Di cosa sono fatti i musicisti. Intervista alle Sleater-Kinney

Dieci anni possono essere moltissimi, un’eternità, se sei nel mondo discografico, dove artisti, mode, schemi sociali e modalità di distribuzione subiscono profondi cambiamenti ad ogni cambio della guardia tecnologica. Nel caso delle Sleater-Kinney, gli anni raddoppiano o si dimezzano a seconda del punto d’osservazione: scorrono lentamente se si guarda allo iato della band, ma velocemente se ci si focalizza sulle singole esperienze delle tre: Corin Tucker, coi suoi due dischi solisti o quasi (1,000 Light Years del 2010 e Kill My Blues del 2012); Janet Weiss, con le session e le collaborazioni con Stephen Malkmus & The Jicks e i Wild Flag, band in cui ha ritrovato Carrie Brownstein, delle tre quella diventata più popolare grazie alla fortunata sketch comedy televisiva Portlandia, quest’anno giunta alla quinta stagione. Eppure, se si ascolta il loro ultimo album, No Cities To Love, il tempo sembra semplicemente essersi cristallizzato. Lo si intuisce dalle prime note, dall’impasto di chitarre sbilenche e rugginose, dalle voci a volte carezzevoli e a volte rabbiose. Man mano che si avvicendano gli ascolti, una certezza si insinua: questo non è un buon album delle Sleater-Kinney al netto della pausa intercorsa. Questo è un disco ottimo di per sé, che può stare accanto a lavori come One Beat, Dig Me Out, The Hot Rock, dischi che tra gli anni Novanta e i primi Duemila tracciavano una parabola sonora unica, che ha portato una band punk (riot grrrl, le chiamavano) fuori dalle secche del suono alternativo statunitense e dentro l’Olimpo delle migliori formazioni chitarristiche di sempre.

Diciamoci la verità: nessuno ha il suono delle Sleater-Kinney. Forse è anche per questo che dieci anni sembrano giusto ieri: per il loro essere inimitabili, per la loro passione politica («è semplicistico liberare la mente delle persone, porle su un piano in cui pensano che esista un altro modo di comprendere le cose?», afferma Janet Weiss nell’intervista), per il suono sempre proiettato verso le dinamiche interne delle tre e mai influenzato dall’esterno, per le loro riflessioni su cosa significhi essere bravi musicisti, ma allo stesso tempo per l’amore immesso nei dischi, come se fossero una progenie («è come se dovessi scegliere tra uno dei tuoi figli»).

Raggiungiamo Janet Weiss al telefono via Skype in una mattina di gennaio, mentre la batterista delle Sleater-Kinney è in promo day in un hotel newyorchese. Nonostante alcuni problemi di comunicazione dati dal carattere intercontinentale della chiamata, due cose riescono a mettere la conversazione su un piano adeguato: la gentilezza della Weiss e il fatto che l’argomento del dialogo sia il ritorno della band, dopo dieci anni dal precedente The Woods. No Cities To Love è fresco di pubblicazione e sta ricevendo recensioni positive ovunque, dunque la storia della band riparte. Janet alterna risposte concise ad altre in cui si dilunga maggiormente. E non vede grossi simbolismi o ragioni esistenziali per il comeback delle Sleater-Kinney: it is what it is.

Prima di tutto: qual è la ragione dietro al vostro ritorno?

Beh, eravamo semplicemente interessate a continuare la conversazione che avevamo cominciato anni fa, per capire se era rimasto in noi qualcosa da dire, e dirla.

Prima di No Cities To Love, c’è stato The Woods, dieci anni fa. Quello fu un disco in cui le vostre canzoni esplosero in un suono rumoroso e free-form, in un modo abbastanza atipico per voi. Qui, invece, mi sembra abbiate in parte abbandonato quell’approccio, e siate ritornate ad un suono più simile a quello dei dischi precedenti. È così? E se sì, si tratta di una scelta cosciente o di qualcosa di totalmente naturale?

