Recensioni

6.9

L’esordio lungo degli americani Hoops poteva essere molto più telefonato e prevedibile. Dopotutto, già dalle pubblicazioni precedenti (le prime tre cassettine e l’Hoops EP recensito su queste pagine lo scorso anno) era facile accostare l’operato della band di Bloomington (Indiana, non quella di David Foster Wallace in Illinois) alla scena Captured Tracks (Wild Nothing in particolare, ma anche Beach Fossils) e ai maestri del chill-jangle Real Estate. In realtà le sfumature presenti in Routines sono molto più varie e per certi versi sorprendenti. Possiamo tranquillamente affermare che un buon 50% dell’Hoops-sound ruota attorno alla chitarra (e all’effettistica utilizzata), capace di ricreare atmosfere dreamy e sospese ma al contempo di maneggiare complessità vicine all’indie-pop più dinamico/progressive e a certe contaminazioni jazz-wave di retaggio ’80s. D’altro canto l’approccio lo-fi fa assumere all’intera raccolta contorni sfuggenti al limite dell’ipnagogico, con dilatazioni riverberate coadiuvate da un lavoro sui synth che aumenta ulteriormente la pastosità onirica della cifra stilistica e aiuta – parallelamente – a nascondere (e non lo diciamo con accezione negativa) le melodie vocali, rendendo di fatto ancora più fluttuante l’intera esperienza.

Se In Mind dei Real Estate – pur essendo decisamente un buon lavoro – suona leggermente troppo controllato (maturo, se vogliamo), Routines risulta invece giovane e imperfetto: in questo impeto dei vent’anni la voglia di affermarsi stilisticamente mette forse in ombra le velleità a livello di scrittura/struttura (aspetti in cui, per il momento, i Nostri difettano) tanto che, talvolta, sembra che le canzoni siano ancora da sviluppare nella loro interezza. Questo aspetto non scalfisce sentori giustamente estivi (l’iniziale Sun’s Out mette le cose in chiaro), perfetti per accompagnare minuti di sacrosanto relax al tramonto al motto “Take It Easy” («Well, I think I’ll take it easy. Take it one day at a time» si canta in On Top). L’obiettivo sembra essere quello di far convivere indolenza e brio: in On Letting Go, ad esempio, il mood apatico e vagamente oscuro viene ribaltato dalle soluzioni ritmiche pseudo-tropical e da un tastierino capace di riportare alla mente le vacanze marittime della nostra infanzia.

Nel continuo teletrasporto tra le spiagge californiane e le suburbs inglesi degli anni Ottanta, le narco-jams di Drew Auscherman e soci regalano parecchie soddisfazioni. Tra i passaggi migliori c’è il singolo Rules, un vero e proprio manifesto di vivacità e rapidità jangly. Ed è forse in queste occasioni – vedi anche The Way Luv Is – che i musicisti riescono a delineare in modo più netto i propri tratti distintivi (negli episodi più dilatati il rischio di essere confusi per una delle “tante hip-band anni Dieci” effettivamente esiste) e una certa perizia tecnica che emerge anche tra le intersezioni della strumentale Benjals, ottima traccia caratterizzata da un groove languido e notturno. Gli highlights sarebbero potuti essere più numerosi se avessero inserito in tracklist due delle migliori composizioni pre-Routines: Cool 2 e Give It Time. Peccato.

Tra vaghi richiami alle chitarre jizz-jazz di Mac DeMarco e alla psichedelia smooth dei primi Unknown Mortal Orchestra, sul finire l’album assume, in modo quasi grottesco, contorni iper-sophisti: Underwater Theme (ereditata da Tape #3) musicalmente è l’apoteosi della mellifluità di alcune soluzioni pop di trent’anni fa, mentre la conclusiva Worry sfoggia un sinuoso sax d’altri tempi. Eterogeneo seppur caratterizzante, Routines consegna un nome promettente ad un 2017 che ha un fortissimo bisogno di ricambio in ambito chitarre & dintorni.

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