Emotion Dealer

Burial, con questa storia che non si fa vedere e non parla, si affida totalmente alle mani di chi ne amministra la musica (e che fortunatamente fa tutto tranne che spremerlo, vista la parsimonia discografica del nostro) da una parte, e alle orecchie (e al cuore) di chi lo ascolta (e che a questa parsimonia risponde con attese e accoglienze da messia) dall’altra. Una musica, la sua, che potrebbe giungere da un’epoca remota, in cui i musicisti non stanno 24/7 su Twitter, ma dicono, romanticamente, solo per mezzo di essa. La potenza comunicativa di Burial sta tutta qui: nell’avere scelto di tutte le strade quella più coerente – negarsi – per amplificare l’evocatività del proprio discorso musicale: che infatti prende le immagini sfocate di cui si nutre da un tempo altro, un tempo passato, della memoria, da cui non possono arrivare che eco lontane. Questo suo negarsi così didascalico – consapevole o meno che sia – ha fatto di Burial un totem sovraesposto: difficilmente, altrimenti, ogni sua mossa (indiretta, peraltro), diciamo meglio, ogni suo avvistamento (come col mostro di Lochness), farebbe tanto rumore. Perché si cerca disperatamente di carpire e capire l’uomo dietro la musica. Dopo essersi fatto assaggiare con una manciata di interviste (tutte molto simili tra loro, con le parole sempre addensate attorno a due soli grandi monoliti: Londra come alienante dormitorio di cemento eppure dispositivo dal fascino ipnotico e la musica come conforto) e poi, nel 2008 (quando ha praticamente smesso di proferire parola), con quella misera fotina su Myspace e la rivelazione – prima interposta persona, poi diretta e sempre su Myspace – del proprio nome, le cose sono andate sempre più in questa direzione. Così, se Flying Lotus dice incidentalmente che sì, lui l’ha incontrato Burial, e che è forse l’unico altro uomo sulla terra oltre a lui a vestirsi ancora con una tuta nera Adidas da capo a piedi, la cosa viene riportata, perché è l’ennesima sparuta prova di S. Tommaso. Burial c’è, vive in mezzo a noi.

Burial è inevitabilmente diventato un mito, in un’epoca di generalizzata sovraesposizione e di comunicazione come spamming, ma con tutte le mitogenesi incontrollate del caso: lui stesso dice in una vecchia intervista come gli sia capitato di parlare con qualcuno in un club che diceva di avere incontrato Burial e che Burial era così e cosà; quando FlyLo, sempre lui, ha caricato su Myspace (parliamo solo di quattro anni fa, ma sembra di maneggiare reperti archeologici) una traccia dove si sentiva del Burial-suono, si è scatenato il putiferio, tutti (noi compresi) sognavano una produzione a quattro mani (che non c’era); c’è poi – o meglio, non c’è poi – il Dj Kicks, annunciato, rimandato, sconfessato, smaterializzatosi nelle nebbie di qualche press sheet ancora reperibile sul web. E così via. Se di mito si tratta, propendiamo per l’ipotesi che sia un po’ quello di un Re Pescatore, di uno che c’è finito dentro un po’ per caso, per quanto in qualche modo predestinato, prescelto, un ragazzo che magari esce da lavoro – magazziniere, commesso, banconista, ce lo immaginiamo – a notte fonda, che torna a casa col bus attraversando la città, fantastica ascoltando ossessivamente El-B e A Guy Called Gerald, armeggia con Soundforge perché vuole mimare le stesse emozioni che prova ascoltando quelle cose e, anche se è tutto tranne che uno scienziato dei suoni (diversamente da tanti futuri colleghi, citiamo per comodità Scuba o Shackleton), ha un tocco capace di servire nel modo giusto – in un modo speciale – il più essenziale, persino banale, dei discorsi della e sulla musica: quello emozionale, appunto. Will Bevan cerca e trova pezzi che lo emozionino, e cerca e riesce a produrne. Cerca informazioni sull’hardcore, sulla UK garage, sul 2-step, e trova il sito del progetto Hyperdub, non ancora label (siamo probabilmente nel 2003), e ne contatta il mastermind Steve Goodman (già Kode9). A fine 2004 il suo nome – “Burial” – sarà già spottato nelle playlist che accolgono il visitatore sulla home del sito (adesso offline in quella versione, praticamente un magazine militante, di taglio post-strutturalista, che mappava i fermenti dopo-rave dell’elettronica inglese e dove scrivevano Goodman, il suo prof. Kodwo Eshun, Simon Reynolds, Dave Stelfox – l’autore dell’articolo che ha sdoganato il termine “dubstep”, su “XLR8R” #60, estate 2002 – e altri). Il resto è storia. Anzi forse, appunto, mito. 

