Mogwai, foto di Dry Fantasy (2021)

E l’amore continua (anche ai tempi del Covid). Intervista ai Mogwai

As the Love Continues. È con questo messaggio tutto sommato di resilienza nonostante i mesi difficili dei vari lockdown che i Mogwai hanno battezzato il loro nuovo album, registrato in Inghilterra nell’infausto 2020, che ha reso impossibile la prevista trasferta americana e li ha costretti a lavorare a distanza con l’amico produttore Dave Fridmann, collegato tramite uno schermo del computer come una sorta di benevolo Big Brother. Ma più che risentire del clima depressivo e dell’ineluttabile isolamento umano di questi tempi, la musica che gli scozzesi hanno creato per questo nuovo lavoro che fa cifra tonda (LP numero dieci, colonne sonore escluse, ma anche venticinque anni di carriera dalle prime prove discografiche del 1996) sembra voler offrire e cercare lei stessa un sostegno, un riparo, un balsamo per l’anima. Sia con le sue tipiche architetture, al solito emotive, slanciate, oniriche, che puntano ancora al cielo per esorcizzare tutta la difficoltà e la stranezze del momento storico e accendere sensazioni liberatorie e trascendenti, sia con il versante più immediato ma non meno brillante – che invece va in direzione di un “sound and vision” dai toni più pop e rock – e infine con la forza evocativa dei passaggi strumentali più potenti.

Stuart Braithwaite, in dialogo su Zoom, come suo solito non ama dilungarsi, ma risponde in maniera puntuale e precisa a domande e osservazioni.

Prima di tutto, Stuart, parliamo di un disco, As Love Continues, registrato in tempi di pandemia. Che cosa ha significato per voi lavorare in un periodo così particolare e difficile?

In realtà fare un album in un anno così per noi ha rappresentato qualcosa di molto positivo. È stato un bene avere un disco su cui concentrarci. Registrare in Inghilterra ci ha dato l’occasione per non rimanere chiusi in casa, senza poter andare da nessuna parte. E tutto questo ha reso il lavoro un po’ più speciale del solito.

Ci sono state difficoltà o è andato tutto senza intoppi?

Qualche piccola difficoltà, ma in genere è filato tutto liscio. Non poter fare nient’altro oltre a essere chiusi a registrare ha per certi versi favorito il lavoro.

Eppure As Love Continues… non sembra affatto un disco cupo. È stata una reazione al mood del 2020 o semplicemente la musica che avevate composto è andata per conto suo?

Direi che la musica ha seguito la sua strada, anche se è vero che questa situazione del Covid l’ha resa un po’ un rifugio da tutte le situazioni strane e da tutta la negatività dell’anno scorso.

Cosa mi dici del titolo dell’album e della copertina?

Il titolo viene da una frase che ha detto la figlia del nostro batterista. La copertina è stata semplicemente un’idea di Dave, che si è lasciato ispirare dalla musica. È piaciuta a tutti, quella volpe artica è un bel po’ psichedelica. “Hey Prince, sta’ buono, vieni qua.”

[Il suo adorato cane Prince decide di essere dei nostri e si sistema sul divano vicino a Stuart]

Noto anche nella vostra evoluzione che la forma canzone sembra avere un po’ più di spazio rispetto ai pezzi più classici alla Mogwai con i temi strumentali, i crescendo, i picchi improvvisi… Parlo di song non solo come brano cantato, ma anche come composizione con una struttura più ripetitiva e ciclica, penso a Here We, Here We, Here We Go Forever o Dry Fantasy e non solo a Ritchie Sacramento. Sei d’accordo o magari è solo una mia impressione?

No, penso che tu abbia ragione. Quando lavoriamo su qualcosa che sembra avere una struttura più tradizionale, siamo ben contenti di muoverci in quella direzione. Avevamo voglia di sperimentare, e, per quanto dirlo possa sembrare strano, fare qualcosa di più tradizionale per noi significa sperimentare parecchio [ride, ndSA]. Anche se non riesco a pensare [a Ritchie Sacramento] come a una classica pop song. Ricorda più un brano alla Sound & Vision di David Bowie, è più quel tipo di idea che avevamo in mente…

È il quarto disco, se non sbaglio, che registrate insieme a Dave Fridmann. C’è qualche segreto dietro a questa vostra intesa?

