Colonne sonore esistenzialiste. Intervista ad Alessandro Cortini

La musica di Alessandro Cortini ha senz’altro raccolto un’attenzione particolare negli ultimi anni e lo ha fatto non servendosi di cinemascopici effetti HD. Il paradigma è un sound massivo e minimale che non tenta vie tortuose, bensì percorre armonie accessibili che ci catapultano in suggestioni più o meno tangibili. Siamo ben distanti dalle proposte di etichette come PAN e Tri-Angle records, e da tutto quell’hype che ha rifugiato l’elettronica in settori fin troppo concettuali, a volte privi di convincenti narrazioni – propriamente – musicali. Cortini non insegue trend, ma prosegue il suo racconto esistenziale, cambiando alcune variabili: prima ha scavato nella sua infanzia e negli angoli più reconditi della sua memoria (Avanti, 2017), adesso apre un ventaglio più ampio nei suoi stati d’animo. Questa volta l’ambient e i tappeti di droning vengono subordinati ancor più al riecheggiare delle melodie, che si vestono di timbriche modellate su misura.

Volume Massimo, il suo ultimo album uscito a settembre per Mute Records – l’etichetta dei Depeche Mode, per intenderci – è stato presentato in anteprima all’Atonal di Berlino, città che è ormai diventata la base del bolognese dopo anni trascorsi a Los Angeles e in tour con i Nine Inch Nails (in cui ancora milita). A scanso di equivoci la band di Emidio Clementi non c’entra nulla, c’entra piuttosto quel brumoso lato cinematografico che chi frequenta la coppia Trent Reznor e Atticus Ross conosce e apprezza (metti da The Social Network in avanti), e c’entra anche il lavoro che in parallelo stanno facendo Caterina Barbieri e Matteo Vallicelli, (quella “malinconia che si affaccia sull’inquietudine”  che ha ben colto Elena Raugei in sede di recensione).

A pochi giorni dai live che lo vedranno impegnato al Monk di Roma, all’Agro 16 di Mestre, al Teatro Comunale di Cervia e al festival Dancity Winter di Foligno, con Alessandro siamo partiti proprio da questo lavoro per tentare una disamina più ampia sul suo processo creativo e sul valore dell’identità artistica.

Volume Massimo prosegue nel solco di Avanti eppure lo storytelling risulta maggiormente variegato. Si potrebbe quasi accostare ad una ipotetica movie soundtrack. Alcune suggestioni mi ricordano le immagini di 127 ore di Danny Boyle e Tree Of Life di Malick, per non parlare della nuova ondata Sci-Fi. Cosa ne pensi?

Entrambe le cose che hai detto sono giuste. C’è senz’altro continuità con il precedente album, difatti un pezzo come Amore Amaro fa parte del periodo compositivo di Avanti, ma non volevo che facesse parte di quel lavoro. Diciamo che è stato il primo esperimento che mi ha portato ad un arricchimento sonoro non basato esclusivamente su uno strumento. L’aspetto audio-visivo – o comunque cinematico – probabilmente nasce dal fatto che io non mi siedo mai a lavorare con un preconcetto, inteso come pezzo che devo scrivere. Di norma accendo e registro le cose che escono. Lavorando in questa maniera penso che si sviluppi un discorso musicale meno definito e il tutto si presta ad una proiezione mentale molto personale, dove ognuno fa le proprie riflessioni.

Diciamo che è un po’ il contrario di Avanti, dove le mie memorie richiamavano anche quelle dello spettatore perché lo proiettavano ai tempi vissuti in gioventù. Volume Massimo non ha un concetto come poteva avere Avanti, il concetto di Volume Massimo è Volume Massimo, cioè il lavoro. Perché come lavoro, senza attaccarci una certa narrativa, si presta ad essere completo e lascio all’ascoltatore di farlo suo, come una sorta di collaborazione. La musica strumentale ti lascia la libertà di presentare una sensazione che poi viene interpretata, digerita e assimilata in maniera diversa da ognuno di noi.

Penso che quest’album sia un vademecum sull’esistenzialismo sonoro in chiave pop(ular), perché le melodie sono ben impresse e le timbriche evocative rimangono al servizio di un leitmotiv, di un preciso tema musicale. A mio avviso è un omaggio al minimalismo, ma senza la pesantezza di certe sperimentazioni e ridondanti esercizi di stile. Sono fuori strada?

