esistenziale parallela sulla quale volontariamente e con diversi gradi di consapevolezza ci trasferiamo ad esercitare il nostro spirito critico (e ludico). Individualmente insomma, utilizzando ogni intersezione di tempo libero – sovrapponendo, compenetrando, confondendo il “tempo libero” con il “tempo condizionato” – finisco per illudermi, malgrado quel po’ di lucidità che può opporre la ragione (concedetemene), che tra mondo reale e timeline non ci sia poi tutta questa distanza. Finisco per crederci, come è naturale credere a quello che si vive ogni giorno. Poi arriva il momento di aprire gli occhi. La doccia fredda: e non è altro che la realtà. I più ascoltano Jovanotti, Bukowski è moltissimo citato e pochissimo letto, nessuno si dichiara razzista “però… “,  e Trump viene acclamato Presidente degli USA. C’è da dire che le docce fredde sono salutari, almeno per come ti obbligano a ricombinare i pensieri. A rimpossessartene. Lo ha fatto il caso Brexit qualche mese fa, lo fa oggi l’elezione di Donald Trump: entrambe le situazioni hanno sorpreso tanto gli individui quanto i media più avveduti, che si erano spinti fino a manifestare una preoccupazione di prammatica, mai realmente convinta. Anche laddove le analisi osavano scavare più in profondità, sembravano ubbidire ad un inconfessato bisogno di rassicurare (in direzione anti-Brexit e anti-Trump), come se la spinta vettoriale delle tendenze social attirasse nella propria scia anche chi (analisti e opinionisti tra i più autorevoli) dalle dinamiche dei social dovrebbe teoricamente stare fuori. Ma si sa ormai che si esiste solo in quanto condivisi, taggati, hashtaggati: il momento della pubblicazione vive (più e più volte) nella ridondanza delle condivisioni, e a quelle pertanto mira.

Anche coloro ai quali non sarebbe richiesto, almeno in linea teorica anzi ideale, un contributo al dibattito, e sembrano – sembrano – farlo a proprio rischio e pericolo, è capitato di finire invischiati in questo smarrimento di prospettive. Springsteen, Madonna, Lady Gaga, Beyoncé e il di lei consorte Jay Z hanno praticato un endorsement gioioso (ai limiti del goliardico, vedi le promesse di fellatio della Ciccone) per la presidente in pectore Clinton, quasi fossero i portavoce naturali non di una parte politica ma di un’onda di consenso popolare, di una marea che si alzava per tenere alto il galleggiante della Storia. Anche grazie a questo parterre artistico, se così possiamo dire, Clinton presidente USA sembrava l’esito naturale di ogni istanza culturale, politica, evolutiva. Invece, le voci del Boss e compagnia cantante si sono prestate a una causa osteggiata – come poi si è visto – dalla metà di un Paese incarognito, a torto o a ragione. Il risveglio deve essere stato particolarmente brutale. Un risveglio bomba, come cantavano i benemeriti R.E.M. qualche annetto fa.

In questo scenario, le voci fuori dal coro – vedi soprattutto il caso di Clint Eastwood, e tralasciamo i Chuck Norris o una Loretta Lynn – tendono a una sorta di marginalità che, come già detto, sembra muoversi già preventivamente circoscritta, disinnescata, perciò anch’essa rassicurante. Di Eastwood si è persino arrivati a dire che la sua scelta di campo fosse dettata da debolezza senile, per non dire di peggio. Invece, guarda un po’, forse il vecchio Clint ha ancora qualcosina da insegnarci riguardo agli umori profondi della società USA. Perché, come ci raccontano da anni i naufragi dei sondaggisti, la realtà continua a muoversi su frequenze proprie. Esiste di per sé. Esiste come se i sondaggisti, i social e i media (vecchi e nuovi) dovessero limitarsi a raccontarla. Esiste cioè una realtà, la realtà, che rifiuta di essere il contenuto impazzito dell’epoca della turbo-informazione. E che di questo rifiuto può impazzire.

10 Novembre 2016
10 Novembre 2016
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