Burial si nasconde (e dopo le crociate del “Sun” e tabloid simili, con tanto di ricompensa, lanciate per appurare chi fosse, c’è anche da capirlo) e ha gli occhi di tutti – armati di lenti deformanti – puntati addosso. A poche ore dall’uscita del leak di Rival Dealer su “Reddit” (un terzo del minutaggio totale, due minuti per brano), accade così che i frammenti sono già caricati su Soundcloud, che Hyperdub ha già caricato i brani per intero su Youtube, che i fan hanno già trovato i sample fonte (una versione a cappella, fatta da una youtuber, di More than Anyone di Gavin DeGraw; Jimi Hendrix; una canzone presa dalla OST dell’anime Spriggan) e che “FactMag” ha già dedicato al disco – che ancora deve uscire ufficialmente – un instant-articolo in cui si prende per il culo l’agiografia del fandom burialiano (composto da sinistri gremlins che si incazzano se Skrillex copia il sacro crackling sound) e si sintezza, tagliando divertitamente con l’accetta, il percorso del produttore: “Burial’s spent his post-Untrue years feeding cat-nip to kittens and watching them start Christmas number one campaigns”. Il che è vero, ma solo in parte, come abbiamo cercato di mostrare parlando di Truant | Rough Sleeper: Burial resta sempre fedele a se stesso, è vero, ma senza mai rifarsi alla lettera. Anzi, una delle sue cifre è proprio riuscire a rendere ricco e stratificato un impianto che di base è molto povero, tendenzialmente monocromo, ridotto all’osso com’è.

“FactMag”, come tutti, cerca di leggere al microscopio la musica di Burial, per estrapolarne indizi che possano in qualche modo aprire una breccia sulla personalità dell’uomo. E qui, tra molti riferimenti azzeccati (alcuni li riprenderemo), le ipotesi, anche se un po’ azzardate, sono davvero interessanti. 

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Rival Dealer è l’ennesima – ma qui forse particolarmente esplicita – dichiarazione di appartenenza, di identità (“This is who I am, that’s what I happen to be”riecheggia più volte) del nostro. L’atmosfera è quella che ormai sappiamo, da macerie periferiche, illuminate da luci fioche dalla centrale elettrica: è la distant light che puntella ossessivamente la strada di Burial e ne segna il percorso. Il suono è un soundscape confuso e disturbato, da broken radio, con pezzi di storia del continuum hardcore della musica elettronica inglese che emergono in forma di lacerti: è un passato che non c’è più, ma che non è ancora andato via, non del tutto (è questa, testuale, la definzione di hauntology, che k-punk/Mark Fisher mutua da Derrida e che tanto successo critico – l’ha ripreso anche Reynolds, e in qualche modo la retromania ne è una declinazione – ha riscosso). Il Burial-suono è un ritaglio di suoni irregolari e sporcati, inframmezzati da voci che non si sa se interiori o di penati protettori, i cui stop&go sono tutto fuorché dance, e anzi hanno già costretto – onde evitare reclami di sorta – a specificare che “The skips and cut outs on the track ‘Ashtray Wasp’ are intentional”. C’è forte odore di rave, di anni Novanta (“Fact” cita oculatamente Neil Landstrumm), concentrati in un profilo ritmico che esaspera quello di Street Halo e lo rigira in un breakbeat che – per quanto non esagerato, non intricatissimo, non esasperato – è già jungle. Fino al chill out cosmico, beatless, del finale della traccia. 

