Aural perspectives. Intervista a Klara Lewis

Sulla sua biografia, le influenze musicali e suoi punti di vista fondanti sull’arte e la musica leggerete nell’intervista, in questa sede, per presentare Klara Lewis, è essenziale fare due ricami su un approccio musicale che ha fatto della molteplicità di sguardi sull’indeterminato una fondante sonica affascinante, coerente sia con la produzione discografica dell’etichetta Mego, sia con quella del padre di lei Graham Lewis (quello degli Wire, per capirci), i cui All Over e All Under, sempre pubblicati per l’etichetta austriaca, hanno fornito alla giovane film maker mancata la scintilla per tutto un successivo percorso creativo durato oltre 7 anni. Parliamoci chiaro, nella musica di Klara, dove ambient, noise, field recording, industrial e inserti digitali vengono plasmati sotto la lente di una sottile vena narrativa formando texture oniriche che possono ricordare le tape dei Portishead (e dunque un trip hop “ambientale”) o i flussi di coscienza del primo Vladislav Delay, non c’è nessuna novità eclatante o colpo di genio particolare: la musicista costruisce con trasparenza e tocco umano sculture sonore che si mostrano allo sguardo senza rivelarsi, raccontando diverse sfaccettature di un umore, di un sentimento o anche di un presentimento.

Eppure c’è un aspetto terribilmente avvincente in tutto ciò, qualcosa che sa di sincero e originale, che sta fuori dal cono dei riflettori, dalle mode. La musica di Klara può prendere la piega della soundtrack, e dunque creare un ambiente psicoacustico fatto di field recording con diversi gradi di processing, oppure introdurre incidentalmente un ritmo dai contorni techno o una cascata di kling klang modello Einstürzende Neubauten (Msuic Ep), oppure ancora costruire un crescendo partendo da un sinistro riff di chitarra o assomigliare a un crepuscolare incrocio tra noise e hip hop di marca Tri Angle. Tutto ha perfettamente senso per lei, a partire dal fatto che le sue composizioni non chiudono alcun cerchio, i campioni vengono lavorati per un tempo considerato utile e non sono influenzati dalla musica alla quale comunemente si associano questi suoni, anzi vivono in un mondo di relazioni nelle quali anche gli aspetti più onirici che puoi accostare a un David Lynch (nel momento in cui vieni a sapere che la musicista è una sua grande fan) non sono mai banali o riassumibili nella citazione. L’indagine sugli aspetti meno esprimibili della sfera emozionale porta senz’altro a interessanti paralleli con i Throbbing Gristle e Chris e Cosey – gente che Klara, lo leggerete, non ha ancora ascoltato, ma con i quali troverà sicuramente legami – dato che Ett, il suo album di debutto su Mego, è stato concepito e scritto mentre lavorava in una casa protetta per anziani portatori di handicap.

Da un punto di vista umano e della vita di tutti i giorni, Klara Lewis è una musicista poco più che ventenne con tutte le caratteristiche tipiche della girl next door svedese di oggi. E’ minuta e vestita di nero, la scarpa con un po’ di tacco anni ’40 e un fare tra il dolce, il formale e il distaccato. E’ fidanzata con un altro artista che lavora nel cinema, Hampus Högberg, ed affabile nei modi. Diversamente da quanto si possa immaginare considerato il padre londinese (ma residente a Uppsala), non parla con accento inglese, ma mantiene comunque una distanza che puoi dire molto british percependola con la classica empatia italiana. E’ importante soffermarci sulla sua presenza fisica, vista l’impronta d’onestà/austerità che risulta dalla sua musica. Il suono/campione è il punto di partenza, e grazie alla sua fisicità Klara perlustra, si fa guidare. Il suo è uno sguardo perimetrale ben circostanziato, ma senza demarcazioni precise, strategia che le permette di andare al di là di sé, in convergenze parallele con il lavoro del padre, ad una molteplicità di livelli.

L’ultimo aspetto riguarda il live che Klara sta portando in tour (l’abbiamo vista nella prima delle tre serate di IMAGO3 a Bologna e la vedremo all’interno di Heart Of Noise in Austria), una performance multimediale fatta di proiezioni dedicate (non lontane da quelle che abbiamo visto negli show di Fennesz) e tracce edite e inedite della sua discografia rimodellate dal vivo con laptop e mixer a seconda dell’ambiente, dell’acustica del luogo in cui si suona e dell’impianto a disposizione.

Ho letto alcune interviste online ma non sono riuscito a capire il tuo percorso di studi e dove sei cresciuta. Tuo padre è stato alla Middlesex Polytechnic di Londra e poi ha studiato ad una fashion school. Hai frequentato anche tu una scuola di design o arte?

Sono di Uppsala, una città universitaria vicino a Stoccolma. Ho frequentato corsi di arte durante i weekend al museo d’arte cittadino, dai 5 ai 18 anni. Ho dipinto, disegnato, fatto scultura e stampato. Non ho propriamente studiato musica. Dopo aver finito la scuola ho lavorato un anno ad Oslo in una casa protetta per anziani portatori di handicap. E’ stato durante quell’anno che ho completato Ett. Dopodiché mi sono spostata in una piccola città della Svezia chimata Falun e ho studiato per un anno lì produzione audiovisiva. Avrei dovuto prendere un Bachelor’s degree ma dopo il primo anno, dopo la pubblicazione dell’album, le cose hanno iniziato a girare per il verso giusto e ho iniziato a ricevere un sacco di richieste per suonare in giro.

Hai affermato che All Over e All Under, i due album pubblicati da tuo padre sempre su Mego, sono stati molto importanti per il tuo lavoro. In che modo pensi siano simili e al tempo stesso differenti tra di loro?