Non siamo tornate indietro, credo invece che abbiamo cercato di creare un suono nuovo, in forme nuove. Credo che i ritornelli siano catchy, pop, e questo è un territorio nuovo. The Woods è stato un disco davvero dispendioso per noi, e che ci colse di sorpresa, perché inaspettato. Dopo aver lavorato molto rapidamente su altri dischi, quando registrammo The Woods arrivammo ad un punto disperato, tanto che venne fatto in un modo che la gente non si aspettava da noi. Con questo disco, invece, abbiamo veramente cercato di reagire a The Woods, perché comunque sono passati molti anni e volevamo esserci ora, nel presente, e farlo in una maniera che fosse legata alle vite che viviamo oggi, e al nostro modo di esprimerci attuale. Credo che il processo sia stato più simile a quello utilizzato per Dig Me Out: meno improvvisazione, e maggiore lavoro di Carrie e Corin sulle loro parti specifiche di chitarra, aggiungendo poi in un secondo tempo la parte ritmica. Ora il processo è più simile a quello utilizzato nei nostri dischi passati, piuttosto che in The Woods, album che invece è molto legato all’improvvisazione: lo abbiamo scritto tutte e tre assieme, suonando simultaneamente. Quello per noi era un altro tipo di scrittura e di approccio ad un disco.

In No Cities To Love parlate di politica, media, capitalismo. Esiste un modo di mettere la politica in musica senza cadere in stereotipi o essere semplicistici? È ancora possibile, in poche parole, protestare usando la musica?

Quando ero al liceo, la mia band preferita erano i Clash: erano come un libro di testo, non erano magari sempre “giusti”, ma erano molto politici. E non so… ero una ragazza di quattordici anni che viveva ad Hollywood, e quel tipo di testi politici mi aprì gli occhi su un mondo a cui ero interessata, un mondo in cui non dovevi per forza credere a ciò che leggevi o a ciò che persone più grandi ti dicevano. È semplicistico liberare la mente delle persone, porle su un piano in cui pensano che esista un altro modo di comprendere le cose? Credo che coloro che parlano di politica possano a volte essere irritanti e a volte stimolanti, dipende molto dai modi in cui ne parlano o ne scrivono. I nostri dischi, invece, sono molto più personali, a volte contengono idee molto specifiche, a volte parliamo di alcune cose e usiamo un punto di vista specifico. In moltissime parti dei nostri album ci sono semplicemente idee personali che possono essere viste sotto una lente che è anche politica.

Come scegliete la migliore versione di un brano? C’è qualche qualità che una canzone deve avere per superare il vostro processo di selezione?

Questa è davvero un’ottima domanda, nessuno me l’aveva mai posta. Credo che questo sia ciò che identifica i buoni musicisti (ride, NdSA). Penso che l’abilità di sentire cosa è vitale, di percepire la scintilla in una canzone, di cogliere quando un brano è finito, sia qualcosa che impari col tempo, ed è una cosa che ci affascina. Io ne sono davvero interessata: come si incastrano assieme le varie parti e le tensioni in una canzone, com’è la melodia, se lo scopo del brano viene raggiunto. Sai, a volte scrivi una canzone e vuoi trasmettere alle persone indolenza, o forza, o senso di smarrimento: è così che funziona. Ogni volta che scrivi un brano vuoi che la gente senta di avere un potere, vuoi smuoverla, emozionarla. Ecco, credo che molti musicisti non riescano a fare un passo indietro e a criticare se stessi: arrivano a un punto in cui sono molto attaccati a una cosa che forse non è ancora terminata. Ascolto musica tutto il tempo, e mi capita a volte di pensare: “Che bella questa parte! Se avessero lavorato anche alle altre tanto da renderle buone come questa, sarebbe stata una delle loro migliori canzoni”. E puoi sentire il contrario in musicisti come Nick Cave e PJ Harvey: ascolti le loro canzoni e senti che ci hanno lavorato sopra moltissimo, affinché tutte le parti funzionino a dovere.

