Intervista a Yakamoto Kotzuga

Yakamoto Kotzuga è giovane, ma non sprovveduto. A vent’anni ha già avuto modo di sperimentare sulla propria pelle esperienze non poco rilevanti (dalla collaborazione nel mixtape Aspetta un minuto di Ghemon fino al recentissimo opening act per Forest Sword al Node Festival, per non parlare della partecipazione al Felina Ep di Capibara e Dropp), che lo hanno portato ad affermarsi come una tra le giovani promesse del panorama elettronico nazionale. In questa intervista si racconta in modo diretto e sincero, svelandoci le sue considerazioni (e le sue speranze) su quel microcosmo di produttori ed etichette che piano piano sta emergendo in Italia.

Raccontaci come è nato il progetto Yakamoto Kotzuga, qual è il suo percorso evolutivo, quali le sue influenze, l’ immaginario e le tematiche che vuole esprimere…

Il progetto Yakamoto Kotzuga è nato in modo molto naturale. Dopo un primo approccio alla musica attraverso la chitarra, mi sono avvicinato all’elettronica e ai primi software, incuriosito dall’incredibile gamma di possibilità che offrivano. Dopo un periodo di puro divertimento (cosa che vale ancora oggi, in realtà) ho iniziato nel 2013 a lavorare più seriamente ad alcune tracce ed ho prodotto il mio primo EP, edito successivamente dalla netlabel Bad Panda Records. Gli artisti che mi hanno influenzato, in particolare nei primi tempi, sono stati Shlohmo, Baths, Nosaj Thing, Shigeto, James Blake, Mount Kimbie, Four Tet, Dream Koala e molti altri. La musica che faccio è molto personale, è la trasposizione di sensazioni ed emozioni che ho vissuto. Cerco di cambiare sempre, anche se di base credo di avere un’ attitudine abbastanza malinconica. A volte però ho solo voglia di fare qualcosa che rilassi la gente, che la faccia sentire amata.

Come e dove produci?I tuoi dischi sono caratterizzati dalla forte presenza della chitarra. Qual è il tuo approccio live?

Da vero bedroom producer le mie uscite fino ad ora sono state interamente prodotte nella mia stanza, dopo il tramonto o di mattina. Solo recentemente sono riuscito a ricavare uno spazio dove produrre, fuori casa, una sorta di studio (niente di troppo professionale). Il fatto di andare in un posto in cui dedicarsi solo alla musica e senza internet mi ha reso molto più produttivo e attento, e poi finalmente in camera riesco a spostarmi senza inciampare in una chitarra o in altro. Per quanto riguarda l’uso della chitarra, per l’appunto è lo strumento che ho sempre suonato e con cui mi sento più a mio agio. Ho sempre notato, forse avendo un background musicale non puramente elettronico, che la mancanza di uno strumento suonato dal vivo può rendere la performance meno coinvolgente e quindi sto cercando di attenermi almeno in parte a questo ragionamento, per quanto riguarda i miei live set, che svolgo con Ableton, controller e chitarra.

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Come vedi la scena elettronica emergente in Italia? Sta nascendo, da un po’ di anni a questa parte, un buon numero di vivai discografici indipendenti che riescono a lanciare artisti con esponenziali margini di miglioramento. Credi sia possibile, nel nostro Paese, la creazione di una rete di etichette che porti alla nascita di una vera e propria scena, come all’estero?

Mi sorprendo quasi ogni giorno di quanti veri talenti ci siano in Italia e di quanto, la maggior parte delle volte, non abbiano l’attenzione che meritano. C’è veramente un sacco di gente che spacca, penso a Godblesscomputer, CapibaraDroppGo Dugong , HLMNSRA, (per citarti i primi che mi vengono in mente) o a miei coetanei Furtherset o Machweo. C’è un sacco di gente che si dà da fare e lo fa bene (l’ultima compilation di White Forest Records credo ne sia un buon esempio), forse quello che ancora manca è un pubblico solido e aperto. Si sa che qui in Italia ci si mette un po’ prima di digerire qualcosa di “nuovo”. Mi auguro, visti comunque i passi avanti, che la scena cresca e porti alla luce una realtà solida seguita anche all’estero. Il talento sicuramente non manca.

A proposito, cosa ne pensi dei nuovi modi di fruizione e condivisione musicale derivanti dalla rivoluzione web 2.0? Il tuo primo lavoro, Rooms of Emptiness, è uscito via Bad Panda Records, una netlabel con licenza Creative Commons che ha avuto il grande pregio di darti visibiltà. Può essere considerata un’arma a doppio taglio?

Chiaramente il web gioca un ruolo fondamentale, sia per quanto riguarda i social, sia per quanto riguarda la possibilità di entrare in contatto con tutti. Per quanto riguarda il mio primo EP sono molto contento che sia uscito per Bad Panda (un’etichetta che seguo e apprezzo da sempre). Sono convinto che una libera circolazione della musica sia fondamentale, soprattutto per un artista emergente e considerando che comunque i soldi non si fanno più con i dischi. Le licenze Creative Commons hanno giocato un ruolo fondamentale in questo, la musica scaricabile gratuitamente circola molto di più e ha spesso più visibilità.

Quali saranno i tuoi prossimi passi? Hai in programma nuove uscite?

Attualmente sto lavorando al mio album d’esordio che uscirà per La Tempesta Dischi – probabilmente in autunno – e verrà anticipato da un singolo questa estate. Sono molto felice di riuscire a lavorare con un etichetta che in Italia è un’istituzione e che opera così bene. Parallelamente cercherò di lavorare sul mio live set.

28 Aprile 2014
28 Aprile 2014
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