Il chill out continua nel secondo brano, Hiders. Anzi, la seconda canzone. Introdotta da un piano da ballad (siamo in una epica pop non lontanissima, visto che comunque lontani lo siamo a prescindere, dai Coldplay), non potendo sfuggire al legame luce-speranza, prorompe estatica in un “You are the sunlight: the sunlight has come”. Stacco, un vuoto colmo di pathos, e si riprende col piano, con una musica mai così solare. E’ una trovata, un effetto, in fondo, ma funziona meravigliosamente. A metà esatta del pezzo, su un “You don’t have to be alone” (“alone” è la parola burialiana per antonomasia), ecco innestarsi su questa struttura già così nuova per lui la prima vera grande sorpresa di tutto quello che stiamo ascoltando: parte la ritmica secca e uptempo di un (electro-)pop anni Ottanta, con tanto di passaggi su rototom o comunque tom plasticosi. La forma è quella, e Burial la fa sua filtrandola con una resa sonora un po’ appannata e un po’ malferma – come se stessimo ascoltando da una vecchia musicassetta, e certamente non in cuffia – non lontana dalla naïveté un po’ ebete, un po’ drogata, di un Ariel Pink o di un Dean Blunt. Ma resta, forte, la luce. La speranza che si annunciava timida nello scampanellio di Moth prima e in Rough Sleeper poi è finalmente – per quanto ammaccata – arrivata? “Fact” azzarda una risposta affermativa, ma secondo noi non è dato sapere, se il tutto dura giusto qualche giro, e poi si risprofonda in un soundscape decisamente poco solare (Robert Christgau, a suo tempo, questo soundscape lo aveva definito senza mezzi termini illbient). A Burial piace cercarsi, trovarsi, e poi riperdersi.

La traccia successiva, l’ultima, Come Down to Us, si apre proprio con la voce di qualcuno sperso che chiede indicazioni su dove poter prendere il bus. Ed è un Burial scopertamente emo quello che segue, a metà tra adulterazioni Imogen Heap (che non è assurdo pensare riaffiori qui filtrata da James Blake) e sinuosità androgine The Weeknd (che “Fact” cita per la canzone precedente), attraversate difatti da suggestioni arabeggianti-orientaleggianti. La ritmica è quadrata, hip hop, né jungle, né step qui: è forse un trip hop sgranato. Prima che si torni al silenzio imperfetto del crackling sound burialiano, c’è il secondo e ultimo picco pop del disco, per il quale “Fact” azzarda che non sfigurerebbe nella OST di Una pazza giornata di vacanza (scanzonata storia di affrancamento dai genitori e, quindi, crescita) e in cui noi sentiamo un’eco del world-pop patinato di Enya. Il disco si chiude, ed è il secondo colpo di teatro dopo le due epifanie pop di cui sopra, con quanto di più intellegibile ed esplicito finora mai utilizzato da Burial a livello di materiali lirico-testuali, insomma di parole: è un sample da un discorso pubblico di Larry/Lana Wachowsky, in cui il regista di Matrix, sul cammino della trasformazione transgender, parla di come ci si sente a sentirsi impossibilitati a essere amati, a non essere accettati dagli altri e, forse, ancora prima da se stessi. Ma anche di come tutto questo si possa superare. Un elogio della diversità, della singolarità, un messaggio di resistenza, di speranza? “XLR8R” lo ha definito un “unexpectedly political sample” e “Fact” è andato oltre, azzardando, è il caso di dirlo, un’ipotesi: che questa sia come una cripto-lettera di Frank Ocean per Burial. A noi la cosa interessa fino a un certo punto, ma resta comunque interessante come il disco chiuda proprio con questo riferimento, peraltro impaginato così “in chiaro”, risultando assertivo, affermativo, testuale, più che atmosferico o allusivo (ricordiamo sempre Bob Xgau chiedersi come mai nessuno si sia posto il problema – questo prima della comparsa delle foto del nostro: ma Burial è maschio o femmina?).

