Westworld, commento all’episodio 2×08 (“Kiksuya”)

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

Succede spesso che una serie televisiva decida di deviare, incastrando furbamente una pausa subito dopo una manciata di episodi scoppiettanti e poco prima del finale. Si dilata il climax sia per scavare a fondo nei retroscena del racconto sia per aumentare la curiosità dello spettatore affezionato e smanioso di rivelazioni. Ecco che allora spuntano nuovi dettagli, nuovi punti di vista, nuove angolazioni da cui guardare, nuove direzioni possibili, il tutto per migliorare le già resistenti basi di un’architettura complessa che si è costruita nel corso del tempo e che, almeno nel caso di Westworld, non ha ancora mostrato particolari segni di cedimento.

Bisogna ammettere però che dopo i due precedenti episodi, che hanno visto il sorprendente ritorno di Ford e il tanto agognato ritrovamento della figlia di Maeve, questo ottavo episodio rischia di passare totalmente inosservato, sebbene dia per la prima volta un’articolata profondità alla temuta tribù della Nazione Fantasma. Forse è giunta sugli schermi troppo tardi, visto l’andamento frenetico dell’intera stagione (frenetica se confrontata con la giustificata lentezza della prima), ma la tormentata storia d’amore che lega Akecheta (Zach McClarnon è praticamente perfetto) e Kohana (Julia Jones) rappresenta uno dei picchi emotivi più alti della serie, dimostrando ancora una volta quanto i robot possano essere «più umani degli umani».

Allontanatosi dall’oscurità incarnata da Dolores e messi fuori gioco i due contendenti (Maeve e William) di quello spietato duello iniziato in una vita precedente, l’occhio riflessivo degli sceneggiatori di Westworld ha deciso di guardare verso coloro che non hanno mai avuto un ruolo di rilievo nella storia, ma sono sempre stati un’inquietante presenza anche nell’assenza. Creati in modo da spaventare i guests più impavidi, i silenziosi e sanguinari indiani della Nazione Fantasma uscivano improvvisamente dagli “angoli ciechi” del parco, si confondevano nella natura in attesa dell’attacco e incarnavano il semplicistico ruolo di portatori di morte, ma già in un frammento di un episodio passato si era potuto constatare che qualcosa non quadrava nel loro comportamento e il non avere ucciso nessuno dei loro prigionieri (compresi il capo della sicurezza Stubbs e la figlia di William) aveva fatto ragionare sulla possibilità che il misterioso “nuovo gioco di Ford” comprendesse anche loro.

«We’re living in the wrong world». La conferma definitiva è arrivata proprio durante il lunghissimo flashback che occupa lo spazio dell’intero episodio, alimentato dalle poetiche parole che il capo tribù Akecheta decide di “donare” alla figlia di Maeve: come un traghettatore di anime a cui hanno tolto l’amore della sua vita e a cui «è stata innestata un’idea simile a un virus» (sempre più speculare a Inception), il suo obbiettivo è lasciare quel «mondo sbagliato» e condurre gli abitanti del parco verso il «nuovo mondo», raggiungibile solo attraversando la misteriosa porta alla fine del labirinto. La ricerca della libertà (di amare, di scegliere, di vivere…) accomuna tutti gli androidi ed è solo il modo con cui intendono raggiungerla che li differenzia e li costringe a percorsi diversi.

Tra inquadrature pittoriche, dialoghi carichi di spiritualità e brevi accenni a quella che è stata la condizione dei nativi durante la conquista dell’Ovest, i creatori di Westworld si riconfermano esperti in materia, arricchendo il quadro generale della loro fantascienza con ulteriori citazioni provenienti dall’infinito catalogo visivo e letterario prodotto nei secoli scorsi: a più riprese infatti si ritrova l’immaginario creato dalla pittura romantica di metà Ottocento, le teorie di cinema che si sono accumulate intorno alla figura del nativo come espressione diretta del paesaggio (perché «esso stesso è paesaggio»), le grandi storie che lo vedono come simbolo del «vecchio e selvaggio mondo» e che perisce nel veloce realizzarsi della «crudele modernità». Ed è proprio nella scena in cui si affaccia sulla Valley Beyond, la voragine dominata dal tecnologico centro operativo del parco, che si capisce che tutta questa enorme eredità si trova sulle spalle di Akecheta (e nella recitazione di McClarnon), lui che alla fine dei conti è uno dei più importanti archetipi del genere perché rappresentante della romantica e malinconica anima di un mondo a noi lontanissimo.

4 Luglio 2018
4 Luglio 2018
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