25 e non sentirli: i dieci dischi del 1993 per Stefano Solventi

Siamo giunti alla quarta puntata della “rivisitazione” a posteriori degli album usciti nel 1993. Dopo quelle di Stefano Pifferi, Marco Boscolo, Valentina Zona e Antonello Franzil, tocca alla top 10 di Stefano Solventi.

Bello far tornare la mente al 1993, anche se mi tocca togliere un po’ di polvere dagli scaffali della memoria e soprattutto – ahimé – appurare quanto siano ordinarie, per non dire scontate, le mie predilezioni. Ma tant’è, il tempo appiana, seleziona, fa strage delle infatuazioni passeggere. Il tempo e la memoria, come dire, fanno una coppia banale, prevedibile. Ti fottono con la nostalgia e credono di avere comunque ragione, anche quando la ragione ti suggerisce il contrario. Ma lasciamo stare. Torniamo a noi.

Il 1993 mi fa venire in mente grumi di sensazioni e situazioni, un carosello di fotogrammi che fatico a ricondurre al me stesso di oggi. Normale. Son passati venticinque anni, ragazzi. “Half of my life”, come direbbe (grugnirebbe) Thom Yorke nel suo isolamento cavernicolo/ventrale sul cocuzzolo del mondo. Molto è cambiato, sì. Così tanto e in profondità che verrebbe da scrivere “tutto”, e questione chiusa. Certo, il teletrasporto non è ancora stato perfezionato, anzi ci muoviamo ancora su quattroruote puzzolenti, gli alieni tardano a manifestarsi e la tratta andata e ritorno per Marte è lungi dall’essere tracciata (con buona pace di Mr. Elon Musk). In compenso, il problema ecologico è diventato un problema enorme, e alla pace nel mondo non ci credono più neanche le aspiranti miss.

Il cambiamento vero, come ben sapete, è avvenuto su un piano che non potevamo prevedere, o almeno non lucidamente: quel reticolo di connessioni su cui oggi strutturiamo la nostra esistenza individuale e sociale, all’epoca (1993) era al più un’ipotesi futuribile, confinata nella sfera degli appassionati di letteratura cyberpunk. Per limitarsi alle faccende del rock – ma è impossibile farlo, lo capite, vero? – erano giorni in cui ti aspettavi ancora che un disco potesse cambiarti il punto di vista, le prospettive, la vita. Perciò guardavi alle uscite discografiche come se da un momento all’altro potesse spuntare il disco in grado di svoltarti la giornata, la settimana, l’esistenza. E, beh, ne uscivano, di dischi così.

Non solo dischi belli, quelli ne sono usciti sempre e sempre ne usciranno, ma dischi pensati (concepiti, progettati) per piovere sulla vita dell’ascoltatore e stravolgerne i piani, le aspettative, gli automatismi dialettici ed emotivi. Di quei dischi, ne scelgo dieci tra i tanti usciti nel 1993. Non è una classifica, ok? Lo so che ne restano fuori di belli, di bellissimi. Sono solo dieci dischi: hanno significato molto per me all’epoca, credo che oggi abbiano ancora qualcosa da dire e ancora molto – ne sono convinto – diranno in futuro. Perché ascolteremo ancora dischi, in questo futuro che ci sta calando addosso opaco e pesante come una cappa. Vero?

Grant Lee Buffalo – Fuzzy

L’esordio per questo trio losangelino sorto dalle ceneri – o da una costola – dei già notevoli Shiva Burlesque era (è) in pratica l’anello mancante tra l’Americana dai retaggi psych e (post)punk di certo Paisley Underground, gli stratosferici Gun Club e l’impeto chitarristico a tutto tondo dei 90s. Ma nel cuore del leader Grant-Lee Phillips c’è una malinconia da front porch che osserva, acustica in braccio e tradizione nel cuore, il baluginare problematico delle prospettive, il caracollare bieco dell’American Dream. Il tutto sulle spalle di canzoni impetuose e struggenti, ispide e oniriche, mantecate da una voce capace come poche di evocare il potere magnetico dei sogni e l’amarezza bruciante delle occasioni perdute. Tutto troppo caratteristico e segnante per postulare credibili eredi: in realtà questo album e il successivo, meraviglioso Mighty Joe Moon (1994), si riveleranno dischi emblematici del tramonto di un’epoca.


