Il cielo si va rischiarando. Intervista a Egle Sommacal

Per entrare nel mondo in solo di Egle Sommacal bisogna compiere degli atti particolari: innanzitutto bisogna dimenticare il Sommacal chitarrista di una delle band più rilevanti per la nascita di un vero “rock in italiano”, ai cui intarsi elettrici – importanti tanto quanto lo “scritto e parlato” del sodale Clementi – ha in pratica contribuito quasi dalla fondazione. Poi bisogna vederlo suonare live, in particolare nel tour di supporto all’ultimo album uscito Il Cielo Si Sta Oscurando, disco che cresce ad ogni ascolto e talmente pregno di sfumature e chiaroscuri che pensarlo figlio della sola acustica e giusto qualche loop qua e là, fa molto strano. Non bisogna però andare solo ad ascoltarlo, ma proprio vederlo suonare live, possibilmente in un posto raccolto e silenzioso, in modo da poter carpire ogni stato d’animo, assorbire ogni sfregamento anche minimo di corda, annusare le vibrazioni nell’aria circostante.

Solo così si comprenderà come l’avventura in solo di Sommacal sia in realtà quasi una necessità fisica, un rifugio o un angolo appartato di una stanza chiusa a chiave che saltuariamente il bellunese – ma ormai bolognese d’adozione – apre ad un pubblico limitato e interessato. È già successo un paio di volte in passato, con l’esordio Legno – anche lì solo sfregature di chitarra acustica e poco altro – e col seguente Tanto Non Arriva, più fanfaresco per organigramma ma sempre intimo e sentito; ma è forse con questo terzo passo – il primo in “coabitazione” con la rinata attività del gruppo madre, fatto che ne esalta la dimensione intima e quasi necessaria – che Sommacal è riuscito a far sgorgare da dentro, in maniera naturale – come conferma nell’intervista qui sotto – il rapporto che ha con la chitarra.

Un disco che nasce da “frequentazioni” (da intendersi come ascolti, affinità, esplorazioni in solitaria) con un mondo “altro” rispetto a quello facilmente immaginabile – e già evidenziato nelle uscite precedenti – del blues e/o folk o del mondo della chitarra acustica alla Fahey. Un mondo in cui il minimalismo americano e certe traiettorie della “classica”, di solito in posizione aliena rispetto agli orizzonti “rock” – da una parte Philip Glass, dall’altra Erik Satie – assumono un senso ora come mera ispirazione, ora come tratteggio evidente (la splendida resa per chitarra “con accordatura in sol maggiore” della Première Gymnopedie satieana), definendo quel mondo personale, afono, fotografico e visionario, frammentario e coeso, al guado tra ricerca e tradizione, di cui le parole scambiate qui di seguito non sono che una breve introduzione.

Pic by Antonello Franzil https://www.flickr.com/photos/antonellofranzil/sets/72157650059901219/

Fatto salvo l’intermezzo “corale” di Tanto Non Arriva, sei tornato al legno dell’acustica. Mi viene banalmente da pensare che tu abbia un rapporto particolare con lo strumento, specialmente quando sei da solo…

Beh… fondamentalmente se sei un chitarrista le opzioni sono tre: classica, acustica ed elettrica. Per anni ho suonato solo l’elettrica, e quasi sempre esclusivamente in gruppo, poi solo in un periodo successivo, in cui avevo molto interesse per John Fahey, è nata l’ambizione di fare le cose da solo: rivolgermi all’acustica è sembrata quindi la cosa più naturale. Forse c’è stato anche qualcos’altro, il mio suono con l’elettrica diventava sempre più pulito, con meno effetti, e forse il passaggio all’acustica è stato un continuare quella strada, ma lo dico a posteriori, quando è avvenuto non mi sono fatto molte domande, e di fatto ora ho iniziato a mettere degli effetti anche all’acustica.

La tradizione folk-blues, in particolare americana, è stata oggetto di una grossa riscoperta negli ultimi tempi. Avendo lavorato a un disco di fingerpicking mi viene naturale chiederti come ti ci rapporti, anche se Il cielo si sta oscurando si distacca molto da quella tradizione, per avvicinarsi a quella minimale e classica…

Il mio maggiore proposito, durante la lavorazione de Il Cielo Si Sta Oscurando, è stato quello di non fare un disco blues o country. L’unico parere che chiedevo prima dell’uscita, ai pochi che l’avevano sentito, era: “non è blues o country vero?”. Poi la questione di John Fahey ha perseguitato me come altri, non ci si poteva fare molto: “suoni l’acustica e non canti?” sei “à la Fahey”, anche se il suo stile è definibile solo in termini abbastanza astratti ed è mutevole lungo la sua carriera (e non mi riferisco solo alle scelte estreme dell’ultimo periodo). La musica minimale, invece, è stata sempre presente nei miei ascolti, non è stata una scoperta recente, e credo che abbia influenzato il mio modo di suonare anche nella mia attività di chitarrista di gruppo: per fare un esempio, la parte di chitarra de Il Primo Dio, un brano dei Massimo Volume, nasce dal tentativo di fare qualcosa alla Steve Reich.

