Challenge (To Be Continued). Intervista a Jlin

Se il verbo footwork (in cui è penetrato con le due compilation Bangs & Works, 2010 e ’11, selezionate e curate dal solito, curioso e vivace, Mike Paradinas per la sua label, la benemerita Planet Mu) ha conquistato l’Inghilterra grazie anche a tutta quella schiera di artisti che, dal veterano Jamie Teasdale (già nei fondamentali Vex’d e attivo ora con l’alias Kuedo) per arrivare a Machinedrum e Om Unit, ha sviluppato un interessantissimo, sensato e funzionante collegamento con il locale continuum dance, e dunque con le comuni radici jungle / drum’n’bass, è probabilmente alla natia America che bisogna guardare per capire quali siano le vere potenzialità del più fresco sound proveniente da Chicago: scomparso il pioniere e luminare DJ Rashad, con ormai il solo RP Boo a riportare il fuoco originario anche su dischi più che ottimi (il monolite classicissimo Legacy e l’affondo oltranzista Fingers, Bank Pads & Shoe Prints), la voce più credibile per l’immediato futuro è quella di una producer che, pur vantando legami diretti con la scena, non si considera esattamente un’artista footwork e non ha nel proprio background alcuna partecipazione alle proverbiali battle che hanno contribuito a sviluppare le dinamiche e l’estetica del genere.

Jlin, al secolo Jerrylinn Patton, nasce e cresce a Gary, nell’Indiana, città metallurgica a soli quaranta chilometri da Chicago, e, anche se conferma tutt’ora che tra i suoi artisti preferiti ci sono Sade, Joni Mitchell, Phoebe Snow e Anita Baker, la folgorazione per il footwork arriva in giovanissima età; come visto nel lungo articolo/intervista che le ha dedicato Pitchfork, la prima epifania la coglie a soli quattro anni, quando, attratta da quel suono oscuro e nervoso s’intrufola in casa di un vicino. Sarà poi il momento, durante l’adolescenza, degli ascolti compulsivi su MySpace (e la scoperta del mondo virtuale come ritrovo comune per tanti appassionati), nuovamente attratta da quello stile e dalla sua insistenza percussiva, così vicina alle tradizioni delle proprie radici africane: da lì arrivano prima gli scambi telematici con il mentore DJ Rashad, colui che la indirizzerà nella scelta della propria attrezzatura («conosco musicisti pessimi nonostante l’ottimo equipaggiamento e alcuni tra i migliori che invece non hanno nulla»: è una citazione che Jlin ama tutt’ora ripetere) e nella realizzazione delle prime tracce, e poi il contatto con Planet Mu, arrivato subito dopo la presenza nella seconda compilation Bangs & Works: «Sono tre le tracce che secondo me rappresentano bene cos’è il footwork, la sua essenza più profonda: Reverb di DJ Rashad, Release di RP Boo e Out South di DJ C-bit».

Il primo disco arriva, ovviamente per la label di Mike Paradinas nel 2015, ed è un successo di critica: non solo, Dark Energy proietta Jlin tra gli aspiranti al trono footwork e soprattutto oltre i confini del genere stesso, a confrontarsi con i pesi massimi della musica elettronica: «Non amo essere incasellata in un genere. Mi piace l’idea che il suono non abbia barriere e sia completamente libero: è proprio questa attitudine che mi ispira e mi motiva». Una scelta, quella di giocare in un’altra categoria, più vicina all’idea, ormai storicizzata ma sempre valida, di idm, confermata anche dal secondo disco, sempre per Planet Mu: uscito il 19 maggio 2017, Black Origami è necessariamente una ripresa del discorso già avviato con l’esordio (compresa la peculiarità, verissima eccezione nel genere footwork, di non utilizzare alcun campione che non sia autorealizzato o proveniente da pellicola), ma è ancora di più un deciso upgrade, sotto numerosi aspetti, dalle tematiche affrontate a un suono sempre più corposo e strutturato (dove forse il sound-design era uno dei punti più deboli della ricetta).

Non è un caso dunque che Jerrylinn Patton per questo nuovo album abbia scelto tra i propri collaboratori due artisti che hanno tra le proprie caratteristiche principali una cura assoluta e una ricerca di qualità sulla spazialità del suono, Holly Herndon e William Basinsky: «La prima volta che ho collaborato con Holly sulla nostra traccia Expand, sono rimasta totalmente colpita: non avevo mai sentito un suono come il suo in precedenza, è incredibilmente stimolante e unico. Dovevamo creare qualcosa insieme. Invece quando ho iniziato ad ascoltare i lavori di William è stato come respirare una boccata di aria freschissima dopo tantissimo tempo, ma confrontarsi è stata comunque una sfida: lui sfrutta al massimo le possibilità dello spazio musicale ed è ciò che amo particolarmente della sua arte».