PJ Harvey – Rid Of Me

La seconda tappa del viaggio che la rocker del Dorset intraprese alla scoperta del lato selvaggio di sé nel mondo, vide la sua ossessione blues affidata stavolta alle sapienti mani di Mr “buona-la-prima” Steve Albini. Il risultato è un album ancora più potente, affilato, oscuro, feroce, disperato e viscerale di Dry, che pure era già di suo un esordio formidabile. Rispetto al coevo grunge, in Polly Jean sembrava di avvertire un radicamento più strutturato, problematico e profondo, come se la sua musica provenisse da una lunga suppurazione, più eruttiva che pianificata. Eruzione che comunque la ragazza – assieme ai fidi Ellis e Vaughan – riusciva a dominare, permettendosi di affiancare a pezzi tanto aggressivi quanto intriganti (la title track, Legs), episodi preziosi come Man-Size Sextet (quegli archi febbrili), strutture ritmiche da cardiopalma (basti su tutte Rub ‘Til It Bleeds) e una cover di Highway ’61 Revisited che pare una fuga a precipizio dai propri fantasmi. Forse il suo capolavoro, ma ne arriveranno altri.


U2 – Zooropa

Non un grande album in assoluto, ma un album importantissimo. Che tra le altre cose ribadì la consistenza del passo compiuto dalla band irlandese col precedente Achtung Baby, di cui questo Zooropa sembrò a molti un’appendice. Non era affatto così. La svolta in territorio industrial-electro si era già consumata, aveva bruciato attorno agli U2 gli entusiasmi più automatici e tutta la sagra delle aspettative, spalancando nuovi scenari che coincisero più o meno con un’idea di rock mainstream aperto a contaminazioni & trasfigurazioni che lo rendessero in grado di raccontare lo stridere tra analogico e digitale, l’esplosione del villaggio globale in un vasto progetto di caotica simultaneità. Presente ancora Brian Eno in cabina di regia, Zooropa risponde appunto all’esigenza di rappresentare i timori e la vaga euforia di quegli anni che si lasciavano risucchiare dal vortice di fine secolo/millennio, tra sconvolgimenti economico/politici e balzi in avanti tecnologici, tra automazione pervadente e dis-umanizzazione strisciante. Era quella un’epoca che avrebbe voluto danzare sull’effervescenza del nuovo, ma il ritmo era quello cupo che riecheggiava dai fronti di guerra, dalle rivolte cruente, dalle catastrofi più o meno naturali che annunciavano prospettive ecologicamente disastrose. Zooropa, con la sua ispirazione discontinua, col suo strizzare l’occhio alla radiofonia, con l’idea sonora a tratti sgangherata, rappresenta comunque un tentativo clamoroso e struggente di catturare lo spirito del tempo in chiave pop-rock. Uno degli ultimi.

 

Morphine – Cure For Pain

Il basso di Sandman: solo due corde, perché tanto “ogni corda contiene tutte le note, quindi non è limitativo, una volta che ti sei abituato”. Quel suono, come un cuore schiacciato contro un muro, un blues lasciato macerare nella tequila, un jazz che sceglie la via più breve tra la forma e la frattura, un archetipo travestito da modernità. Loro tre – cioè Sandman, il batterista Deupree e il sassofonista Coley – preferivano definirlo “low rock”, parlavano di “baritone experience”, e chissà cosa intendevano davvero significare. Di sicuro erano determinati a incendiare la loro musica su un piano espressivo che era loro e soltanto loro. Un esordio, Good, già maledettamente buono (!), quindi appena un anno più tardi questo Cure For Pain: siamo già dalle parti del capolavoro. Fatto fuori a metà incisioni Deupree, tirato dentro il vecchio amico Gerry Conway, ne uscì un album assieme calligrafico e veemente, romantico e desolato, scuro come la notte e acceso come un rimpianto. Tu chiamalo se vuoi rock, fatto di nervi scoperti e pelle tesa, di sguardi incagliati nel buio dell’anima, di torsioni spasmodiche e strappi profondi. E di una strana eleganza: sgualcita e selvatica, sì, ma a suo modo impeccabile.

