Jeff Buckley, il fantasma, i palcoscenici.

L’espressione “grattare il fondo del barile” sembra che sia stata inventata per connotare le strategie delle ristampe rock. È così da un sacco di tempo e lo sarà sempre di più, considerata la fame di “eventi” in grado di colpire l’immaginario giustificando gli investimenti del caso. Accade in particolare con certi artisti. Vedi su tutti Jimi Hendrix, la cui eredità è stata palleggiata fin da subito tra opposte fazioni impegnate a fare di tutto per perpetuarne nella maniera più consona la memoria, irrobustendo accidentalmente i propri bilanci.  Nel caso di Hendrix però tutto quello che è venuto dopo può (deve) essere messo nella prospettiva di un “prima” che, seppure in pochissimi anni, ha lasciato un’impronta indelebile per le sorti della cultura a cavallo tra 60s e 70s, in particolare ovviamente per la storia del rock. Venendo a Jeff Buckley, invece, abbiamo un solo album. Meraviglioso. Uscito nel 1994, forse l’anno più florido di quel decennio, tra un Crooked Rain, Crooked Rain e un The Downward Spiral, tra un Mellow Gold e un Dog Man Star, tra un Definitely Maybe e un Superunknown, tra un Let Love In e un Monster. Fu anche l’anno del suicidio di Kurt Cobain, l’ultima grande icona prodotta dal rock anche in virtù di quel “martirio”.

Interessante, il confronto tra Jeff Buckley e Kurt Cobain: quest’ultimo rocker fino al midollo, benedetto da un enorme successo in vita, trasformato dalla morte in un logo per inquietudini giovanili reperibile nello stesso catalogo mentale di un Jim Morrison e di uno Ian Curtis (il frontman dei Joy Division nel reparto un pizzico più elitario), tutti tanto profondi e “alternativi” in vita quanto buoni oggi per comparire sui pigiamini dei figli poppanti, come ben argomenta Giancarlo Frigieri in Taglialegna. Buckley, invece, in vita è relegato in una dimensione più ristretta, nel culto diffuso degli appassionati. Dopo la morte e col tempo, tuttavia, il suo culto si allarga, esonda, ottiene sempre maggiori riconoscimenti, fino a guadagnare addirittura il ruolo di riferimento dichiarato per i concorrenti dei talent show (soprattutto per la sua versione di Hallelujah).  Con gli anni, insomma, una delle caratteristiche della sua musica ha preso campo nell’immaginario collettivo: l’attitudine popular, quell’immergersi senza preclusioni, con spirito divertito e umorale, nel canzoniere soul, rock, folk, blues e jazz. Di Jeff possiamo dire, senza temere di mancare di rispetto alla sua memoria, che fosse più un grande interprete che un grande autore. Lo sostengo convintamente pur amando come poche altre cose pezzi scritti totalmente di suo pugno come Last Goodbye, Eternal Life e – soprattutto – Lover You Should’ve Come Over. Era interprete, sì, nel senso più completo e complesso del termine, perché capace cioè di piegare i pezzi all’umore, alla labirintica accumulazione di senso negli anni, previo contatto con la sua sensibilità e attitudine, il tutto filtrato dalle spaventose capacità vocali. Buckley entrava nella canzone e la faceva entrare dentro di sé, restituendola carnosa, vibrante di travaglio espressivo, qualcosa che non può accadere senza ferite, sussulti, brividi. Vedi Hallelujah, ovviamente, che deve più alla versione di Cale che non all’originale di Cohen, ma vedi soprattutto quel miracolo timbrico e di arrangiamento che è Lilac Wine, che trasfigura liricamente quello che nella versione dell’adorata Nina Simone era essenziale, crudo. Il miracolo che riusciva così bene a Jeff Buckley era trasformare la naturale propensione all’eccesso della sua formidabile voce in una manifestazione calda, naturale, congrua in qualche modo al rapimento totale che voleva mettere in scena. Era come se in ogni canzone volesse dimostrarti l’enorme amore che provava per quella canzone, per le belle canzoni, per le grandi voci, per il cantare.