Holly Herndon e William Basinski non sono però gli unici artisti della contemporaneità che Jlin ammira: «È in assoluto Sade la mia artista preferita, ma mi piacciono anche Jidenna e gli Haitus Kaiyote». Eppure Black Origami è un album che poco condivide con i nomi citati, ma anzi affonda le mani in certe tradizioni carnevalesche degli Stati Sudisti come la Louisiana, o addirittura in suggestioni etniche che vanno dal Giappone (presente persino nel titolo) all’Egitto (una passione esplicitata dall’omaggio alla regina Hatshepsut del pezzo omonimo), passando naturalmente per il subcontinente indiano, patria di una fidata collaboratrice, ovvero la danzatrice e coreografa Avril Stormy Unger (recuperate l’esibizione delle due alla Boiler Room di Bangalore): «Amo passare del tempo a scoprire e approfondire la musica dei luoghi in cui mi trovo, soprattutto se non ci sono mai stata prima».

La libera circolazione delle persone, proprio quella che ha permesso a Jlin negli ultimi anni di muoversi e suonare in giro per il globo (dall’Indiana negli USA all’India vera, dalla fabbrica di Gary in cui lavorava dopo aver abbandonato gli studi in matematica ai dancefloor più sofisticati ed esclusivi, in un’interpretazione tutta personale della favola di Flashdance), è però uno degli aspetti del mondo contemporaneo che si trova sotto attacco dal riemergere di isolazionismi e nazionalismi: nella stessa America la presidenza Trump, per esempio, si è subito posta in totale antagonismo rispetto all’ideale di un mondo aperto, libero e percorribile in tutte le sue direzioni. Ma non è l’unico aspetto temibile e retrogrado delle politiche della nuova amministrazione USA: abbiamo dunque chiesto a Jlin quanto le infelici scelte dell’elettorato americano abbiano influenzato la composizione del disco, se questo possa addirittura considerarsi un’opera dai tratti socio-politici, ottenendo in realtà una risposta assai vicina a una famosa massima del poeta italiano Edoardo Sanguineti: «Cerco di non dare indicazioni sul mio lavoro: io sono soltanto il canale per la creazione, è solo questo ciò di cui mi occupo. Anzi, troverei decisamente inopportuno, quasi offensivo, distruggere o forzare l’immaginazione e l’interpretazione che qualcuno ha dato alla musica, anche se sono stata proprio io a crearla. Mi sentirei davvero triste se sapessi di aver rovinato l’immaginazione di qualcuno».

Volente o nolente, però, quella di Jerrylinn è una musica (e una storia personale, fortemente segnata dal bullismo subito durante le scuole superiori) che si muove fianco a fianco delle ritrovate velleità politiche e rivoluzionarie del pensiero afroamericano: l’elezione di Donald Trump è stato un duro colpo per le comunità di colore negli Stati Uniti, già vessate spesso dalla brutalità delle forze dell’ordine e da trattamenti impari ed ingiusti. Siamo dunque curiosi di sapere come viva Jlin questa quotidianità ferita, come affronti il suo essere afroamericana e quanto questa tradizione, in tutte le sue forme (dal jazz all’hip-hop), la influenzi nella vita e nell’arte: «Mi piace il jazz, è così dannatamente complesso! Amo molto anche l’hip-hop più classico, mentre ascolto meno quello contemporaneo. Però sì, l’hip-hop, così come il footwork, è uno stile, un metodo di esprimersi, ma le radici di entrambi sono l’Africa, la splendida Africa. Non mi piace per nulla il termine “afroamericano”, non esiste proprio, non ha corrispettivo nella realtà: la radice è sempre quella, l’Africa.”

Lucida, concisa, essenziale e quasi sfuggente: Jlin, autrice di uno dei dischi indubbiamente più validi, affascinanti e significativi di questo 2017, si dimostra sì cordiale, ma perfettamente allineata con la propria arte, lontana da ogni compromesso, esattamente come quel capolavoro di Black Origami.

29 giugno 2017
29 giugno 2017
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Jlin – Dark Energy

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