 

Mercury Rev – Boces

Due anni dopo il magniloquente & folgorante esordio Yerself Is Steam, arrivò questo Boces che navigava volutamente più basso, intenzionato a dare in pasto al pubblico una proposta appena più normale, meno abbacinata di svisate acide e cinematiche. Eppure questo coagulare attorno a (forme) canzoni più definite non significava la rinuncia alla vena inafferrabile, alla cifra irriducibilmente balzana. In quel tempo i Rev sembravano il binario convergente ancorché parallelo dei cuginastri Flaming Lips, i quali avevano pochi mesi prima dato alle stampe quel crogiolo di delizie e scossoni acidi di Hit To Death In The Future Head, simile nel mimare movenze pop con un armamentario di suoni e intenzioni adatto a scassinare la saracinesca tra quotidiano e surreale, tra il qui e ora e quell’other side che ancora la band (le band) amava(no) bazzicare spesso e volentieri. In questo senso, Boces è uno dei più grandi album di transizione che ricordi, un lavoro sfocato perché difficile da immortalare, impegnato com’è a muoversi mercuriale tra uno stato espressivo e l’altro. Di lì a poco il cantante David Baker saluterà i compagni, lasciando Donahue solo all’asta del microfono. Sarà un evento spartiacque per quella peculiare normalizzazione che dal successivo See You On The Other Side (1995) vedrà il gruppo di Buffalo ergersi in posizione apicale tra i rappresentanti del pop-rock della cuspide tra vecchio e nuovo millennio.

Nirvana – In Utero

Cos’altro dire di questo disco? Cosa aggiungere ancora? Alla definizione incendiaria messa in piedi con Butch Vig in Nevermind, e al botto planetario conseguente, il trio decise di opporre una strategia avventata: aprire la valvola e dare sfogo alle turbe emotive e alle paranoie esasperate dall’attrito con l’improvvisa, devastante celebrità. Non voglio dire che l’illustre predecessore fosse album solare/muscolare, privo di spigolosità problematiche, anzi. Ma le canzoni di In Utero sembrano aggirarsi tra la polvere e i detriti di un’esplosione appena avvenuta, l’aria attraversata da uno sconcerto che rende difficile l’equilibrio e da una rabbia senza appigli, una rabbia che reclama forma, al cui conseguimento provvederà Steve Albini. Rape Me è una Smells Like Teen Spirit che ha tagliato fuori l’epica e ne è rimasto solo calor bianco e furore isterico. Pennyroyal Tea un infuso di spleen che si/ti culla nella devastante mancanza di vie d’uscita. Heart-Shaped Box una canzone d’amore che si accartoccia su una psicosi irrecuperabile. Quanto a All Apologies, beh, siamo già al non plus ultra: dell’implosione, dell’abbandono, del procedere. Era già tutta qui, chiara, lampante: l’incandescenza di chi non vuole bruciare lentamente.  

 Afghan Whigs – Gentlemen

Sarà colpa della mia ormai conclamata predilezioni per gli album imperfetti, pieni d’inciampi ed eccessi, coi bordi sbrecciati dalla foga di metterci dentro tutto, insomma, sarà per questo che per anni (molti anni) ho preferito Congregation (1992) al di lui successivo Gentleman. Di due grandi album comunque parliamo, ma alla fine tocca ammettere che il neo-venticinquenne Gentleman gli è superiore, proprio per come azzecca la forma definitiva, la quadratura tra istanze black (soul) e rock (grunge?), sciogliendo nel crogiolo i tormenti niente affatto solari di Mr. Greg Dulli, uno che sembra stato svezzato col latte nero dell’hard boiled. Morbosità, ossessioni, violenza, struggimento che t’inchioda il cervello, e il tentativo di tenersi in piedi in mezzo a tutto questo: dietro alle canzoni degli Afghan Whigs – e di questo che va considerato a tutti gli effetti il loro capolavoro – si agita un campionario di irrequietezza che trova nella musica un puntualissimo pendent, in quella sorta di torch songs sopravvissute alla modernità piene di acciacchi e tachicardia, di raptus furibondi e disperato abbandono. Un disco che se ci penso – soprattutto a pezzi come Debonair, Be Sweet e la clamorosa title track – mi risale l’angoscia per l’innocenza perduta (vedi la copertina) e ahinoi irrecuperabile.

