25 e non sentirli: dieci dischi del 1993 per Marco Boscolo

Il gioco proposto da Stefano Pifferi – scegliere 10 dischi essenziali pubblicati nel 1993 – mi fa pensare a un periodo della mia vita che ora, da dietro alla mia barba grigia, torno a guardare con un affetto che non avrei immaginato prima. Sarà la crisi di mezza età, sarà che ho pochi amici molto più giovani di me (e di solito non sono particolarmente interessati alla musica), sarà che con la maturità (?) sono diventato meno massimalista, ma un’adolescenza che ho sempre disprezzato come periodo della mia esistenza (molto meno stimolante degli anni universitari, con letture, visioni, ascolti che mi hanno permesso davvero di costruirmi un’identità culturale), comincio oggi a rivalutarla. È stato un periodo senza traumi, senza particolari problemi, vissuto nella profonda provincia veneta: come dire la provincia della provincia dell’impero. Unico contatto con il mondo in grande, la musica, che connetteva la mia cameretta con le finestre sulla campagna con le grandi città, l’America, il mondo. O almeno quello che io riuscivo a intuire delle città, dell’America e del mondo con un inglese abborracciato e un’ingenuità che avrei dovuto attendere molto perché mi scivolasse di dosso. I dieci dischi che sono finiti in questa lista non li ascoltavo da anni, più dieci che due per intenderci, e però riascoltandoli mi sono sembrati ancora dei gran dischi. Almeno per me, oggi come allora nella mia cameretta.

Neil Young – Unplugged

Benedetti gli Unplugged di MTV (e la simile serie di Videomusic intitolata Acoustica)! Per me questo disco live è stato l’incontro con Neil Young, in video prima ancora che su disco, quando pestava con fatica sui pedali dell’Hammond per suonare Like a Hurricane. E poi le storie americanissime di The Old Laughing Lady, di Harvest Moon (con il suo romanticismo lieve che procede per accenni), la figaggine di Unknown Legend di chi se ne va in giro, Easy Rider docet, con la sua moto per le polverose strade dell’America. E poi i miti, da Pocahontas (che cita anche Marlon Brando), From Hank to Hendrix… Ancora oggi mi pare che Neil Young fosse in uno stato di grazia poetica, capace di trasmettere emozioni senza aver bisogno dell’irruenza della sua chitarra elettrica e delle sue leggendari cavalcate (che ho conosciuto dopo l’Unplugged, va detto per onestà). Mi pare ancora un perfetto bigino per il suo sconfinato canzoniere e un buon modo per conoscerlo: mettersi a sedere mentre spoglia le canzoni alla ricerca dell’essenziale.

Pearl Jam – Vs.

Il secondo disco dei Pearl Jam. Alcuni lo dicono già mainstream, come una conferma che rispetto ai Nirvana questi erano già pronti per abbandonare la coerenza indie per i soldi, la fama, i grandi concerti da stadio. Nel 1993 a me il disco sembrava una botta di rabbia che percepivo come piuttosto sincera, dall’iniziale Go con quel riff nevrotico, con il grido animalesco (ehm) di Animal e poi Rearview Mirror, un brano che per me da solo bastava a giustificare qualsiasi cosa: la storia di una fuga, di un andarsene senza un voltarsi indietro da un mal di vivere che non io non sapevo capire da dove venisse. Ora so che quella canzone parla, come altre scritte da Eddie Vedder e soci, dell’abuso e della violenza, e che quella canzone non parlava di me. Eppure parlava a me, alla mia necessità di sfanculare tutto, di cercare forme di libertà che vivevo solamente nelle storie degli altri, immergendomi nella lettura ossessiva dei grandi scrittori beat americani, a cominciare da Charles Bukowski ovviamente. Il senso della parabola dei Pearl Jam da – più o meno – gruppo grunge a rock band mainstream non mi interessa nemmeno tanto. Qui e nel successivo Vitalogy mi sembrano una grande band, con una grande voce, un fascino incazzoso che ancora oggi mi sembra reggere piuttosto bene, come le canzoni.

SepulturaChaos A.D.

Qui bisogna fare una premessa. Se l’America, ma dal mio punto di vista di allora la civiltà tutta, mi sembrava lontana come la Luna, provate a immaginare cosa significava il Brasile. Era difficile anche solo immaginare come potesse essere fatto un brasiliano. Poi ti imbatti in un disco come Chaos A.D. che parla di carrarmati in strada, violenze urbane, di una guerra per il territorio, di biotecnologie, di “noi che non siamo come gli altri”, di schiavitù. Per certi versi, un inconsapevole battesimo politico a suon di death metal, anche se i metallari più puristi storcevano il naso e preferivano altre prove della band, che però io non avevo mai ascoltato. La forza creatrice, una serie di atti di una violenza mai sperimentati prima da me, che emergeva dal caos che per certi versi io ho visto solo dopo, dalla Seattle dei black bloc alla Genova del G8. È uno dei pochi dischi di allora che ascolto abbastanza regolarmente, perché mi pare ancora di non averne trovato tutte le letture possibili.

