• apr
    28
    2017

Album

Loma Vista

Senza necessariamente scomodare le vette concettuali dei lavori di ANOHNI, Holly Herndon o degli ultimi (in tutti i sensi, purtroppo) The Knife, recentemente il pop elettronico meno superficiale sta (ri)scoprendo una vena politica che, figlia delle problematiche sociali dei nostri giorni, sta apportando interessanti mutazioni ad un macro-genere in costante movimento. Non sempre però un certo tipo di impegno riesce a giustificare album in fin dei conti trascurabili come lo sono Future Politics degli Austra e What Now dei Sylvan Esso, opera seconda del duo americano qui alle prese con tematiche personali-relazionali che riflettono la desolazione e il fallimento che attraversa l’odierna realtà (in particolare statunitense).

Musicalmente, però, Amelia Meath e Nick Sanborn sono costretti a muoversi in un limbo midstream che rischia di non accontentare nessuno. Pubblicato via Loma Vista su distribuzione major (Universal), What Now non riesce a bissare l’effetto virale dell’esordio Sylvan Esso, album non fondamentale ma certamente ben assestato tra una manciata di killer tracks e un positivo retrogusto electro-artpop. Passati recentemente da Fallon (dove hanno confermato di non essere performer eccezionali, come già avevamo mezzo intuito al Green Man 2015) ma privati dell’hype di tre anni fa, i due americani sembrano incastrati in un cortocircuito promozionale-discografico che, ad occhi esterni, sembra limitarne il vero potenziale.

Esempio lampante è Radio, singolo di lancio (che non vale un decimo di Coffee) in cui manifestano forte dissenso verso certe dinamiche commerciali (“Give me a new single”) e sarcasmo nei confronti della classica formula da top40 (“Slave to the radio, slave to the radio, slave to the radio 3.30”) all’interno di una traccia che in realtà rispetta tutti i crismi della banale canzone radiofonica (compresi i tre minuti e mezzo di durata). Un giochino già visto per una polemica un po’ puerile se vogliamo, soprattutto in un periodo storico in cui certe barriere mainstream/non mainstream sembrano non esistere più. A volte basterebbe essere consapevoli della propria posizione discografica senza inutili sovrastrutture che si rivelano essere controproducenti castelli di carta. La differenza tra il try-too-hard – sotto sotto ruffiano – di Radio e un brano come Kick Jump Twist è proprio questa: il primo suona poco naturale e fin troppo studiato, il secondo invece riesce a catturare l’attenzione in modo più genuino, facendo presa sul giusto piglio ritmico.

Sono presenti altri episodi che rendono What Now nel complesso salvabile e caso vuole che siano proprio quelli in cui Nick Sanborn si ricorda di essere un ottimo beatmaker tutt’altro che confinato al compitino. In The Glow, ad esempio, la chitarra viene filtrata digitalmente e tagliuzzata al servizio di un beat secco e sbarazzino, in Sound, invece, quelle che prima sembrano mere sperimentazioni sonore glitchate si tramutano in voce con grande eleganza. Ne escono vincitori anche sulle battute cadenzate di Signal (nonostante il chorus piuttosto infantile).

Altrove What Now si mostra per quello che è, ovvero un album minore non particolarmente ispirato. Song, pur mostrando possibili variazioni sul tema electro-glitchpop gioca fin troppo con la melodia di Just Like Heaven nella strofa e scivola via leggera senza lasciare troppe tracce, il secondo estratto (la drammatica lovesong Die Young) è decisamente ordinario nella struttura mentre Just Dancing è una uptempo un po’ scialba che poteva essere una b-side dell’ultimo, assolutamente dimenticabile, album dei The Gossip.

In dieci tracce in cui il passato freak folk di Amelia Meath sembra essere solamente un lontano ricordo (nell’esordio invece il retaggio, seppur piuttosto nascosto, emergeva di tanto in tanto), la sensazione è di essere di fronte ad uno dei tanti progetti destinati al dimenticatoio. Quanti ne abbiamo visti arrivare e poi sparire dai radar in breve tempo (gli stessi Niki & The Dove che citavamo all’interno della recensione di Sylvan Esso, tornati lo scorso anno con un buon disco passato però in sordina)? Tanti, forse troppi. Solo il tempo ci dirà quanto spazio ci sarà per una proposta come quella dei Sylvan Esso: meno ruffiana e radiofonica rispetto a quella dei Phantogram, meno affascinante rispetto a quella dei Purity Ring (anche quelli del deludente Another Eternity) e meno immediata e contagiosa rispetto a quella dei Chvrches.

26 aprile 2017
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