Album
Show Your Bones
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Valentina Zona
- 25 Maggio 2006
I primi anni Zero segnarono, com’è noto, una specie di rinascimento del rock’n’roll rimodulato sul terzo millennio. Era musica dall’attitudine garage/low-fi, veloce e disimpegnata, con dentro la giusta dose di male di vivere e disincanto, e ciò nonostante un’energia dirompente. Era musica che archiviava i camicioni di flanella e faceva riscoprire le giacche di pelle e i jeans strappati aderenti degli anni ’70, mettendo (forse finalmente) una pietra tombale sulla consunta benché iconica epopea del grunge. Band come The Strokes, Franz Ferdinand, Arctic Monkeys, The Killers, Kasabian, Kaiser Chiefs, e appunto gli Yeah Yeah Yeahs, non si accontentavano di farci contemplare il nostro malessere, sceglievano piuttosto di ballarci sopra: invece di lasciarci implodere nelle nostre camerette, ci invitavano ad esplodere nel mondo.
Nel 2006, il trio newyorchese composto da Karen O, Nick Zinner e Brian Chase, affrontò la prova del secondo disco in studio, dopo l’acclamato esordio di Fever To Tell. Tante le aspettative, comprensibile la pressione. Tre anni di lavorazione per giungere a Show Your Bones, accolto un po’ ovunque con pareri contrastanti: secondo molti un autentico capolavoro mainstream, secondo altri un’occasione mancata di mettersi veramente a fuoco.
Una manciata di hit (prima fra tutte Gold Lion, che divenne celebre anche per essere stata scelta per lo spot televisivo di un noto profumo, ma anche i riff ipnotici di Way Out e Fancy); la scelta (che si sarebbe puntualmente confermata nella produzione successiva) di inserire in tracklist tre o quattro ballad assassine, quasi a voler a bilanciare l’attitudine scalmanata dell’istrionica e talentuosissima Karen O; il sound opulento e grezzo, con innesti dichiaratamente power-pop. Tutto convergeva in uno schema sapiente, a tratti persino manieristico, il cui risultato era in definitiva un ascolto piacevole, efficace, vitale. Il disco riuscì nel miracolo di non deludere i fan della prima ora, e contemporaneamente conquistò caterve di nuovi estimatori.
Show Your Bones, riascoltato a distanza di oltre un decennio, suona perfettamente figlio del suo tempo: erano anni ibridi e incerti, confusi, difficilmente classificabili; anni ancora in lutto che cercavano sé stessi, esattamente come noi. Fu un’epopea fulminea, che virò nel giro di poco verso lidi differenti; si consumò in fretta, come l’adolescenza di molti di noi, e solo in pochissimi casi giunse ad acquisire l’aurea della memorabilità. Nulla di paragonabile a quello che erano stati gli anni ’90, eppure si trattò di una specie di ricostituente necessario, che ancora oggi ricordiamo con affetto e gratitudine.
Il disco-manifesto degli Yeah Yeah Yeahs, secondo alcuni addirittura la loro consacrazione, al netto delle sue innegabili pecche (una certa prevedibilità delle dinamiche, tale da sconfinare talvolta persino nell’autocitazionismo), resta un album riuscito e seducente, che se non altro racconta bene il tempo in cui è vissuto. Un tempo leggero e scanzonato, di cui forse sentiamo persino la mancanza.
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