Ich bin meine maschine: intervista a Atom TM

Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Uwe Schmidt, aka AtomTM, in occasione del concerto tenutosi il 4 aprile 2014 a Soliera (MO), anteprima della prossima edizione del Node Festival.

Lo spettacolo che presenti stasera si chiama HD+. In cosa si differenzia dal tuo show dell’anno scorso? Mi riferisco in particolare al set visto al Sonar, che personalmente considero come il migliore visto nell’edizione 2013 del festival di Barcellona.

L’anno scorso (a parte lo show del Sonar, che ho dovuto necessariamente ridurre a 45 minuti), HD durava circa 1 ora e 15 minuti. Ora ho aggiunto un nuovo video e cambiato qualche cosa. E’ sempre basato sull’album omonimo, ma ci sono un paio di pezzi che ho preso da A/V, il mio precedente set. Direi che è composto per l’80% da HD e il restante 20% da altre cose.

Nel comunicato stampa che accompagnava l’album HD si parlava di un lavoro “spirituale, musicale e scientifico”. Erano parole tue o del press agent?

Le ho scritte io. Quando devi promuovere un album hai il problema di aggiungere parole a qualcosa che hai fatto proprio perché non avevi parole per esprimerlo. Si fa musica proprio perché si vuole esprimere sensazioni, emozioni, o comunque qualcosa che non ha nulla a che fare con le parole. Quando mi è stato chiesto di scrivere qualcosa su HD, sapendo che se non l’avessi fatto io l’avrebbe fatto peggio qualcun altro, ho provato a riassumere. Ma non mi trovo mai a mio agio nel farlo: è sempre una seconda lettura.

Qualcosa di sovrapposto…

Sì. In un certo senso distorce ciò che è la musica. A me non interessa scrivere di musica: non voglio spiegare le cose, lo trovo abbastanza equivoco. In questo caso ho preferito essere il più conciso e preciso possibile: ho pensato all’ispirazione per HD, e quei tre temi costituivano il centro dei miei interessi nel periodo in cui stavo realizzando l’album. Ha a che fare con la scienza: c’è un approccio scientifico nel sound design e in altri dettagli tecnici. Un altro aspetto che continua ad affascinarmi, e che incrocia l’ambito scientifico con ciò che io chiamo “spirituale”, è ciò che avviene quando improvvisamente un certo suono, cioè qualcosa di fisico, produce qualcosa di metafisico. E’ un campo vastissimo del quale non volevo dare ulteriori spiegazioni: sicuramente quei tre concetti non bastano per spiegare tutto, ma credo sia più importante che il pubblico che ne sia venuto a conoscenza tragga le proprie personali conclusioni.

E probabilmente la stessa cosa vale per il titolo, HD, che per te significa Hard Disk, per me High Definition…

Corretto. Il progetto era nato 5 anni fa come Hard Disk, poi il format è mutato in HD, ma già prima avevo scoperto alcuni floppy disc chiamati High Density, in certe aree si parla di Heavy Duty, eccetera. Ciò che mi piace di HD è che può essere considerato come un semplice segno: vedi HD e pensi “wow!”. E chiunque può immaginare qualsiasi cosa al riguardo. Inoltre, dato che sono solo due lettere, si possono pronunciare in ogni lingua, spagnolo, francese, tedesco, inglese, ed è sempre corretto. HD è universale, non è un titolo in inglese o in tedesco difficile da capire e da pronunciare.

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Foto di Daniele Casciari

Hai applicato qui lo stesso principio del nome/brand Atom™, ma spesso hai utilizzato anche un approccio radicalmente diverso: vedi ad esempio “1i3835tra3um3”, il titolo dell’album del 2010, composto da lettere e numeri, ma da leggersi Liebesträume (“sogno d’amore”, con riferimento alle opere di Liszt – ndSA).

Sì. Mi piace giocare con il concetto di accessibilità. Ho fatto tanti dischi criptici, che devono essere digeriti prima di essere completamente apprezzati. Con HD ho voluto fare un album con influenze pop, con una superficie più accessibile, ma contenente all’interno altri tipi di frizioni.

I principali, immediati, riferimenti dell’album, oltre a Prince (I Love U, like I love my drum machine) e agli Who (la glitch cover di My Generation), sono i Kraftwerk, un soggetto che hai più volte toccato nella tua carriera…

Non direi che nella realizzazione di HD i Kraftwerk siano stati per me un riferimento conscio. I Kraftwerk sono più parte della mia “tradizione”, del mio DNA musicale. Con HD volevo tornare ad una sorta di purezza negli arrangiamenti, nelle strutture armoniche, nelle melodie, nelle lyrics. Tutto gira intorno al concetto di riduzione: comporre una canzone e poi ridurla ai basics. Che in un certo senso è un’idea kraftwerkiana, ma che volevo portare oltre. Realizzando l’album volevo fare musica elettronica pop essenziale: se hai questo obiettivo e sei tedesco non ci sono tanti altri riferimenti. E’ per questo che viene facile fare il confronto con i Kraftwerk. Nell’album ci sono altre citazioni meno immediate, perché l’ambito in cui ho lavorato è più ampio: funk, black music, soul, in parte anche il blues, che in fondo è musica semplice, un altro aspetto dei concetti di riduzione e semplificazione a cui miravo. HD raccoglie tantissime e disparate ispirazioni, come gran parte delle cose che ho fatto. Quando comincia a prendere forma un pezzo, improvvisamente saltano fuori tante connessioni, alcune più ovvie e altre più oscure, che diventano parte della composizione al punto tale che dopo un po’ ne dimentico l’origine.

