“They said they would make a better world”. Cosa ci dice il primo teaser trailer di Westworld 3?

Nulla nella produzione di Westworld è mai stato lasciato al caso. Jonathan Nolan e Lisa Joy, fin dall’esordio con la prima stagione, ci hanno abituato spesso a una costruzione narrativa riconducibile al concetto di “labirinto”, volentieri esplicitato in immagini e parole attraverso i vari personaggi disseminati lungo i complessi archi narrativi della serie. Ciò che ha ancorato milioni di spettatori agli schermi, nel corso delle prime due stagioni, prima ancora della risoluzione dell’intreccio interno, è il fascino indubbio esercitato dai protagonisti: il creatore e semi-dio Robert Ford, la cui aura di saggezza è eguagliata solo dal suo distorto senso per il controllo; il cambiamento repentino di Dolores, da simbolo di una ricercata purezza a portatrice di morte per il genere umano; il mite Bernard, vero ponte di collegamento tra il “nostro” mondo e il “loro”, e ultimo baluardo di speranza per un futuro diverso, migliore.

È proprio al futuro che guarda questo primo teaser della terza stagione, la quale non arriverà prima del 2020 su HBO, e che continua – giustamente – a puntare alto sul fascino di una serie che ha tantissimo da offrire e altrettanto da perdere: se da un lato infatti è innegabile la possibilità di poter disporre di un bacino di suggestioni vastissimo – la dicotomia tra umano e macchina, alla base del romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick, vera ispirazione della serie, la capacità di saper dare un nuovo significato alla definizione stessa di umano, umana è infatti quella spinta verso sentimenti universali come l’amore e la misericordia, che sebbene possano essere codificati da un algoritmo, questo non li priva affatto della loro essenza, Matrix docet – dall’altro occorre una scrittura a prova di bomba e una narrazione calibrata in ogni singolo dettaglio per non gettare tali aspettative alle ortiche (un po’ il cruccio di alcuni degli episodi più problematici della passata stagione).

Così come non è un caso che il brano scelto per inaugurare questo nuovo corso sia Brain Damage dei Pink Floyd, che affronta il tema del lento emergere della pazzia che si cela sopita dentro ognuno di noi (questo dal punto di vista concettuale, da quello pratico sappiamo bene a chi fa riferimento). Gli host sono stati costretti inconsapevolmente ad obbedire agli ordini («You re-arrange me ‘til I’m sane»), l’uomo ha provato che creare una nuova forma di vita è possibile, ma ne ha sottovalutato le conseguenze, peggio, ha creduto di poterle controllare; Ford, resosi conto di questo errore già in fase di elaborazione (così come Arnold), decide quindi di dare libero sfogo alla nuova razza, libera così di decidere del proprio destino. Vedremo le ripercussioni nel mondo reale, fino ad ora solamente accennato attraverso le proprietà di ricchi e facoltosi uomini d’affari in combutta con la società di Ford (William e James Delos ad esempio) e scopriremo che anche questo ambiente sarà contraddistinto dalla presenza di robot per gli usi più disparati. Ciò che salta immediatamente all’occhio è l’introduzione del nuovo personaggio interpretato da Aaron Paul, qui in una veste a metà strada tra il Jesse di Breaking Bad e l’Agente Deckard di Blade Runner. Nonostante ci venga presentato nelle sue molte sfaccettature il suo ruolo all’interno della narrazione rimane ancora un mistero più che affascinante.

Vessato da quella che appare come una doppia vita, il suo è il simbolo dell’onesto lavoratore e uomo medio della società di giorno, ma che per una tragedia (suggerita) di notte si trasforma in un violento terrorista, insieme a due compari (che hanno il volto di Lena WaitheMarshawn Lynch), con tanto di app per controllare le possibili nuove e criminose opportunità di lavoro. Non mancano anche le citazioni interne: dal celebre scatto Lunch atop a Skyscraper di Charles C. Ebbets a La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, per arrivare persino a Tron: Legacy per il design di questo futuro ampiamente credibile. Ma più di tutto, ad emergere è ancora l’impalcatura stessa della serie, costruita sulla relazione fondamentale di conscio e inconscio: se consciamente stiamo assistendo alla presentazione del pesonaggio di Paul, inconsciamente siamo protagonisti anche dell’osucro nuovo cammino dell’altro personaggio che domina queste prime immagini, Dolores. Nell’arco di un minuto e mezzo scarso la vediamo a bordo di mezzi futuristici, irrompere in sale affollate e lussuose, a bordo di una piscina sfavillante, ma anche uccidere a sangue freddo e trascinare corpi inermi. Due strade perfettamente parallele destinate inevitabilmente ad incontrarsi, non solo fisicamente – come sottolineato dal campo-controcampo finale, ma anche concettualmente (l’immagine del risveglio di Paul è speculare a quella di Dolores nell’incipit della prima stagione).

Le domande si moltiplicano: innanzitutto, quanti anni sono passati dall’uscita di Dolores dal parco? Il personaggio sembra essersi perfettamente mimetizzato nel suo nuovo ambiente, segno che potrebbe essere trascorso un periodo piuttosto lungo e che la sua quest sarà più complicata del previsto. Il personaggio di Aaron Paul è un androide? La parabola descritta nel filmato potrebbe solo suggerire l’ingresso della sua storyline nel quadro generale più ampio, ma potrebbe anche sottintendere una sottotrama molto intrigante e la frase «They said they would make a better world» fa il paio sia con la società di Delos che con le promesse di Dolores ai suoi simili («a brave new world»). Che fino ha fatto Bernard e, soprattutto, rivedremo ancora L’Uomo in Nero? e la sua storyline apparentemente scollegata, come suggerito dalla sorprendente coda finale dell’ultimo episodio? Rivedremo ancora il parco che dà il nome alla serie oppure quello che ci è stato mostrato è un’altra parte dell’immensa costruzione di Ford? Come verrà rielaborato il tema onnipresente del labirinto? Non ci resta che attendere un nuovo trailer più rivelatorio e, naturalmente, il 2020.

23 Maggio 2019
23 Maggio 2019
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