Joyce non l’ha mai fatto. Intervista ai Fontaines D.C.

Quando Bukowski divenne famoso, fu invitato in Europa per una serie di interviste e reading. Il controverso scrittore decise di sfruttare l’occasione per mettersi in pari con le sue origini tedesche. Il risultato fu Shakespeare non l’ha mai fatto, un resoconto di quell’esperienza che si trasforma ben presto in riflessione sulla condizione umana. Proprio quello che è accaduto nell’ultimo anno ai Fontaines Dc, passati da una modella «con la faccia come il peccato e il cuore come un romanzo di James Joyce» a ripetere ossessivamente «la vita non è sempre vuota», quasi un mantra per un improbabile auto-convincimento.

L’anno che divide Dogrel da A Hero’s Death – un compendio di ritratti di gente di Dublino da un lungo flusso di coscienza che si contorce in un’introspezione della condizione umana – è stato unico e irripetibile, per varie ragioni: il debutto degli irlandesi è finito in cima alle classifiche di fine anno, è stato incluso nella lista finale del Mercury Prize e ha innescato un tour tra Europa e Stati Uniti culminato in partecipazioni ai festival più importanti del pianeta. Poi è arrivato il Covid-19, un imprevisto di enorme portata per l’industria musicale e una prova ardua per le relazioni interpersonali.

Ma le imprese per la band sono iniziate durante il tour di Dogrel, nel retro di un furgone in giro per le strade degli Stati Uniti. Sul piatto la paura di ripetersi, l’indecisione sulla strada da intraprendere per l’album successivo e un bel po’ di interrogativi. Nasce da qui il concetto di A Hero’s Death, frase strappata da una battuta di The Hostage, opera di Brendan Behan che orbita con ironia attorno al drammatico tema del condannato a morte in attesa di esecuzione. Quando Carlos O’Connell ne fa riferimento durante la chiacchierata al telefono, colgo l’occasione per chiedergli se anche in questo secondo disco ci sono più riferimenti letterari. Così finiamo a parlare di Cú Chulainn, eroe mitologico irlandese che ha fatto riscoprire alla band – conosciutasi grazie alla comune passione per la poesia – la letteratura antica del proprio paese: «Siamo sempre stati attenti alle opere contemporanee o al massimo moderne. Credo succeda a tutti di pensare che antico significa noioso e poi invece sei lì a doverti ricredere, a trovare nuovi e attuali significati per pagine scritte secoli fa».

Se i protagonisti prima erano gli altri, adesso è l’io narrante al centro dei testi. Allo stesso tempo, però, la voce di Grian Chatten è lontana, spettrale. Si incastra nelle ripetizioni e si rifugia nei toni sommessi, mentre le chitarre suonano più sinistre, oscure. «Merito in primis degli amplificatori usati – ci tiene a precisare Carlos – e, più in generale, dell’apporto fondamentale di Dan Carey, che ha capito forse prima e meglio di noi dove stavamo andando». Quest’ultimo ha saputo tradurre anche un’organicità sonora e vocale che rende A Hero’s Death un lungo sogno lisergico. Espressione che O’Connell trova appropriata: «Sì; anche se non abbiamo mai pensato di costruire il suono o l’architettura concettuale in maniera premeditata, quello che è successo a ciascuno di noi prima della pandemia e durante il Covid-19 si è tramutato in un sound allucinato, a tratti psichedelico».

«La musica è un mezzo attraverso il quale esplorare i nostri sentimenti», afferma O’ Connell mentre conferma che il secondo disco dei Fontaines Dc riflette gli umori di cinque ragazzi giovani ma incredibilmente maturi. Si tratta, infatti, di un album ancorato alla realtà e, allo stesso tempo, a «un escapismo, una fuga che può risolversi nella morte, anche in un senso prettamente metaforico». Ecco perché il cantato di Chatten su Dogrel stava al centro della scena («dato che era un disco di racconti, le sue storie andavano ascoltate prima del resto»), mentre A Hero’s Death è un tentativo di trasmettere «la sensazione di non sentire più la terra sotto ai piedi; quindi il suono è come un oceano e la voce cerca di stare a galla».

Il secondo album dei dubliner ha delle direttive sonore piuttosto precise, ma allo stesso tempo più varie rispetto al precedente: echi di Iggy Pop e Stone Roses si rincorrono sotto l’alone dark di Nick Cave. O’ Connell è d’accordo, ma aggiunge un tassello fondamentale: «Rowland S. Howard è tra le influenze più determinanti e tra le meno appariscenti, ma ascoltando le chitarre di Televised Mine mi viene in mente quella storia, a metà tra legenda e realtà, di un musicista che entra in studio senza sapere dove mettere le mani sullo strumento, quindi comincia a muoversi per la stanza costruendo un brano con soli feedback ed effetti sonori. Ed è proprio questo approccio a rendere unico il suo contributo ai Birthday Party».

Psichedelia, oscurità, mitologia e vita vissuta hanno giocato un ruolo importante in canzoni che testimoniano una crescita impressionante in appena un anno di tempo. Parlando con O’ Connell mi vengono in mente le parole del manager della band, che nel mini documentario Sold for Parts dice di essersi innamorato dei Fontaines D.C. perché ogni singolo verso va metabolizzato, in quanto pieno di suggestioni e molto profondo. Per il chitarrista della band è un altro conterraneo a essere il colpevole: si tratta di quel William Butler Yeats che scriveva «Nei sogni comincia la responsabilità». Quella del quintetto irlandese è di essere una delle realtà più interessanti degli ultimi anni, capace di passare dal post punk degli inizi a un sound più riflessivo e, soprattutto, di essere tra gli artisti UK più acclamati degli ultimi anni.

E parlando di geografia, non potevo perdere l’occasione di chiedere a un musicista irlandese come mai Dublino è diventata fucina di band talentuose come Murder Capital, Girl Band e molte altre (ne parlavamo in questo articolo). Per O’Connell è una questione di spazi: «A Londra il fatto che ci siano tanti gruppi rende la situazione più competitiva ma aumenta anche il rischio di influenzarsi a vicenda, una città come Dublino invece ti permette di prendere la tua strada senza sentire la pressione dell’affollamento. Cominci a fare musica perché vuoi farla, non hai altre velleità. E poi c’è la questione dell’individualismo che in una città come Londra ti porta a pensare di essere in qualche maniera unico, mentre in posti come l’Irlanda dove non è così diffuso puoi concentrarti su te stesso ma a partire dalle differenze che noti tra te e gli altri».

Arriviamo così al termine della chiacchierata e tra un guilty pleasure («non l’avrei mai detto, ma in questo periodo sto riscoprendo gli U2, ascolto almeno due volte al giorno With Or Without You») e qualche reminiscenza di Glastonbury 2019, arriviamo alla domanda che volevo fare sin dal primo ascolto di A Hero’s Death: «Sentite di aver fatto qualcosa di speciale?». Pensavo di dover penare per una risposta, e invece il «Sì» è arrivato di getto, seguito da un rincuorante «Credo proprio di sì». Toccherà aspettare un anno per vederli dal vivo qui in Italia, qualche settimana per dar ragione ai Fontaines Dc.