Da sei anni circa i tuoi lavori si confrontano spesso con l’eredità musicale romantica europea, in particolare tedesca: Liszt, Schubert, Strauss, Wagner… Anche questi sono riferimenti inconsci?

In tutto ciò che faccio la parte inconscia ha un grande ruolo. Ci sono cose, che possono venire da ovunque (la storia musicale tedesca, un quadro, un CD…), che a un certo punto misteriosamente si collegano a qualcosa a cui sono in quel momento interessato, si attraggono tra loro, formano connessioni e cominciano a formare un “campo di elementi”. Di solito non so spiegare questo processo, non c’è un significato: sono semplici risonanze. Prendiamo HD, per esempio: c’è stato un momento in cui il progetto consisteva solo in un “brodo primordiale” di cose, e poi ad un certo punto tutto ha cominciato a prendere posto, come le tessere di un puzzle. E non ho idea del suo significato. Se qualcuno mi chiede quale sia il significato di una canzone io rispondo “il significato sta nel fatto che l’ho realizzata”. Una parte interessante del mio lavoro è quella di essere una sorta di attrattore di elementi che, attraverso il tempo e lo spazio, possono costituire un mondo, un’estetica a sé stante, come in un quadro.

Ciò che dici mi porta a Bauteile, la tua ultima release in collaborazione con Marc Behrens: una sequenza di oggetti sonori in una sorta di “flusso di in-coscienza” lungo settanta minuti…

E’ interessante che tu citi Bauteile in questo contesto. Una delle ispirazioni che da parte mia ha portato alla realizzazione dell’album è stato l’ascolto delle fughe di Bach. Mentre ascolti per la prima volta una fuga al clavicembalo non sai cosa stia per accadere. Non è come una canzone, né come un’improvvisazione jazz: non c’è un tema a cui puoi fare sempre riferimento. Non c’è una spiegazione: è uno svolgimento continuo al quale, ti piaccia o no, devi in qualche modo abbandonarti, e che alla fine ti lascia una sensazione. Non ha senso skippare, o ascoltarne solo un pezzo: devi seguirla dall’inizio alla fine. Mi sono molto interessato ai concetti di fuga e di ornamento. Circa sei anni fa ho composto Muster, un pezzo lungo cinquanta minuti, senza possibilità di skip o stop, molto astratto. Non c’è alcuna spiegazione possibile, sono le sensazioni di chi ascolta che danno valore al brano. Ho inviato la composizione a Marc, e lui ha apprezzato molto l’idea di una track molto lunga che si sviluppa passando attraverso vari accadimenti sonori. Se dividi Bauteile in frammenti non funziona più, diventa inutile e senza senso. Devi sederti, ascoltarlo nella sua interezza e arrenderti al momento presente.

Atom TM - Soliera (MO)  - 1

Foto di Daniele Casciari

Richiede attenzione, cosa che oggi è sempre più difficile avere a disposizione…

Infatti. Scegliendo questo format forzi l’ascoltatore ad agire in un determinato modo. Con una sola traccia di settanta minuti, la composizione automaticamente seleziona chi includere e chi escludere dalla sua fruizione. Eravamo coscienti che questa scelta avrebbe tenuto fuori tante persone: molti non hanno tempo o voglia di digerire un pezzo così lungo. Se invece si accetta di seguire questo flusso di incomprensibili informazioni, si passa da un’immagine all’altra, senza sapere mai cosa potrà venire dopo, con alcune cose che si ripetono, altre no… Quando il pezzo è finito non puoi ricordarne la melodia o l’armonia, ma ti lascia con la sensazione di avere avuto un’esperienza, irrazionale e astratta.

