La forza del rumore. Intervista a Noisekraft
-
Luca Roncoroni
- 10 Maggio 2015
Noisekraft è il progetto musicale di Marco Cella, una miscela sonora nebbiosa e ricca di sfaccettature che accoglie nel proprio sound oscure divagazioni noise, distensioni ambient e scorie shoegaze, il tutto permeato da una forte attitudine lo-fi. Lo abbiamo intervistato in occasione della pubblicazione del suo secondo lavoro sulla lunga distanza, The Neverending Nothing (recensione su SA), uscito per l’italiana e indipendente Genesi 57.
Da dove nasce il tuo moniker? Ha qualche significato particolare?
Il mio nome artistico nasce dalla fusione delle parole “noise” (in inglese “rumore”) e “kraft” (in tedesco “forza”). Lo scelsi molto tempo fa per questa sua stravaganza linguistica e il suo esprimere allo stesso tempo energia e suoni non convenzionali, quelli che normalmente vengono chiamati rumore.
Come hai iniziato a fare musica?
Nella mia famiglia la musica ha sempre avuto un grande ruolo, e in casa mia non è mai mancato un giradischi fornitissimo di tutti i generi: da John Coltrane ai Depeche Mode, dagli Eagles a De Andrè. All’età di sei anni ho iniziato a suonare la chitarra dopo aver visto su MTV il video di Creep, e pian piano l’hanno seguita tutti gli altri strumenti con cui produco oggi (piano, basso, ecc…). Un passo importante, per me, sicuramente è stata la scoperta di quella musica elettronica “non dance” (chiamiamola così): quindi Björk, Aphex Twin, Squarepusher, Burial, ecc. Forse però l’idea di fare musica completamente mia è dovuta all’esigenza di esternare le mie emozioni più intime. Da questo punto di vista tratto la musica nel suo concetto più primitivo, quello di forma d’arte, di espressione personale delle sensazioni.
The Neverending Nothing mi sembra un disco con una forte attitudine lo fi. Da dove nasce questa impronta?
É una “filosofia” produttiva che ho abbracciato da qualche anno. Spesso capita di sentire un disco, magari suonato bene, ottimo sia a livello compositivo, sia di esecuzione, che però risulta “freddo”; uno squilibrio enorme fra la band che suona e come poi risulta su disco. Questo, secondo me, è dovuto a due fattori: l’eccessiva digitalizzazione della produzione e l’eccessiva ricerca della pulizia sonora. Naturalmente non sto dicendo che tutta la tecnologia musicale moderna andrebbe abolita, però a mio avviso dovrebbe essere usata insieme a quella passata per ottenere il risultato migliore. E poi siamo sinceri, la saturazione calda ed armonica che dà un nastro non riuscirà mai ad essere replicata da un plug-in. É il motivo per cui il 60% dei dischi passati suona più “umano” di quelli attuali.
Chiarissimo. Questo discorso è anche un po’ una delle idee che stanno dietro a Ghost City Collective, di cui fai parte. Puoi parlarci di questo collettivo e dei suoi percorsi?
Sia io che Marco, che probabilmente su questi lidi conoscerete meglio come Ankubu, il fondatore del collettivo (qui l’intervista per SA), abbiamo idee simili sul lo-fi e l’etica “do it yourself”. Riteniamo che un prodotto fatto a mano, da poche ed intime persone, sia più diretto ed umano rispetto magari ad un disco confezionato per la vendita di massa. Si cerca di abbattere quell’odioso muro che divide artista e pubblico.
Tornando al tuo disco, l’ho definito in sede di recensione un caleidoscopio di shoegaze, noise e ambient, con alcune aperture melodiche ed echi di esplosioni sludge. Ti ci ritrovi? Come definiresti la tua musica (anche se ovviamente definirla comporta porre dei limiti e operare delle semplificazioni)?
È un gran casino, definire la musica. Un recensore una volta addirittura ha definito il mio precedente EP come una mutazione del thrash metal. Aneddoti a parte, credo che le definizioni che hai dato siano decisamente le più appropriate, a livello prettamente sonoro, anche se non mi sono mai posto confini “di genere”. D’altronde sono partito suonando synthpunk. In generale cerco solo di trasmettere determinati sentimenti grazie alla musica, senza preoccuparmi troppo del lato “musicale” vero e proprio.
Puoi parlarci anche del concept piuttosto articolato che sta dietro al disco?
Il disco è una riflessione sul valore dei ricordi e sul loro inscindibile rapporto con quello che si definisce “presente”. É la storia di un uomo senza volto che sta affogando, cui proprio negli ultimi istanti di vita scorrono davanti tutte le fasi della vita (rappresentate dagli atti che compongono il disco), fino alla decisione di compiere il suicidio. Il concept offre spunti di pensiero sulla piccolezza dei problemi umani rispetto al rapporto vita-morte.
Progetti futuri?
Magari un ritorno all’attività live regolare dopo due anni di pausa. In generale, continuare a fare musica, sperimentare, ricercare sonorità nuove. Mi piacerebbe fare qualcosa di particolare che unisca arti visive, musica e poesia. Chi lo sa, le opportunità sono pressoché infinite.