Questo spiega piuttosto bene il motivo per cui sia diventato col tempo una sorta di nume protettore dei talent show, senza tuttavia riuscire a diventare icona vera, popolare: perché stava tutto nelle sue canzoni. Anche la sua morte, così misteriosa, non ha la definitiva tragicità di Cobain, non è l’esito di un percorso esploso come una condanna, un dito puntato al cuore del sistema. Quella di Buckley è stata una dissolvenza di cui si sono accorti in pochi. Se travaglio e dramma ci sono stati, non hanno oltrepassato la sfera personale o al massimo artistica. Inevitabile che tanta qualità col tempo sfondasse anche gli argini dei media italiani, tipo goccia contro pietra, un po’ come è capitato a Nick Drake (un altro che si è reso artefice di una cupio dissolvi niente male), piazzando cioè canzoni come colonna sonora di spot ad intensa rotazione (Last Goodbye per la TIM).

Alla luce di tutto ciò, l’uscita di You And I potrebbe avere un senso, almeno sulla carta: dieci demo, di cui due di originali ed il resto cover. Il tutto inciso nei primi mesi del 1993, quando Buckley si era già guadagnato il contratto con Columbia e stava sparando proiettili traccianti che lo avrebbero portato alla calligrafia che conosciamo. Chitarra e voce, una versione pulita – se vogliamo – di quello che faceva in quegli stessi giorni negli show così precari e febbrili in locali quali il Sin-é di New York. Non a caso, nella legacy edition del Live At Sin-é è contenuta una versione di Just Like A Woman del tutto simile a quella che apre la qui presente raccolta. Quel lirismo trattenuto che suggerisce una ricerca spasmodica di misura, tutto un incontenibile crogiolo di chiaroscuri nel petto: bellissima. Bellissima, certo. Ma in questa come nelle altre cover – due degli Smiths, The Boy With The Thorn In His Side e I Know It’s Over, quindi gli Sly and The Family Stone di Everyday People, i Led Zeppelin di Night Flight, quella Calling You di Bob Telson anch’essa presente nel Live at Sin-é… – non trovi quel senso di testimonianza vitale, di scarto che illumina, la flagranza del genio. Sono appunto prove in studio dove prevale una certa, gradevole professionalità, cantate come a voler mostrare possibili direzioni, ipotesi di lavoro. Ciò è tanto più evidente in Grace, cui manca quell’urgenza di esprimere oltre il canovaccio che ad esempio nelle versioni live coeve – fare sempre riferimento al Sin-é – traspare in maniera formidabile.

Alla fine la traccia più interessante è quella Dream Of You And I che rivela, con la sua natura di work-in-progress, i dubbi di un artista in mezzo al guado creativo (il pezzo uscirà come You and I nel postumo Sketches For My Sweetheart The Drunk). Un interesse, appunto, documentaristico. Resta da chiedersi quindi il senso di questa operazione, pur accettata come legittima la volontà di spremere soldi ai completisti e agli appassionati semplici. Il primo retropensiero, un portato pressoché inevitabile delle prime sensazioni d’ascolto, è che questo Jeff Buckley così pulito, mai tanto meramente tecnico, quasi timoroso di dare sfogo a tutta la selvatica esuberanza di cui era capace – e sappiamo quanto – coincida in maniera funzionale all’immagine dell’icona Buckley che campeggia come un fantasma del palcoscenico nei talent show. Probabilmente, dovendo puntare a quel target – il più grosso possibile – non si poteva pensare a materiale più indicato, così adatto a pasturare un’immagine, un’idea sedimentata, e poco incline a scossoni per l’anima.

Forse è solo una sensazione, ma se ci fosse del vero non sarebbe certo la prima volta – né la più pesante – che la prassi pervadente dei talent show modifica i parametri discografici. Il gusto. Il sentire. Il rischio, a questo punto, è che le ricadute siano anche retroattive. 

8 Marzo 2016
8 Marzo 2016
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