Bauteile è basato sulla memoria. Frasi, frammenti, a volte un singolo suono, per esempio un kickdrum o un accordo di synth, che richiamano determinati periodi o stili musicali ma mai in modo preciso, utilizzati sempre a “gravità zero”, come puri significanti emotivi…

Esattamente. Io credo che la musica, ma più in generale quasi tutto ciò che facciamo, abbia a che fare con la memoria, con le informazioni che abbiamo raccolto ovunque nel corso della nostra vita, senza sapere poi esattamente da dove provengano, frammenti che formano un mix di differenti realtà. Sto leggendo in questi giorni un libro molto interessante, “Materia e memoria” di Henri Bergson, nel quale si afferma che tutte le esperienze che facciamo sono mescolate con i nostri ricordi, e che la memoria completa le nostre esperienze in maniera molto maggiore di quanto pensiamo, e attraverso modalità misteriose. Noi pensiamo di sapere perché agiamo o pensiamo in un certo modo, ma in realtà, se ci si pensa, spesso non ne abbiamo idea. E questo accade anche a chi, come me, lavora con stili, linguaggi, codici o referenze diverse: io stesso mi rendo conto che non so da dove esattamente provengano i contenuti che elaboro. Il mio lavoro come Señor Coconut ha avuto molto a che fare con questa idea. In Bauteile questa azione misteriosa della memoria è evidente.

Parlando di memorie, dall’anno scorso hai cominciato a mettere le mani sulla tua vastissima discografia, ripubblicando e rieditando tue produzioni del passato sotto la nuova etichetta di catalogo  Atom™ Audio Archive. Come sta procedendo il lavoro?

Visti i numeri coinvolti (attualmente la discografia ufficiale di Uwe Schmidt ammonta a 226 produzioni, ndSA), per far sì che questo lavoro non sia soverchiante, occorre focalizzarsi: invece di seguire un criterio cronologico sto adottando un processo più artistico, concentrandomi sulle release che di volta in volta mi ispirano e mi incuriosiscono di più. Dovendo affrontare tutti i dettagli tecnici per i remastering, per ogni produzione che affronto mi occorre un giorno o un giorno e mezzo per un ascolto completo. E da questi esami molto attenti vengono fuori situazioni interessanti: ricordi distorti, cose di cui hai ormai dimenticato le motivazioni o le circostanze… E’ come rileggere vecchie lettere che avevi scritto tanti anni prima, anche se con la musica il processo è ancora più astratto. Ora molte cose che ho fatto anni fa mi sembrano stupide: so che non è un punto di vista oggettivo, ma è il parere di una persona completamente diversa da quella di allora. E’ una sorta di psicoterapia personale.

Tra i tuoi prossimi progetti c’è una nuova label, chiamata “No.”, gestita insieme a Andre Ruello, aka Material Object, anche lui già musicista collaboratore di Pete Namlook e graphic designer della FAX…

Material Object è mio amico da tempo. Entrambi ci siamo resi conto che non c’era in giro un’etichetta in grado di produrre le cose che avevamo in mente di fare. Mi mancava la spontaneità e la libertà d’azione che avevo con Rather Interesting (sublabel FAX gestita da AtomTM e stoppata nel 2012 a seguito della morte di Namlook, ndSA), dove potevo uscire con le mie produzioni quando volevo, senza dover sottostare ad alcuna altrui valutazione di opportunità. Anche Andre aveva le mie stesse necessità, oltre alla volontà comune di produrre anche cose di altri artisti. La nostra prima release, una collaborazione tra me e Material Object a nome No.Inc., uscirà il primo di maggio.

In un podcast realizzato qualche anno fa hai inserito una frase di Terrence McKenna che parlava di “extraenviromentalism”: sentirsi sempre, in qualunque posto, come uno straniero, un outsider, come “il gatto che cammina da solo” della favola di Kipling. Ho la sensazione che tu ti consideri un “extrambientalista”: è così?

Assolutamente sì. Non vivo in Germania da quasi vent’anni, ma in Sudamerica, a Santiago del Cile dove risiedo, mi sento e mi sentirò sempre in una condizione di outsider. Molti anni fa mi sono reso conto che più stavo lontano dalla Germania e meno mi interessava integrarmi in Cile. Inoltre viaggio spesso, e questo rafforza questa sensazione di essere un alieno ovunque. E’ una situazione che non mi dà problemi, anzi mi ci trovo benissimo. Ho scelto coscientemente di pormi in una “prospettiva aliena”: come essere in orbita e guardare il mondo da fuori. La tendenza umana è quella di cercare l’integrazione con la realtà che ci circonda: è più sicuro, semplice e veloce. Così come la tendenza a giustificarsi prendendo come scusa la propria cultura: siamo latini, non possiamo farci niente, questa è la Germania, da noi è così, ecc. E’ sorprendente come la gente tenda, beatamente ma in maniera inconscia, ad arrendersi alla propria cultura. “Culture is not your friend” diceva McKenna. Se ti liberi dal peso del background della tua tradizione, e contemporaneamente ti astrai dalla realtà culturale in cui ti trovi in un dato momento, sei libero: puoi decidere di non rispettare le regole, di comportarti male se ti va di farlo. Ho cominciato ad adottare questa “prospettiva aliena” come una sorta di esperimento personale, che ho trovato e trovo ancora divertente, ma sempre più mi sono reso conto del potere liberatorio di assumere volontariamente questa posizione: ti consente di liberarti da ogni sovrastruttura e di concentrarsi sulle cose essenziali della vita, “the simple basics of life“.

12 Maggio 2014
12 Maggio 2014
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