The Smashing Pumpkins – Siamese Dream

Prodotto da Butch Vig – e vuol dire molto – come del resto il predecessore Gish di due anni prima, Siamese Dream è l’ultimo sogno “normale” di Billy Corgan, prima che la sua creatività ipertrofica esondasse nell’oceanico Mellon Collie e rinculasse in una megalomania irrisolta (l’ancora apprezzabile Adore, il catastrofico Machina, e via andare). Più di Gish, Siamese Dream mette in evidenza come in questa prima fase gli Smashing si considerassero una band hard-psych per gli anni ‘90, diretta cioè verso un fine millennio ancora bisognoso di fatamorgane in cui perdersi, meglio se impetuose, intenzionate a portare gli altoparlanti fino al punto di rottura ma rispettando la mission visionaria che è propria della psichedelia. Va detto che si tratta di un inguaggio piuttosto solido, persino ingegneristico (per questo il contributo di Vig conta parecchio), che si abbevera alle sorgenti del noise e dell’hardcore per farne riff assieme plastici ed aerei, ma che si mantiene interessante (molto) proprio in virtù della penna capricciosa di Corgan, sorta di Peter Pan posseduto dai fantasmi spacey evocati da un Major Tom carburato a benzedrina. Il risultato è una parata di cavalcate sferzanti (Cherub Rock, Quiet, Geek U.S.A.…) e ballate oniriche (Disarm, Soma, Mayonaise…) di alta levatura, tutta pantomima eppure la più credibile che si possa immaginare, perché il primo a crederci – ad avere un bisogno assoluto di crederci – è proprio lui, Billy, uno dei più geniali, formidabili, talentuosi disadattati dei 90s. Capace ancora di camminare in equilibrio tra controllo di sé e perdita di controllo, all’epoca, grazie all’abbrivio di un’ispirazione travolgente. Che ahilui, ahinoi, non durerà.

Stereolab – Transient Random-Noise Bursts with Announcements

Più che al post-rock, cui furono immediatamente apparentati, questo secondo lavoro degli Stereolab oggi mi fa pensare a una versione aggiornata – ai primi ‘90s, ovviamente – del celebre “wall of sound” spectoriano: quelle stratificazioni magmatiche/algoritmiche di tastiere (organi e sintetizzatori), chitarre, percussioni… Un aggiornamento che significava caos, brulicare stilistico, vorticare meccanico, pulsione vitale androide che non rinuncia a sognare pecore elettriche in un quadretto bucolico che sversa languore e distacco in egual misura. Quasi gli Stereolab intendessero con ciò rappresentare la dimensione emotiva e sentimentale di chi si apprestava a entrare nell’era dell’automazione, portando in saccoccia l’eredità hauntologica di un repertorio (musicale e non) sempre più accessibile e disponibile ma sempre più freddo, grumo organizzato di cifre digitali. Così, tra evidenti filiazioni kraut (Jenny Ondioline sembra una parafrasi Neu!), indolenze Modern Lovers (I’m Going Out Of My Way) e persino rifrazioni George Harrison (Pack Yr Romantic Mind), la band di Tim Gane e Laetitia Sadier ci raccontavano lo slittare del rock verso una dimensione citazionistica totale che poi avrebbe partorito più emulatori retromanici che altro, ma intanto – intanto – brillava per l’attrito tra passato (persistente) e presente (in evaporazione). Un’incandescenza che regalava l’illusione di sogni ancora caldi e progressivi (sa farlo ancora).   

Nick Cave and the Bad Seeds – Live Seeds

La mia relazione con Nick Cave non è iniziata presto: durante l’adolescenza avevo troppo bisogno di forme nette, nei tardi 80s sgobbavo per recuperare le progressioni post-punk e wave, mi lasciai travolgere dal grunge all’inizio dei 90s, insomma, non so se vi bastano come scuse, ma lo avevo abbastanza ignorato, il Re Inchiostro. Giusto Tender Prey, e vieppiù per la travolgente The Mercy Seat, mi affascinò abbastanza. Il resto è arrivato, un colpo in pieno petto, con Live Seeds. Non saprei dire per quanto tempo ho tenuto questo album nell’autoradio, rigorosamente riversato in cassetta: m’ipnotizzava quel modo che aveva Cave di aggredire il pubblico, non lo potevo vedere – ovviamente – eppure lo vedevo, lo vedevo con chiarezza impietosa, come se quello sbilanciarsi sulla vertigine di un auditorio ribollente fosse la sola condizione per King Ink di sentirsi vivo, e affinché il suo messaggio suonasse significativo. Su tutte, mi atterriva Tupelo, quel senso di fatalità crepitante, come il compiersi di una profezia formidabile e maledetta, il fragore di una frattura che si allarga fra il destino e le sorti del mondo. C’era poi quella From Her To Eternity che spingeva la lama nella piaga del desiderio e della violenza – “why the ceiling still shakes? shakes! shakes! shakes!” – e io ero lì mentre Nick divorava lo status d’interprete e risputava una finzione fattasi carne, cantautore avvelenato post-punk che cristologicamente s’incaricava di tutta la morbosità annidata nella purezza, per raccontarti quanto buio potesse contenere una canzone, una storia, una vita.

 

29 ottobre 2018
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