Il mio passato è fatto di canzoni e band varie che hanno instaurato in me un certo livello di necessità melodica. Essendo cresciuto negli anni ’80, c’è un certo legame con quello stile compositivo che sta in equilibrio tra la sperimentazione ed una cosa più orecchiabile. Non è un caso che nell’ultimo mio album il brano Momenti sia un tributo al film Momenti di Gloria, con la colonna sonora firmata da Vangelis. Prima la mia melodia era limitata ad uno strumento unico, mentre in Volume Massimo ho cercato di espanderla senza forzature. La sperimentazione è sempre presente, ma più a livello sonoro che a livello melodico. Diciamo che la parte acustica più familiare viene accompagnata in modo meno convenzionale, comunque mi diverto e non ci penso più di tanto

L’animo è quello di melodie memorabili che vengono servite su un piatto di sonorità più ricercate, ma non intendo “ricercare” per sembrare strano o diverso dagli altri, difatti non vado mai fuori dai miei strumenti. Ho fatto musica per me, per stare meglio, come se fosse uno strumento terapeutico, ma non perché stessi male. Ad esempio Sonno (2015, Hospital Production) era per aiutarmi a dormire, altre cose per realizzazione personale.

Ero all’Atonal di Berlino all’anteprima di Volume Massimo, la tua proposta ha spiccato per intelligenza emotiva ma anche per distanza rispetto alle altre. Ti è mai capitato di sentirti l’elemento estraneo di una lineup?

Non mi sono mai sentito un pesce fuor d’acqua quando suono nei vari festival, ma capisco benissimo cosa intendi. In generale se i festival ti chiamano è per un certo motivo, magari per un discorso artistico ben preciso e non per fare più guadagni, come avviene nei festival rock-pop. Onestamente non penso più di tanto a chi altro suona, ma non lo dico in maniera irriverente o per mancanza di rispetto.

Personalmente faccio musica tutti i giorni e fatico ad ascoltarne di altra a fine giornata, a meno che non sia legata a quando avevo 14, 15 anni, quindi con un aggancio emotivo. Non cerco più come una volta cose nuove, perché in questo momento non ne sento il bisogno. Detto questo, mi fa sempre piacere ascoltare le altre proposte quando suono nei festival e non mi sono mai sentito fuori posto. Secondo me questa scena elettronica europea permette a tutti di presentare il proprio lavoro in una maniera dignitosa e appropriata, soprattutto dal punto di vista tecnico. Molto distante dallo scenario tipico dei festival rock-pop, in cui alcuni artisti si esibiscono alle due del pomeriggio per 15 minuti di fronte a quattro persone con le birre in mano. Poi ti dico, gli Stati Uniti hanno una struttura molto meno sviluppata rispetto all’Europa per quanto riguarda la musica elettronica, soprattutto a livello di finanziamenti per forme di arte nuova. Difatti il 95% dei miei concerti si volgono in Europa.

Avanti è un inno alla malinconia dove tutto rimane sospeso, è il congelamento di un ricordo, Volume Massimo al contrario si avvale di atmosfere maggiormente concise, eppure i toni rimangono celebrativi…

Faccio fatica a parlare delle differenze analitiche, per Avanti mi sono servito di uno strumento unico e di conseguenza è un lavoro più immediato, mentre Volume Massimo l’ho lasciato a bollire un po’ di più. I brani di quest’ultimo li avevo scritti a Los Angeles nel corso di tre o quattro anni, ma li ho terminati qui a Berlino, includendo anche strumenti come la chitarra. Sia a livello sonoro che visivo Avanti è monocolore, attaccandosi ad una determinata immagine fin da subito. Invece l’ultimo album ha più sfumature ed ho curato il suono senza pensare alla corrispondenza grafica, questa è avvenuta in seguito.

Sei approdato a Mute e sarebbe inutile soffermarsi sul catalogo degli artisti che ha sottoscritto (Nick Cave, Wire, Moby, Laibach…). Probabilmente la più grande intuizione dell’etichetta è stata quella di stampare gli album dei Depeche Mode fin dagli albori. Un po’ della loro new wave ce la ritrovo nei tuoi lavori…

Non potevo pensare ad una casa discografica migliore di Mute per un lavoro come Volume Massimo, sia a livello musicale che visivo. Quando ho visto la copertina con il logo ho detto: ci sta, esteticamente si presenta come un album Mute. Invece, a livello sonoro il loro catalogo è sempre stato aperto alle cose nuove, guardando sia le stampe di trent’anni fa che quelle più contemporanee, come ad esempio Ben Frost. Ancora non riesco a crederci quando mi manda un messaggio Daniel Miller (il fondatore di Mute Records).