David ha davvero molto talento, è una persona alla mano, ama molto sperimentare, sicuramente apprezza la nostra musica e ama stare con noi. Siamo molto fortunati ad averlo incontrato e a poter lavorare insieme a lui. Ci conosciamo da anni anche con la sua famiglia, sua moglie è molto gentile, suo figlio suona addirittura nel disco – suona il corno francese. Pensa, quando abbiamo conosciuto Dave i suoi figli erano piccolini e adesso sono diventati adulti. È bellissimo questo.

Che cosa vi piace di più nel suo modo di lavorare?

È molto aperto, e gli piace sempre provare cose nuove, anche per questo ci troviamo molto bene con lui. Ci è molto congeniale questo suo modo di fare e i risultati in questi anni ci hanno sempre soddisfatto.

Avete anche avuto delle collaborazioni importanti in questo disco: Atticus Ross per Midnight Flit, e Colin Stetson per Pat Stains

Sì, avevamo già lavorato con Atticus e Trent Reznor per la colonna sonora di Before the Flood. Tra l’altro sono anche un grande fan dei Nine Inch Nails. Adoro la loro musica da quando ero adolescente. Per Midnight Flit avevamo bisogno di qualcuno che si occupasse degli archi e Atticus ha fatto veramente un gran bel lavoro. Colin Stetson è un altro musicista che ammiriamo molto, era da un po’ che volevamo che collaborasse con noi e siamo molto contenti di averlo coinvolto.

Mogwai
Mogwai, foto di Antony Crook (2021)

I vostri pezzi hanno sempre titoli piuttosto bizzarri e surreali (per fare un esempio sul nuovo album, To the Bin My Friend, Tonight We Vacate Earth). Come li scegliete?

Di solito prendiamo nota di tante idee e frasi e le abbiniamo ai pezzi che componiamo in maniera piuttosto casuale. Senza pensarci troppo su. Poi con il tempo il titolo si lega, diventa lui stesso la musica. Ma appunto, non è che ci stiamo a pensare più di tanto…

Negli ultimi anni siete stati spesso impegnati con le colonne sonore. I due percorsi – quello dei dischi e quello delle soundtrack – rimangono paralleli o sono in qualche modo legati?

Sono legati perché parliamo pur sempre di noi e della nostra musica. Ma nei nostri dischi siamo molto più liberi. Fare una colonna sonora vuol dire soprattutto lavorare per un regista. Devi seguire quello che lui ha in mente, e non è detto che sia un limite: a volte ti può portare a fare cose che non ti saresti mai aspettato. È sempre interessante quindi, ma è anche un modo di lavorare completamente diverso.

Vi viene in mente qualche regista con cui vi è piaciuto particolarmente lavorare?

Ti dirò, siamo soddisfatti di tutti i film a cui abbiamo lavorato. Forse quello che mi è rimasto più impresso è Atomic. Il regista, Mark Cousins, era molto attento, aveva grandi idee e anche idee molto precise su quello che voleva.

Poco prima dell’album, che esce il 19 febbraio, avete in programma iniziative virtuali come un concerto trasmesso in streaming e un incontro via web con il vostro pubblico sulla piattaforma di Rough Trade. Quanto vi mancano suonare dal vivo e il contatto con il vostro pubblico?

Tanto. Darei qualsiasi cosa per poter suonare dal vivo. Mi manca tutto dei concerti, anche il solo vederli da spettatore. Non vedo l’ora di poter ricominciare.

È quello che speriamo tutti. Se doveste rimanere ancora fermi sul fronte dei concerti, dobbiamo aspettarci che tornerete già in studio?

Adesso è un po’ presto, anche perché siamo molto impegnati con le interviste e la promozione del nuovo album. Ma se quest’estate non ci sarà ancora modo di suonare dal vivo, probabilmente inizieremo a pensare di comporre qualcosa di nuovo. D’altronde, cos’altro potremmo fare?

Sono passati venticinque anni dal vostro primo singolo. Avreste mai pensato di fare così tanta strada?

No, per niente, eravamo giovanissimi quando abbiamo iniziato, tutti i nostri programmi erano a breve termine. Nessuno immaginava che saremmo andati avanti così a lungo. Non avevamo neanche vent’anni, nemmeno pensavamo a quando ne avremmo avuti quarantacinque. Sembrava un traguardo così lontano…