Recensioni

Avevamo lasciato l’artista americana (polistrumentista, performer, attrice) nel 2011, con l’album di transizione All Things Will Unwind. A distanza di tre anni This Is My Hand ci ripropone una My Brightest Diamond rinnovata; complice una serie di esperienze, prima per importanza la partecipazione – come attrice e autrice di alcune musiche – al film di Matthew Barney (The River Of Fundament), Shara Worden appare rivitalizzata, mantenendo inalterata la cifra stilistica e la continuità artistica.
Il nuovo album è stato preceduto di un paio di mesi dal suggestivo EP None More Than You, arty pop chamber ibridato. Il suono delle marching band americane, con il ritmo scandito da tamburi e fiati, è un’altra importante ispirazione per This Is My Hand, si veda il singolo Pressure (ispirato anche al film The River Of Fundament di Barney), pop soul blues ritmato e Before The Word; per il resto trattasi di chamber pop stratificato con suggestioni sempre più elettroniche e minimali.
Shara arriva, al traguardo del quarto lavoro, a fondere il suo amore per il pop classico ad elementi orchestrali e a stratificazioni sonore mediate dall’elettronica. Il nome più prossimo che viene in mente per questo album, oltre alle consuete ispirazioni Laurie Anderson e Bjork, è David Sylvian e le sue misture Ottanta (dalle parti di Brilliant Trees), più che le contaminazioni alla David Byrne (con cui la polistrumentista ha collaborato in passato).
Ballad ninnananne (la title track con elementi di musical, Resonance), suggestioni ambientali (Apparition, So Easy) sospese tra chamber e rarefazioni, nelle quali la voce duttile da soprano di My Brightest Diamond gioca alla perfezione, testi come sempre evocativi: il tutto ben si dosa, consegnandoci una Shara assai consapevole delle sue capacità e che sa impegnarle molto bene.
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