Mi sento orgoglioso di far parte di questa famiglia, c’è apertura nel dialogo, in special modo nell’affrontare dinamiche legate al marketing e nel farmi comprendere aspetti della casa discografica. Per quanto riguarda i Depeche Mode, senz’altro è stata una band che mi è piaciuta, ma non c’è mai una relazione diretta con quello che faccio. Personalmente registro tutti i giorni – ho anche cartelle archiviate di rumore bianco suonato per ore – e quando certe composizioni si riuniscano in un senso comune decido di dargli l’ultima botta di vernice prima di farle uscire. Tutto questo per dirti che non mi metto mai seduto a pensare ai lavori successivi, escono sempre gradualmente e sono frutto di spontaneità. Se agissi in altro modo sarebbe la morte della mia creatività e quello che faccio per me spero possa risuonare anche in altre persone per un effetto di osmosi.

Il ritorno dei synth modulari e delle vecchie drum machine ha riacutizzato un interesse verso l’analogico, ma soprattutto verso la modulazione sonora live e una ricerca di timbriche calde. Come tutti i mezzi creativi ad un certo punto diventano fashionable e vengono acquistati anche da giovani ben poco eruditi in sintesi sonora. Qual è stata la tua esperienza con queste macchine?

Io sono un sostenitore dell’approccio a uno strumento senza avere alcun tipo di esperienza o conoscere la sintesi sonora. Se tu sei attratto a livello creativo dalla macchina dovresti usarla e divertirti, però arriva un punto in cui forse devi fermarti e concentrarti su quello che hai, invece di cedere alla tentazione di acquistarne di altre. La magia è quella di partire dai dei moduli molto semplici, perché poi la complessità deriva dal connetterli assieme. Ma quando mi metto nei panni dell’ascoltatore e chiudo gli occhi, il 90% della musica fatta in eurorack e quindi con i modulari, non mi lascia niente. Insomma se togli l’aspetto visivo e tattile, ci sono pochi artisti che riesco a godermi, senza pensare tanto a come hanno fatto la loro musica.

Poi, se una persona ha un lavoro normale e torna dal lavoro alle 7 di sera, con la voglia di suonare e “spippolare”, ben venga; anzi avere la possibilità di usare moduli nuovi credo sia un valore incredibile. Il problema potrebbe sorgere quando, caricando quelle tracce su YouYube, ci si convinca di fare musica rilevante, degna di una pubblicazione.

Mi hai anticipato sull’argomento, ovvero la capacità di essere riconoscibili, che si può tradurre in personalità espressiva e quindi identità artistica. Ritornando alla tua musica, non riuscirei ad accostarla ad altri autori ben precisi. Partendo da questo input, ci sono musicisti che ultimamente ti hanno fatto pensare la stessa cosa?

Sicuramente Caterina Barbieri, Suzanne Ciani e Colin Benders utilizzano il modulare come un veicolo per la loro creatività, queste musiche hanno un significato al loro interno, che nasce da una discussione con lo strumento. C’è anche da dire che noi artisti siamo un po’ come i bambini, lo strumento nuovo è come un giocattolo e ci stimolerà sempre, ma poi la differenza sta nel come utilizzarlo nella propria estetica musicale.

L’elettronica è un ottimo strumento espressivo per tradurre pensieri astratti in modo del tutto personale, lo è anche per chi non ha molte conoscenze strettamente musicali…

Certo, sono d’accordo, il computer è uno strumento al pari livello di una chitarra o di un pianoforte. Il problema del digitale è che non avendo delle regole limitate come altri strumenti, che ti permetterebbero di sviluppare un linguaggio interno artistico a livello musicale, si rischia di condire il tutto con mille spezie invece di focalizzarci sugli ingredienti principali. Rimane bello avere tante opzioni, ma la disponibilità di così tanti strumenti non organizzati, secondo me, gambizza un po’ la propria voce.

Ti posso dire che la maggior parte delle cose che ho scoperto l’ho scoperta utilizzando una o due macchine, cercando di scoprire i limiti di ognuna di esse e nell’adattarmi di conseguenza. Questa partita a scacchi con la macchina ti permette di sviluppare il tuo linguaggio, come se “lei” fosse la grammatica. Tu ti alleni a parlare in quella lingua e alla fine smetti di pensare alla grammatica, che tradotto vorrebbe dire scendere in profondità con lo strumento. Per esperienza personale, a livello creativo esce più materiale personale se utilizzi pochissimi strumenti musicali invece di usarne molti.

2 Dicembre 2019
2 Dicembre 2019
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