• giu
    09
    2015

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Warner Music Group

Negli ultimi 15-20 anni sono cambiate tantissime cose, tendenze e scene più o meno effimere si sono alternate senza tregua, le abitudini di fruizione e d’ascolto hanno subito vere e proprie rivoluzioni, e persino l’offerta mainstream pop – con parecchie eccezioni – ha fatto piccoli passi in avanti a livello qualitativo. In tutto questo, purtroppo, bisogna però evidenziare una dolorosa costante: non c’è stato un nuovo gruppo rock/pop capace di mettere d’accordo critica e grande pubblico (grande, quindi escludiamo i vari Arcade Fire o National) per più di due o tre dischi, alimentando quelle discutibili voci che a più riprese hanno annunciato la morte del rock.

Il “rock” (per quel che può rappresentare una definizione così generica) sta benissimo, ma allo stesso tempo non ci scandalizziamo se gli occhi superficiali delle testate generaliste si fermano molto prima di trovare il petrolio. A prescindere dal punto di partenza, il leitmotiv è una continua corsa verso il basso: c’è chi è partito dagli abissi per scendere ancora di più (Nickelback, Linkin Park…) e c’è chi dopo aver tenuto duro quattro-cinque anni si è scontrato con la necessità di mantenere il successo, partorendo lavori nel migliore dei casi indolori.

I Muse, come i Coldplay, appartengono al secondo gruppo: il buon esordio Showbiz fu un preludio ad un glorioso triennio (2001-2004) durante il quale i tre di Devon incarnarono una delle vivide e concrete speranze della rock music. Poi qualcosa è andato storto, la pericolosa propensione alla spettacolarizzazione e all’eccesso non richiesto ha lentamente plagiato le ambizioni di Matthew Bellamy e compagni, i quali non hanno saputo tenere a freno il lato più kitsch della loro proposta. E allora giù di magniloquenza, pacchiana pomposità, tentazioni proggy fini a se stesse, melodie da stadio, rivisitazioni dei peggiori Queen, fino agli infelici tentativi di suonare moderni (come se il brostep dell’epoca fosse qualcosa di nuovo e di cui andare fieri) dall’esito fondamentalmente fastidioso (The 2nd Law).

Oggi i Muse sono ancora sul tetto del mondo ma – fortunatamente – lo sono in una versione leggermente ridimensionata rispetto a qualche anno fa. Con questa premessa, gli inglesi pubblicano Drones, il settimo album in studio, un lavoro a dir poco fallimentare: se The 2nd Law era, nonostante tutto, un disco con una sua identità e con precise scelte stilistiche – seppur discutibili e pasticciate – alla base, Drones invece suona come una collezione di b-side senza nessun appiglio che ne giustifichi l’esistenza (se non quello di andare nuovamente in tour e riempire le arene). Che si trattasse di un disco spento, pigro e privo di ispirazione lo si era capito già dalle informazioni disponibili in pre-release: le consuete tematiche distopiche puzzano sempre più di materiale plasticoso da dare in pasto ai più faciloni, i riff secchi e iper-prodotti non incidono più come un tempo (Psycho), le contaminazioni “elettroniche” suonano didattiche e stantie (Dead Inside) e l’autocitazionismo si fa sempre più insistente (Mercy).

Leggermente meglio va con The Handler, brano in cui i tre inglesi tentano di tornare alle sonorità del periodo d’oro, appesantiti però da una diversa produzione e da una generale minor capacità di mettere insieme melodie veramente memorabili. Defector (anticipata da JFK, ovvero il discorso di Kennedy nel 1961 al Waldorf Astoria di New York) mostra un paio di soluzioni di chitarra per certi versi inedite per Bellamy, ma siamo sempre in ordinaria amministrazione e il brano finisce per implodere nell’innocua mediocrità. A proposito di mediocrità, anche i momenti più ariosi (l’accoppiata Aftermath e la pseudo-suite The Globalist), se non presi troppo seriamente, non sono osceni, ma a conti fatti non incantano nessuno e non lasciano nessuna traccia.

La sensazione generale è che i Muse abbiano tentato di riconquistare il classico target “tamarrocker” – che forse poco ha digerito le contaminazioni elettroniche degli ultimi tempi – pensando che un paio di “riffacci” squadrati e la solita tecnica individuale potessero bastare a far tornare i conti. Eppure qui manca tutto il resto, creatività in primis, (per dirne una, Reapers, uno degli episodi meno insulsi del lotto, contiene alcuni passaggi che sembrano letteralmente rubati dal repertorio RATM) ma anche quel buon gusto che avrebbe evitato di inserire in tracklist veri e propri obbrobri come Revolt (gli U2 con Bono che si cimenta in improbabili falsetti) o Psycho.

I Muse del 2015 non sono altro che un carrozzone lento e pesante ancorato a stereotipi invecchiati male che oggi risultano ridicoli, se non addirittura irritanti. Drones nel suo complesso non fa altro aggravare ulteriormente l’immagine della band, tanto che oramai ciò che di buono verrà consegnato ai posteri (pensiamo alle varie Citizen Erased, Muscle Museum, New Born, Stockholm Syndrome, giusto per fare qualche nome) è stato completamente eclissato da una quantità enorme di materiale come minimo trascurabile. L’unico merito del disco diventa quindi quello di smitizzare definitivamente un gruppo che a questo punto difficilmente saprà rialzare la testa.

5 giugno 2015
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