Seefeel – Quique

E questi da dove saltano fuori? Tutto quello che si chiama post-rock, con le sue riflessioni tecniche e critiche targate Simon Reynolds, l’ho imparato dopo. Prima c’è stato un disco con una copertina intrigante, scoperto per caso in uno dei negozi di dischi che frequentavo all’epoca. Il suono mi ha conquistato subito: ipnotico, psichedelico, anche se non sapevo che cosa volesse dire. Mi ha conquistato subito, senza che sapessi bene perché: non c’erano i ritornelli da cantare a squarciagola, non c’erano canzoni nel senso in cui le intendevo allora. Ma c’era la ciclicità, che come ho scoperto dopo ha a che fare anche con alcune limitazioni tecniche dell’epoca. L’uso del campionatore che permetteva di «prendere due secondi di chitarra e spezzettarli in 1000 parti, mandarli in loop, dilatarli per dieci minuti, sovrapporli e via così». Visto quello che è venuto dopo, posso pensare che Quique sia stato un caso raro in cui mi sono imbattuto in un disco epocale in diretta. Mi sembravano fighissimi, abitanti di mondo diverso dal mio, quasi con un effetto da fantascienza rispetto ai mondi che io allora ero in grado di immaginare.

Depeche Mode – Songs Of Faith And Devotion

Una band che non ho mai amato tantissimo, ma che ho sempre rispettato. Quando è uscito Songs Of Faith And Devotion mi ricordo prima di tutto i video in bianco e nero carichi di una sensualità noir e sporca – soprattutto I Feel You – che mi ha attirato in maniera definitiva verso il disco. E se c’è un grande pregio dell’album, è la sua capacità di mescolare sacralità, passione/ossessione, tormento spirituale e sensuale, insomma il diavolo (del rock) con un’acqua (sporca) santa. Un mix che mentre ti stai facendo uomo è potenzialmente esplosivo. Su tutto, per me, c’era quel suono di chitarra che Martin Gore tira fuori dalla sua Gretsch White Falcon: ti entra in testa come uno di quei vecchi trapani a meno medievali, magari uno di quelli usati dall’Inquisizione per le proprie attività di tortura. Ancora oggi l’attacco del disco, con lui che entra ossessivo dalla dissolvenza, è per me uno dei suoni di quegli anni.

Grant Lee Buffalo – Fuzzy

Se c’è una sola canzone di quel 1993 che ho continuato ad ascoltare costantemente finora è sicuramente Fuzzy dei Grant Lee Buffalo. Esordio clamoroso per Grant Lee Phillips, californiano con i paesaggi della sua terra tatuati nell’anima, autore unico di tutto lo straordinario repertorio del disco. Fatto di una mistura di boogie, folk, rock, Americana: intoxicating, come dicono gli americani. Un’idea diversa rispetto al grunge che stava emergendo come cifra di quegli anni, apparentemente fuori tempo massimo (e un po’ fuori tempo massimo, Grant Lee lo sembrerà sempre). Eppure funzionano, con il singolo Fuzzy che entra in heavy rotation nelle radio, su MTV, su Videomusic e nel mio lettore CD. Fuzzy, il brano, è semplice, ma talmente semplice da essere disarmante, da colpire come chi è talmente fragile da risultare forte. Ma è un po’ tutto così, il disco, come il quadretto tardo-romantico di Jupiter and Teardrop, il classicismo perfetto di America Snoring, la nenia di Stars n’ Stripes, la preghiera blueseggiante di You Just Have To Be Crazy. Uno di quei dischi che è per me è risultato imprescindibile.

Bob Dylan – World Gone Wrong

Ok, ci sono almeno 20 dischi di Dylan che chiunque direbbe sono meglio di questo. Eppure… Eppure il menestrello di Duluth raramente sbaglia. Un po’ come l’Unplugged per Neil Young, questo album è stata la mia iniziazione a Dylan: l’ho ascoltato ossessivamente mentre leggevo il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. E in qualche modo mi pare che ci siano assonanze tra le due opere. Qui nel disco c’è Bob Dylan che, dopo anni Ottanta non propriamente del tutto riusciti artisticamente, va all’osso della sua arte, voce e chitarra acustica, come negli anni Sessanta prima della “svolta elettrica”, recuperando folk prewar o comunque fuori dal tempo: miti, leggende, cronache dal grande romanzo americano che ha sempre scritto nei suoi dischi. Là, nel libro, c’è un sentimento di solitudine e di attesa che apre, come nella scena della cavalcata solitaria, a spazi mitici altrimenti inaccessibili. E il doppio filo che nella mia formazione cultural-musicale lega queste due opere dice tutto dell’importanza che la parola ha avuto per me per molto tempo. Ma anche riascoltato oggi, con quella voce che mostrava già alcuni segni della devastazione che abbiamo sentito negli anni successivi, World Gone Wrong continua ad avere il fascino della mancanza di vie di uscita, come in Blood In My Eyes.