“FactMag” e “Stereogum” si sono già spellati la lingua, parlando di brani che finiranno nelle top di fine anno e di un disco che sarebbe il più importante di Burial dai tempi di Untrue. Le quali cose sono in qualche modo vere: quelle voci così sole, così lontane, così evocative, che si stagliano, ferite e vivide, su tappeti rave, trip hop o su accordi di un piano romantico, restano. E se Kindred segnava già una discontinuità forte (ma ci teniamo a ribadire che tutti gli elementi di discontinuità o anche solo variazione, in Burial, covano sotto la brace già delle sue primissime produzioni), e Truant | Rough Sleeper la ribadiva con un equilibrio e una godibilità di ascolto impeccabili, qui siamo oltre: c’è il soundscape, c’è il field recording (dove il campo è la strada), c’è la memoria del continuum, ma ci sono soprattutto canzoni-canzoni, per quando sbrindellate, come forse il Nostro non ne tirava fuori proprio dalla anthemica Archangel (che era strutturalmente molto più compatta). Il taglio e le intenzioni sono però completamente diverse. Lì si settava uno standard, si innovava quello che per comodità chiamiamo dubstep in maniera paradossale, andando a pescare a piene mani nella sua tradizione pre-genere, nel 2-step, nella jungle, nel trip hop: per andare avanti si tornava indietro. Qui tutto questo è dato come per scontato, è metabolizzato, riassorbito in trasparenza in una visione metastorica, romantica di canzone, così strapazzata, così ingenua, che fa quasi tenerezza nella sua ostentata imperfezione. Insomma, qui si apre forse proprio un altro discorso.

Burial, da mito, ma in questo andando oltre il mito, sancendo anzi la propria statura di produttore, è riuscito a imporci la massima attenzione per la più piccola increspatura della sua musica, che (ci) sorprende come sorprende un movimento più accentuato o anomalo, per quanto statisticamente irrilevante, quando si guarda un virus al microscopio. Sorprende per i campioni così ultra-pop usurati da diventare underground marci, mettendo assieme rumori di accendini, rapper tamarri, indie e superstar patinate. Sorprende per la capacità di attivare emozioni pur – e, anzi, forse proprio – lasciando intravedere nella sua musica un così grande vuoto. Burial è pieno di strati, che sono pieni di polveri, di detriti, di forme da sbozzare perché da ricostruire: di frammenti di passato. E proprio per questo, al di là dei silenzi solitari e notturni, è soprattutto pieno di vuoti, (ci) piace perché almeno metà della sua musica siamo noi a metterla, con la nostra memoria, la nostra storia musicale (e non). Con la nostra voglia, insomma, di colmarlo questo vuoto, di ricostruire quel passato di cui lui ci fornisce i frammenti: anni fa Kode9 suggeriva come il dubstep possa essere considerato il fantasma della jungle, e come in questo senso spinga l’ascoltatore a farsi completare mentalmente, ad aggiungere quello che manca a certe figure ritmiche, accennate ma mai del tutto conchiuse.

A questo punto, ora che peraltro le increspature della sua musica si sono fatte massime e non minime, Burial potrebbe anche solo essere un pretesto per scervellarsi su un busillis di per sé insignificante, eppure così fascinoso e attraente, ineludibile, e stare fermi ad ascoltarsi.  

©GC Cook Burial

13 Dicembre 2013
13 Dicembre 2013
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