Nomade tra i suoni. Intervista a Sonambient

Sonambient (al secolo Andrea Buzzi), producer italiano nato in Friuli ma trapiantato a Torino, è uno dei nomi di punta della crescente scena elettronica italiana. Dopo aver pubblicato il suo primo disco – il bellissimo e notturno Remnant – nel 2013 sotto Megaphone Records, torna nel 2015 con il sophomore Yonder (Megahpone Records + White Forest Records). Il disco (qui la recensione), oltre alla bellezza e al valore intrinseci della musica che contiene, è un piccolo capolavoro di sintesi e coerenza che guida l’ascoltatore in un cammino tra le molteplici suggestioni (in un dialogo aperto tra UK bass ed esperienze italiane degli ultimi anni) che hanno influenzato l’artista nella sua composizione.

Abbiamo voluto approfondire il discorso con il diretto interessato: il risultato è stata una bella chiacchierata che, sfogliando dischi e ricordi per arrivare a meglio comprendere il suo processo creativo, ha visto il giovane producer estremamente disponibile e sincero nel raccontarsi.

Da dove nasce il tuo moniker?

Ho rubato il nome da una serie di LP sperimentali creati a metà del secolo scorso da Harry Bertoia, artista visionario che creò sculture che potevano interagire con l’ambiente e le persone in modo da emettere suoni. Vidi una sua mostra alcuni anni fa, mentre cercavo un nome per la mia avventura musicale, e mi sembrò perfetto per il concetto che avevo in mente. Spero che nessuno degli eredi venga mai a sapere della mia musica!

Quando e come inizia la tua avventura musicale?

E’ da una decina d’anni che gioco con l’elettronica, dopo aver militato come bassista in un bel po’ di formazioni ai tempi delle superiori. Ma direi che è da quando mi sono trasferito a Torino, cinque anni fa, che ho iniziato a mettere a fuoco le idee e a prendere maggiore coscienza di quello che volevo ottenere musicalmente. L’influenza della città è stata vasta e profonda, per me che venivo dal periferico Friuli.

Yonder è il tuo secondo disco. Cos’è cambiato rispetto a Remnant?

Lo percepisco più come una naturale evoluzione, che come uno stacco netto. Con Remnant però c’era l’urgenza di rappresentare, attraverso un disco unitario, un particolare momento, con la sua ristretta gamma di emozioni e sfumature (e influenze); le canzoni erano state concepite per vivere insieme, ed erano nate nello spazio di pochi mesi. Con Yonder ci sono invece pezzi cresciuti nell’arco di due anni, in occasioni e con esigenze diverse, e ho voluto quindi fare un disco che guardasse in più direzioni, sia musicalmente che come atmosfere. La sfida, che spero sia vinta, era quella di far suonare il tutto comunque coeso e fluido dall’inizio alla fine, in maniera che ci fossero un dialogo e dei rimandi tra le varie canzoni.

Sonambient-2

Fin dal primo ascolto si percepisce che la tua musica è un concentrato eterogeneo di suggestioni e fonti tra le più disparate. Da dove nasce?

Ascolto tanta roba diversa, magari per qualche mese o settimana mi fisso su un suono, per poi cambiare e magari ritornarci in seguito. Nel mio passato trovi beat hip hop e cover band dei Cure: essere così nomade tra i suoni certamente aiuta, in questo. Poi prendo molto dagli scambi personali con altri produttori italiani. Esperienze alle quali partecipo, come il collettivo Megaphone, o altre alle quali ho partecipato, come Piemonte Groove o Grabber Soul di Fresh Yo!, mi portano a interagire con musicisti con i quali condivido magari la passione, ma che hanno suoni decisamente diversi tra di loro e dai miei. Il fatto di conoscersi personalmente mi porta ad ascoltare più attentamente e attivamente le loro produzioni, e a scambiare pareri, suggerimenti, suggestioni.

Visto che l’hai nominata, Yonder, così come Remnant, è pubblicato da Megaphone Music (stavolta insieme a White Forest Records). Come vedi il panorama elettronico italiano recente, di cui questi due collettivi sono sempre più punti di riferimento?

Lo vedo ottimo! Mi sembra un buon momento, ascolto parecchie cose belle, di buon livello, emozionanti. Ci sono tanti produttori bravi in vari ambiti, ed etichette che producono lavori di qualità: le due che abbiamo già nominato, Fresh Yo!, Bad Panda, giusto per aggiungerne un paio. Anche le occasioni per vedere live elettronici nei locali mi sembra si stiano moltiplicando, ed è un bene. Credo manchi invece ancora un pubblico più ampio e attento, ma questo vale per tutta la musica in Italia, ed è un discorso vasto e complesso, no?

Assolutamente, e mi sembra che tu abbia fotografato perfettamente la situazione. Proprio a proposito di pubblico e collettivi italiani che promuovono questa musica, Yonder si distingue anche per la veste grafica e la scelta del suo supporto fisico. Vuoi parlarci di questa opzione apparentemente un po’ “controcorrente” rispetto allo sviluppo del mercato discografico recente?