Janet Weiss

In Surface Envy c’è il verso “We win / we lose / only together till we break the rules”. È un riferimento ad un senso di comunità perduto, indica che ognuno è solo o con la sua piccola nicchia (anche in riferimento alla scena musicale attuale)?

No, credo sia molto più specificatamente riferito a noi tre come band. Corin ha scritto quel testo, e l’ho sentita dire che quel brano parla di noi che proviamo ad andare avanti assieme, di cosa ci vuole perché ciò accada, e di cosa siamo capaci, e delle cose che dobbiamo mettere dentro alla nostra musica, per il poco tempo che siamo a questo mondo.

In questi anni, lontano dalle Sleater-Kinney, ognuna di voi ha avuto altre esperienze. Riconosci la loro influenza su No Cities To Love oppure è semplicemente come se non vi foste mai separate?

No, credo che sia cambiato molto in noi come persone. Penso che abbiamo imparato alcune lezioni di vita, negli anni passati, che hanno trovato alla fine una via d’accesso alla nostra musica: le esperienze che abbiamo avuto lontano dalle Sleater-Kinney hanno giocato un grosso ruolo in questo disco, proprio per quello che dicevamo prima, e cioè per l’abilità di criticare, di mettere da parte alcune idee e buttarne giù di migliori. Credo che ci sia una pazienza, che vien fuori quando invecchi, che ti porta a capire meglio quando una cosa è terminata, completata.

In No Cities To Love siete tornate a lavorare con John Goodmanson, che già aveva prodotto alcuni vostri precedenti dischi. Com’è stato collaborare di nuovo con lui dopo aver diviso lo studio con Dave Friedmann?

Mi è piaciuto molto lavorare con Dave Friedmann, e mi piace molto lavorare con John Goodmanson. Nonostante siano due produttori molto diversi, entrambi sanno tirare fuori il meglio dalle nostre esecuzioni, creandoci attorno uno spazio in studio in cui possiamo sentirci libere ed ispirate. Sai, lì dentro hai le cuffie alle orecchie, non ci sono finestre: non è proprio il genere di posto che ti ispira. Nonostante tutto, quando lavori con qualcuno come John o Dave, senti di essere importante, e che anche il suono che stai producendo lo è, e le cose che dice e come ti aiuta sono quello che serve a un musicista. Per certi versi sono più simili di quanto non si direbbe: entrambi sono, alla fine, musicisti, e persone che ti sostengono, che è il modo migliore per tenerti ispirata quando lavori ad un disco.

SleaterKinney_ pic 1_Credits_Marina Chavez

Qual è il processo di lavorazione ai testi?

Sono Carrie e Corin a scrivere i testi. A volte una delle due arriva con un’idea, con un concetto per una canzone, e capita che magari sia l’altra a scrivere il testo che secondo lei la prima potrebbe avere in mente. A volte l’una completa l’altra, a volte una delle due scrive un testo completo. Carrie, per esempio, a volte scrive un pezzo, e Corin lo adatta dandogli una certa interpretazione. Per quel che mi riguarda, riesco a riconoscere già dalla pagina scritta chi delle due ha scritto cosa, almeno la maggior parte delle volte: i loro stili sono differenti ma anche complementari, perché riescono poi a diventare un tutt’uno fluido.

Ultime due domande: riascolti mai i vostri dischi precedenti? E qual è quello che preferisci?

Li riascolto prevalentemente quando facciamo le prove per i live: è allora che metto le cuffie e ci suono sopra. Amo veramente tanto The Woods, forse perché, per diverse ragioni, come corpo unico è quello che trovo più avventuroso: è davvero un viaggio heavy (una cosa che mi piace molto), è un album a tutto tondo, che ha al suo interno molti cambi di tempo, e queste sono cose che mi fanno divertire molto. Se qualcuno non ha mai ascoltato la band, invece, beh… molte persone dicono che il migliore è Dig Me Out, perché è il più pop, mentre se poi ci penso, a me piace moltissimo anche One Beat, oppure The Hot Rock. Davvero, ora che ci penso, non saprei: è come se tu dovessi scegliere tra uno dei tuoi figli (ride, NdSA).