In questo senso mi verrebbe da chiederti come esce fuori una versione per chitarra acustica delle Gymnòpedies di Satie…

Per me era importante dare un segno dei miei riferimenti. Satie è per molti versi l’inizio della musica moderna, il superamento dell’impressionismo e con esso del romanticismo tutto. Da un punto di vista strettamente musicale la mia trascrizione ha di particolare che è per chitarra con accordatura in sol maggiore.

Pic by Antonello Franzil https://www.flickr.com/photos

Mi aggrappo spesso ai titoli (e alla mia fantasia) per interpretare e immaginare musiche evocative e strumentali come le tue. Chi è “l’ultimo grande collezionista” di cui la tua chitarra parla in uno dei vertici dell’intero album? Oppure, non c’è veramente “nessun posto sicuro”?

L’Ultimo Grande Collezionista ha che fare con qualcosa che non c’è più, o che non ci sarà più. Forse con il rimpianto, o con un certo modo di intendere e vedere il mondo e le cose e le creature che lo abitano, o niente di tutto questo. E no, non credo che ci sia più un posto sicuro. Ma in generale i titoli che metto ai brani non svelano domande o significati.

Anche io sono stato colpito dalla vicenda della Ryoi-Un Maru, ma ascoltando il pezzo omonimo, quasi una suite per lunghezza e struttura, sembra proprio di vivere quella deriva stanca, in balia degli eventi naturali cui è impossibile opporsi se non con l’abbandono…

Quel brano è una eccezione a quanto affermato prima. Forse è la prima volta che un titolo o un evento guida la composizione di un mio brano. Il tentativo inizialmente era proprio quello di descrivere in musica il lento procedere del peschereccio, poi questo viaggio è diventato anche una metafora e ho aggiunto le risate da sit-com.

Sempre a proposito della domanda sopra, ti dirò, ci vedrei anche una chiave di lettura sociale, così come nel titolo stesso del disco…

Più che sociale, personale.

Vuoi farmi una sorta di guida all’ascolto dell’album, suggerire indizi o coordinate anche legate alla fruizione del disco? Oscurità, atmosfere plumbee cariche di tensione, un senso generale di riflessione su uomo e natura sembrano l’architrave dell’intero lavoro…

Cercando un concetto che ruotasse attorno alle intenzioni del disco uscivano spesso le parole buio, oscurità. Ho cercato di girare attorno a questi concetti e ad un’idea di natura completamente indifferente all’uomo.

Hai mai pensato di cantare in questo disco o in generale? Personalmente credo che la parola sia realisticamente superflua, specie in canzoni come quelle qui presenti, ma mi sento di dovertelo chiedere…

Non so cantare e non so scrivere testi, anche se mi piace la musica cantata. La mia discoteca ha così tanti dischi di musica strumentale che mi stupisco come te ogni volta che qualcuno considera una stranezza il non cantare.

Da Stefano Pilia, che conosci bene, a Mattia Coletti, solo per citare l’ultimo di cui mi sono interessato, c’è un folto stuolo di chitarristi in solo di notevole interesse, sul quale vorrei chiederti un parere o una riflessione…

Ho avuto modo di notare la grande passione che tutti ci mettono e gli ottimi risultati, nonostante si tratti di lavori indirizzati per forza di cose a un pubblico ristretto. Ognuno con un proprio stile (e nessuno “à la Fahey”). Dai più famosi, come Adriano Viterbini, che è partito da soluzioni alla Ry Cooder e da un corposo background blues, per unire ultimamente sapori africani e elegantissime soluzioni jazz, a Gionata Mirai, che con Allusioni ha trovato una via tutta sua alla 12 corde. Poi c’è Alessandro Asso, con soluzioni morriconiane e cinematografiche su un impianto jazz, e Stefano Pilia, con cui lavoro e condivido ricerca e scoperte, che ha saputo conciliare le tante musiche e tecniche a cui si ispira. Ancora, Glauco Salvo, con una ricerca tra minimalismo e post-folk credo davvero unica, come pure quella di Maurizio Abate, con i suoi drones ancestrali, Xabier Iriondo che, dismesse le vesti di rocker, è un intransigente ricercatore di qualsiasi suono che non sia ovvio, Paolo Angeli (in assoluto uno dei migliori musicisti italiani) e ancora Alessandro Rossi, Laboule e altri ancora che (scusate) non mi vengono in mente, a testimoniare l’attrazione fatale verso il guitar solo.

(Le foto di Egle Sommacal sono di Antonello Franzil, che ringrazio pubblicamente per avermi concesso di usarle in questo articolo: http://musicphotography.franzil.com/)

23 febbraio 2015
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