Recensioni

Petite Noir è uno dei tanti – troppi? – nomi coccolati dai classici quindici minuti di fama (minore) tra le frenetiche battute dei blog e delle webzine più attente ad individuare l’ipotetica next big thing di turno. Nonostante le decine di nuove proposte che spuntano quasi quotidianamente, ad oltre due anni di distanza manteniamo ancora un vivido ricordo delle ottime premesse di un brano come Till We Ghosts. Non un dettaglio da poco, questo, perché indirettamente pone il Nostro immediatamente un gradino sopra ad una lunghissima serie di newcomers incapaci di superare il mese di hype.
La storia di Petite Noir (Yannick Ilunga, all’anagrafe) è tutt’altro che noiosa: cresciuto a Città del Capo, il musicista ha inizialmente militato in una band metalcore locale, prima di rimanere letteralmente folgorato dal game-changer 808s & Heartbreak di Kanye West: pare sia stato proprio questo ascolto a convertirlo ai suoni digitali e ad indirizzarlo verso nuovi lidi, prima in duo a nome Popskarr alle prese con sonorità glo-fi e poi sotto il moniker Petite Noir.
Pubblicato via Domino Records, l’EP The King of Anxiety ha il compito di presentare per la prima volta in modo sintetico ma esaustivo ciò che Yannick ha da proporre. All’interno troviamo cinque brani che da una parte dialogano distrattamente – quasi perché fa comodo, verrebbe da dire – con i filoni post-Blake (e le prime promo-pics non facevano nulla per scacciare il fantasma) e post-r&b, dall’altra si autocontaminano con una serie di influenze, specialmente ritmiche, fortemente radicate del DNA dell’artista.
La già apprezzata Till We Ghosts è una traccia che potremmo addirittura definire rock nell’approccio, quasi una nuova chiave di lettura dei Depeche Mode meno sintetici, passati sotto le grinfie dei TV On The Radio e dei Glass Animals, ma è forse Chess il nuovo manifesto targato Petite Noir: sei minuti di groove accennati (tra indietronica e glitch-pop) che, secondo dopo secondo, si instaurano sotto un timbro vocale che passa dal falsetto alle tonalità baritonali con preziosa disinvoltura. Altrove, invece (Shadows e The Fall), ci si posiziona comodamente in mezzo ad un triangolo “tripla K” formato da Kele (vocalmente ci sono parecchi punti di contatto), Kwes e Kwabs. Discorso a parte per l’opener Come Inside: quello che a prima vista potrebbe sembrare un semplice mantra in modalità botta e risposta, nasconde in realtà una trama piuttosto articolata e strumentalmente eterogenea.
Benché manchi ancora l’instant classic e la completa quadratura stilistica, abbiamo tra le mani già parecchio materiale degno di interesse e altrettanto materiale che avrà bisogno dei suoi tempi per conquistare consensi, il che, nel 99% dei casi, è un segnale positivo.
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