Sì, quei due album sono senz’altro estremamente importanti per me. Comprendono un lavoro durato sette anni nel quale ho sentito quei pezzi crescere e prendere forma; è stato lo stesso periodo in cui ho sviluppato il mio interesse per la musica. Per quanto riguarda le differenze tra i due: All Over è più pop e l’altro maggiormente basato sull’installazione e la soundtrack, ma sono due facce della stessa medaglia. Il mix degli stili coinvolti in questi lavori è un aspetto che mi ha ispirato.

La tua musica è organica nella misura in cui inizia dai sample che tu catturi ovunque ti trovi e assimili poi con altri input digitali. Leggo spesso che i musicisti elettronici si fanno guidare dai sample, piuttosto che controllarli: è la stessa cosa anche per te?

Quando scorro il mio archivio di suoni seleziono quelli con i quali voglio lavorare e inizio a tagliarli in piccole parti, manipolandoli. Cerco di esaltarne gli aspetti che mi colpiscono di più, ma alle volte finisce che li snaturo completamente. Così sì, seguo i suoni e vedo dove vanno, e quando li combino con altri suoni non so mai come le cose finiranno. E’ un buon modo per mantenere il materiale fresco e con un elemento di sorpresa! E poi ogni field recording è potenzialmente un nuovo strumento.

Il sito internet The Quietus ha scritto che la tua musica ricorda il primo Vladislav Delay. Credo di esser d’accordo, per quanto riguarda l’album ETT, ma ritengo anche che ci sia più spazio nei tuoi suoni, un certo calore umano. Ripatti all’inizio era più berlinese come approccio…

Non l’ho ancora ascoltato. Ma senz’altro è importante mantenere una impronta umana nella musica. Per me l’aspetto centrale in una composizione è l’aggiunta di un contesto e di una narrativa. Rende le cose più personali e magari anche più avvincenti.

Puoi elencami una serie di musicisti che ti hanno ispirato durante il tuo periodo formativo? A me viene in mente il catalogo Mille Plateau o Touch. Per dire: sento che hai molto più in comune con Mika Vainio piuttosto che con i Knife o Aphex Twin…

The Knife, Aphex Twin, Biosphere, Portishead e Tricky sono artisti sempre importanti. Molte volte mi accorgo di non avere mai ascoltato i musicisti ai quali si paragona la mia musica, anche perché non ascolto cose che ricordano il mio lavoro, anzi cerco di incorporare elementi e influenze da sorgenti più lontane possibili dal mio materiale. Trovo che sia più interessante incorporare elementi di hip hop, funk o dub, piuttosto che di ambient music.

C’è un tocco techno nel tuo sound, o meglio qualche linea di confine tra techno e industrial, che ha trovato terreno fertile in Svezia in questi anni. Magari anche il lavoro di Peder Mannerfelt ti avrà influenzato…

Non conoscevo Peder e il suo lavoro prima che mi invitasse a produrre il Msuic EP per la sua etichetta, ed è stato fantastico scoprirli! Non ho ascoltato molta techno in questi anni, ma è bello che la gente noti il mio interesse per i beat e come si integrino nel mio lavoro. Le mie influenze sul ritmo vengono più dall’hip hop, dall’electro, piuttosto che dalla techno.

Se dico che la musica è un tutt’uno con i visual, nel tuo immaginario, dico il giusto? Ho letto che all’inizio la tua musica è nata come un accompagnamento di un lavoro video che ti avevano commissionato a scuola…

Certamente. La mia prima ossessione musicale è stata la film music, mia principale fonte d’ascolto dall’età di 10 anni. Da quell’età fino a poco tempo fa sono stata convinta che avrei lavorato nel cinema, come regista o come editor. La gente spesso dice che la mia musica è molto visiva. Dal vivo uso le proiezioni che ho fatto assieme al mio ragazzo, Hampus Hogberg, così sì, lavoro ancora con la cinematografia, anche se la musica ha preso il sopravvento ora.

Citi spesso David Lynch nelle interviste. Quando ascolto alcune delle tue tracce mi viene da pensare al suo modo di osservare le fabbriche e il suo amore per il lavoro manuale, per le grandi strutture dismesse…

Sono ossessionata da Lynch da quando avevo 13 anni. Ho visto tutti i suoi lavori, siano film, foto, quadri, stampe, musica, scultura, ecc…quindi sì, decisamente la sua arte ha avuto su di me un ruolo importante. Mi piacciono le atmosfere che crea, tutto ciò che lascia al non-detto e il suo humour. Trovo ispirazione anche nel suo modo di lavorare con le texture e i toni.

Hai suonato allo stesso festival nel quale si sono esibiti Chris & Cosey a Berlino, all’inizio dell’anno. I TG sono sempre stati maestri nel maneggiare un suono organico e minaccioso…

Non ho mai ascoltato i Throbbing Gristle, ma visto che spesso sono paragonata a loro, dovrò rimediare! Amo lavorare con differenti stati d’animo, non mi piacciono i pezzi che comunicano solo un sentimento. E’ affascinante come la gente possa percepire la stessa composizione in modi completamente differenti. Mi piace l’idea che il pubblico possa avere differenti accessi alla mia musica, entrare in relazione in modo diverso con il mio lavoro, lasciare spazio all’ambiguità.

Ci racconti qualcosa del live set?

I live includono materiale proveniente dall’album e dall’EP, e cose inedite. Tratto, filtro e manipolo il suono dal vivo a seconda dello spazio in cui suono; inoltre, come ti dicevo prima, è una performance audiovisiva.