A questa domanda do tre livelli di risposta: personale, di collettivo, e di pubblico. Personalmente, l’idea di poter guardare tra qualche anno su un mio scaffale, o in un baule, e trovare questo bell’oggetto (una busta con cassettina, poster serigrafato e spilla) che mi porterà alla memoria ricordi precisi di quando e di come è stato fatto, è sicuramente più emozionante che pensare di sfogliare delle cartelle su un hard disk. Come collettivo Megaphone, siamo fermamente convinti delle qualità emozionali e tattili che solo un oggetto fisico può darti: l’emozione di aprire un pacchetto, il piacere di toccare una bella carta e di osservare le sottili imperfezioni di un lavoro fatto a mano sono piccole emozioni vere, che portano tutto a un livello più umano, uno scambio più reale. Ci piace da morire poter proporre un lavoro di cui siamo fieri e sul quale ci siamo letteralmente sporcati le mani. E dal punto di vista del pubblico, alla fine, è un lavoro che paga: i riscontri che abbiamo avuto sono stati ottimi, e il proporre un formato inusuale incuriosisce e richiama ascoltatori. Il digitale ha molti, bellissimi vantaggi che tutti conosciamo bene, ma è un grande mare dove è difficile far emergere e far durare qualcosa per più di tre secondi. Niente di nuovo, e non è un giudizio il mio, è così che va il presente. Con Megaphone e White Forest abbiamo fatto la nostra piccola proposta a questo stato delle cose.

Tornando alla musica di Yonder e alla sua poliedricità, visto che ti sei definito “nomade tra i suoni”, quali sono stati in particolare le tue fonti di ispirazione per arrivare a questo sound? Io ci ho sentito molto alcuni suoni inglesi di marca Hyperdub, anche se, come ho scritto poi nella recensione, sono stati rielaborati e trasfigurati attraverso la tua personale sensibilità. E’ così oppure hai avuto altri punti di partenza per questo viaggio?

Sono felice quando qualcuno mi dice che sente nelle mie produzioni un sound riconoscibile, ma non è qualcosa che ho studiato a tavolino e che elaboro con una formula quando produco; è una cosa che si è affinata, e si sta affinando, negli anni, ma funziona in maniera piuttosto inconscia. Comunque, come ispirazione direi che ci hai azzeccato, sicuramente guardo tanto all’Inghilterra: grime, drum’n’bass, dubstep, garage… Trovo bellissimo il modo in cui le varie scene si contaminino creando questo grande suono meticcio, in cui confluiscono hip hop, techno, dub, soul e mille altri stili più definiti. Poi come ti dicevo, sicuramente influiscono anche vari produttori italiani: Go Dugong, Bienoise, Stèv, Godblesscomputers, Populous… Cerco di non rifarmi in maniera troppo esclusiva a qualcuno, perchè altrimenti il rischio è di suonare derivativi; diciamo che prendo un’ispirazione qui e una lì mettendole insieme, in una sorta di campionamento mentale.

Hai avuto qualche artista di provenienza musicale “altra” (non elettronica per intenderci) che ti ha influenzato negli anni?

Mah, bella domanda! Di musica “altra” ne ascolto e ne ho ascoltata tanta e varia, ma non saprei dirti se e quanto questi ascolti influiscano effettivamente sulla mia musica. Facciamo che ti cito i nomi non elettronici che sto ascoltando di più sull’iPod in questo momento: Baby Huey, Yellow Memories di Fatima, Ghemon, i Goat, gli Steel Pulse. Direi comunque che un approccio organico, leggermente imperfetto e sporco, è fondamentale nella mia musica, non riesco a fare cose troppo algide o precise; in questa direzione va l’utilizzo di break o campioni di batteria “vera”, di voci, di registrazioni ambientali… tutto contribuisce a dare una componente più umana ed emotiva a pezzi costruiti davanti a uno schermo.

Sicuramente un iPod molto variegato, anche se credo che perfino artisti così distanti (sia a livello di genere, che cronologico) possano comunque essere accostati (Goat a parte) ad una matrice comune che affonda in profondità le proprie radici nella cultura “black”, che è poi in ultima istanza alla base anche dell’elettronica inglese declinata in tutte le sue contaminazioni (come hai detto tu in precedenza)…

Vero, sicuramente il suono e la cultura black me li porto nel cuore!

Invece, dal punto di vista prettamente tecnico, come componi e registri i tuoi pezzi?

Quasi tutto in digitale, con Ableton Live. Ho usato qualche macchina in Yonder (Virus, Roland 909, Electribe, Binson…), ma il grosso del lavoro lo faccio modificando e cesellando i suoni al computer. Per alcuni di questi brani però ho avuto un approccio diverso dal mio solito, perchè sono nati da loop o spunti utilizzati nei miei live, che ho rielaborato successivamente in studio. Per esempio In this Rainy City è nata da una semi improvvisazione durante un live che ho fatto con un’arpista lo scorso agosto: in maniera abbastanza fortuita ho tolto il beat da un brano e mi sono accorto che funzionava molto meglio, e da lì sono ripartito.

Cinque dischi che hanno segnato il tuo percorso e che reputi assolutamente imprescindibili?

Evitando le cose più ovvie butto sul tavolo questi:

Neffa, 107 Elementi: uno dei primi dischi che ho comprato da ragazzino, so a memoria ogni rima e ogni campione e lo trovo ancora bellissimo e carico di stile.

The Cure, Pornography: avrei potuto mettere Disintegration, forse più maturo, ma l’attacco di One Hundred Years in apertura è inarrivabile per botta e nichilismo! Coeso e oscuro dall’inizio alla fine.

Scuba, Triangulation: quando uscì mi sconvolse totalmente come produttore, aprendomi strade sonore che non conoscevo e che mi hanno influenzato tantissimo negli anni a seguire.

Mount Kimbie, Crooks & Lovers: per lo stesso motivo di Scuba. Nel 2010, per qualche congiunzione astrale, artistica e di vita, è uscita una miriade di dischi che mi hanno influenzato moltissimo.

Deftones, White Pony: così intenso che non riesco più ad ascoltarlo. Unico.

Progetti futuri da qui in avanti?

Portare in giro il mio live il più possibile, per ora. Poi ho un altro disco praticamente finito, ma lo lascio sedimentare qualche mese prima di riprenderlo in mano e capire che cosa farne.

9 Marzo 2015
9 Marzo 2015
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