Counting CrowsAugust And Everything After

Esordio, anche questo, clamoroso con una proposta tutto sommato classica di rock americano, tra FM, indie (non troppo, giusto un po’) e songwriting. Ecco, appunto: songwriting. Quello di Adam Durtiz e soci era forse non particolarmente originale nella sostanza, ma cesellato in modo davvero sopraffino. Ancora una volta, allora come ora, mi colpiscono i personaggi, perché di questo si parla, che popolano le canzoni: dalla Maria di Round Here che arriva a Nashville con una valigia piena di belle speranze, il Mr. Jones del singolone, Anna che «comincia a cambiare idea». E poi tutto questo parlare di paradisi che si conquistano dopo le sofferenze di oggi, le terre promesse (e negate) che hanno fatto (e continuano a fare) le grandi canzoni e i grandi romanzi. Nella loro carriere non ci sarà niente altro a questo livello, ma d’altra parte anche Salinger ha scritto solo un romanzo.

Nirvana – In Utero

E certo, c’erano loro. Mi ricordo ancora perfettamente il momento esatto in cui per la prima volta, due anni prima, avevo sentito Nevermind: fin dall’attacco di Smells Like Teen Spirit ero diventato un fan. In Utero si portava però dietro un carico impressionante. Di aspettative, perché era il disco dopo Nevermind, ma anche di polemiche, perché Kurt Cobain era diventato una celebrity che si portava dietro quella moglie che noi fan non sopportavamo. Però, a posteriori alcune delle canzoni di In Utero mi sembrano oggi migliori di come le ricordavo: il nichilismo di Rape Me, la narcotica Dumb in cui il violoncello non sembrava fuori posto in un disco grunge (!), lo stop-and-go di Milk It. Forse migliori di quelle che sono diventate davvero famose, come Pennyroyal TeaHeart-Shaped BoxAll Apologies, almeno in prospettiva, perché c’è più di loro nell’indie che è venuto dopo di quanto non sembri a prima vista. Mentre ho sempre come l’impressione, parlando dei Nirvana, che la loro discografia maggiore sia irripetibile e non abbia dato tutti i figli che ci si potevano aspettare.

10,000 Maniacs – MTV Unplugged

Ancora un live acustico, di una band che ha scritto alcune delle grandi canzoni degli anni Ottanta e Novanta, guidati dalla voce di straordinaria Nathalie Merchant. Di nuovo le suggestioni letterarie di Hey Jack Kerouac (e chi non aveva letto Sulla strada in quegli anni? Per me era IL libro), di Jezebel, di Noah’s Dove. Accanto all’urgenza di These Are The Days, una straordinaria versione di Because The Night, il mito americano raccontato in Gold Rush Brides. Tutto condito da un’atmosfera tra il rock, l’indie e il folk che, per dire, era anche di Automatic For The People dei R.E.M. (ma datato 1992), a sdoganare qui una tradizione che altrimenti sarebbe rimasta per noi aliena. Hanno pensato anche queste canzoni, qui in una versione live praticamente perfetta, a farci definitivamente innamorare di quel suono.

Bonus Track: Almamegretta – Animamigrante

Nel 1993 non prendevo in considerazione la musica italiana. Avevo amici fan dei Litfiba, che quell’anno pubblicarono Terremoto, ma pensavo sbagliassero: la musica era americana o, al più, britannica. Facevo una clamorosa eccezione per l’esordio degli Almamegretta: sarà che erano di Napoli, che in Veneto voleva dire praticamente un altro pianeta, tanto distante dalla nostra realtà quanto lo poteva essere New York o Londra. Ed era un città caotica e multiculturale che mi sembrava ragionevole che fosse una metropoli anche musicale. Sia chiaro, tutto questo ragionamento me lo sono ricostruito a posteriori, leggendo e ascoltando tonnellate di altri dischi. Però Animamigrante, con un singolo come Sole che me lo ricordo ancora a memoria oggi e con il mix di rap, musica araba, dub, raggae ed elettronica, è stato l’inizio dell’ennesima grande storia uscita da quella fucina di talenti che è Napoli.

24 settembre 2018
24 settembre 2018
Leggi tutto
Precedente
FLOW #101 –  Gods and cigarettes Noga Erez - FLOW #101 – Gods and cigarettes
Successivo
Trascendenza rock and roll. Intervista ai Low 25 e non sentirli: dieci dischi del 1993 per Marco Boscolo - Trascendenza rock and roll. Intervista ai Low

articolo

25 e non sentirli: 10 imprescindibili album usciti nel 1993 secondo Stefano Pifferi

Speciale

Una limitata e personale guida a 10 album importanti usciti nel 1993: Stefano Pifferi

artista

artista

artista

artista

Altre notizie suggerite