Lakker (IE)

Biografia

Dietro lo pseudonimo Lakker ci sono Ian McDonnell (aka Eomac) e Dara Smith, da Dublino. I due produttori irlandesi – pesantemente influenzati dalle uscite Warp e da maestri come Aphex Twin, Plaid e Autechre, ma anche dai primi Prodigy e dal dancefloor più diretto di Carl Cox e dell’etichetta Blueprint – compongono musica dall’inizio degli anni Duemila.

Ruido (Lazybird), 2007, è il compendio del loro primo periodo di produzioni: breakcore fredda e distorta, frenetica, sporcata da sintetizzatori in overdrive, poi improvvisamente rilassata su ricami melodici pastorali. Una prova che delinea architetture sonore ben definite, dopo la quale però McDonnell e Smith sentono il bisogno di ripensare la loro musica, così interrompono il lavoro in studio per alcuni anni.

Spider Silk, EP del 2011 pubblicato dalla tedesca Killekill, è il ritorno sulla scena. Il nuovo corso Lakker esplora territori idm, techno, ambient, smussa le ruvidità degli esordi per arrivare a costruire un prodotto maturo ed estremamente focalizzato. A coronamento di questa fase arriva la simbolica promozione da parte di Richard D. James, che suona la title track del disco al Forbidden Fruits Festival di Dublino (l’utente Youtube che carica il video, senza volerlo ma cogliendo l’essenza del cambio di prospettiva del duo, mette sullo stesso piano Lakker e Autechre).

Il biennio 2012-2013 è denso di numeri formato EP: Arc e Torann (sulla Blueprint di James Ruskin, a suo tempo seguita con devozione dal giovane Dara Smith), Coal Bath (Candela Rising), Deathmask (Love Love Records), Untitled e Monad XIV (Stroboscopic Artefacts). Continuando a battere la strada dell’extended-play, nel 2014 McDonnel e Smith pubblicano Containing A Thousand e Mountain Divide, entrambi su R&S Records, ennesime conferme di una cifra stilistica di livello assoluto, tra solidi ritmi techno/idm e suggestive distese sintetiche.

A maggio 2015 il duo torna sulla lunga distanza con Tundra, un album che, oltre che sui consueti synth saturi, si concentra su un estensivo utilizzo di field recording, in particolare quelli legati al trattamento vocale e ai cori (nella nota, la band parla di campionamenti provenienti dalla musica per coro di Arvo Part, di un coro femminile di Dublino e del canto degli Inuit). Spostandosi dal solco idm-techno quel tanto che basta per non tradirlo, l’intento del duo diventa quello di concentrare l’approccio experimental sulle linee di confine tra suono organico e suono sintetico, avvicinandosi ad act bianchissimi e digitali come Holly Herndon o al chiaroscurale gotico di Andy Stott in Luxury Problems, ma anche puntando lo sguardo su una techno artica di marca Pan Sonic nella title track.

«Mi hanno sempre interessato le voci che suonano come synth e i synth che suonano come voci», afferma Smith nella press release «l’atmosfera e le sensazioni che provi quando ti trovi davanti all’oceano. Vento e temporali sono sempre stati un’influenza, sono entrambi imprevedibili e potenti. Forze costruttive e distruttive. Puoi trovarci i paralleli nel caos e nella saturazione dell’età digitale e negli algoritmi senza volto che ci circondano».

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