Peaking Lights (US)

Biografia

Somewhere beyond the subconscious

Nati come uno degli act ipnagogico-psichedelici del giro Night People e Not Not Fun alla fine dei noughties, i Peaking Lights, ovvero la coppia neo hippy originaria della della Bay Area formata da Aaron Coyes (con un passato di studi d’arte e già in una miriade di band tra cui Grass Plant, Heart Of Snow, Leisure Connection e Unborn Unicorn) e Indra Dunis (già nei Numbers e nelle Dinasty), approda negli anni seguenti a una (autoproclamata) idea di pop “sbagliato” o “fucked modern pop”, un personale sciamanesimo musicale formato da canzoni rapite nelle trance ma congegnate come rimedi curativi, intrugli di psichedelia e dub, ma anche musica sdraiata ai piedi di una eterna summer breeze gonfiata artificialmente, ripiegata in echi spaziali, girata a manovella con brandelli di motorik ed elettronica cheap.

«How would you describe your music? We both called it “fucked modern pop” (Dummymag, 2011).

La carriera del duo, sposato nella vita come nell’arte, inizia con un ritiro spirituale in perfetto stile hippy. A stretto giro fanno seguito un paio di cassette, poi esce Imaginary Falcons, il primo album vero e proprio e a pubblicarlo in vinile è la label di Shawn Reed (Night People), mentre sul formato per mangianastri a curare la stampa è la più nota Not Not Fun. Similmente alla band di Reed (i Wet Hair), i primi Peaking Lights possiedono una certa maestria nel tratteggiare panoramiche oniriche a base di strumentazione cheap e sonorità lo-fi. Nei loro primi esperimenti il sound è molto compromesso, aperto alla distorsione, volutamente sfocato e nerd. Per registralo la coppia ha scelto di abbandonare la città (Los Angeles) per la campagna, rifugiandosi in una fattoria nel Wisconsin alla ricerca della giusta ispirazione.

Il disco che ne esce viene volutamente registrato in povertà di mezzi, pochi strumenti portati appresso dalla metropoli: tastiere giocattolo, pianole, carabattole elettroniche e una chitarrina che ogni tanto spunta dall’intingolo come in apnea oppure, al contrario, sepolta nel noise. Il cerchio è stretto ma la maglia è allungata ed allargata su un insieme di connessioni e suggestioni molto più ampio. La voce di Indra, similmente a quella della coeva Maria Minerva (e un po’ come comanda il giro moan wave), si aggira stranita e crepuscolare, accarezzando aura e contorni del classico di Carroll Alice nel paese delle meraviglie e puntellandoli di sognante desolazione. Aaron apparecchia tutto il resto tra acquerelli ambientali e solitarie ninnananne, specchiandosi tanto in scheletri onirici à la Broadcast quanto in una placida confusione di library music, space rock, motorik e un distorto garage sound chitarristico che riavvolge il nastro fino a Velvet Underground & Nico (All The Good Songs Have Been Written). E’ musica notturna, che cerca la luce per poter sopravvivere, ed è infatti proprio su quest’elemento che, due anni più tardi, la coppia lavora nel successore 936 (2011), un disco dalla valenza opposta, diurno (complice la gravidanza di Indra), e strutturato quel tanto che basta per assumere un contorno più “pop”. Il discorso prosegue lungo suggestioni dub prima solamente accennate, attivando così concreti dialoghi con la On-U Sound di Adrian Sherwood ma anche con le stesse origini del genere, ma manifestando un interesse più per la parte produttiva di quel sound (l’approccio al mixer) che per la sua estetica di per sé.

Non sorprende che sia il boss della mitica label a curare il remix di Tiger Eyes (Laid Back), presente nella deluxe edition del disco (ci sono anche le riletture della stessa Minerva e di Dam Funk), e che le soluzioni arrangiative della coppia ricordino da vicino le Slits e i New Age Steppers con lo scarto però di una produzione post-hypna (All The Sun That Shines), ovvero di un sound ancora giallognolo ma che ha già digerito il glo-fi inglobandolo magari in un ampolloso blob, tutto californiano. Per mezzo di tecniche e mixer da studio ispirate a Lee Scratch Perry periodo Black Ark studio – con tutto un portato di echi, riverberi e giochi stereofonici annessi e connessi – i coniugi Coyes si presentano come speleologi in un continuum hippy calato non soltanto nei Sessanta psichedelici o nei Settanta krauti, ma esteso anche alla new age, tanto che nell’intingolo non manca né una buona dose di svagata Kosmische Musik (gli Harmonia con e senza Brian Eno), né una sprezzemolata del Mike Oldfield post-Tubular Bells e molto altro ancora, il tutto rivissuto dallo spioncino di una camera da letto – ehm…fattoria sperduta – che si è naturalmente estesa allo studio di registrazione, mantenendone intatto uno spirito intimo e familiare.

(Sweet) Lucifer

Un ulteriore passaggio in questo processo di raffinazione arriva con il terzo lavoro, Lucifer, disco beninteso tutt’altro che luciferino, che viene anticipato da un hype coltivato a tavolino dalla promo del gruppo e dai media specializzati. Ad anticiparne le sonorità, una serie di mixtape che la coppia ha diffuso tramite il sito Lucifer.fm. 4 assemblaggi che frullano nerboruti ancheggiamenti funk, lussuriose danze mediorientali, hit soul pop anni ’70, anfetaminici groove hip hop, italo disco, e molto altro ancora, in pratica, una prova di colto hippismo applicata alla radiofonia. Coyes, nel frattempo, ha intensificato la sua attività come dj – che immaginiamo gli procuri qualche introito extra fondamentale per le economie di una family che ha deciso di vivere in regime di semi povertà – e conduce regolarmente uno show settimanale su Dublab chiamato Analogue Players Club.

Il disco ne è la naturale conseguenza: assorbe osmoticamente un grande parco di fascinazioni sommandole con il portato library e l’esperienza dub precedentemente maturata, per un fluido mix dove brezze estive strattonate funky incontrano chitarrine effettate modello hawaiano, ritmiche sintetiche, rotondità summer pop, psych blues californiani e vocalizzi svagati che sembrano presi in prestito, ancora una volta, dalla compianta Trish Keenan dei Broadcast. All’indomani della sua pubblicazione i Peaking Lights sono al picco di una piccola fama, ma le critiche non mancano. In fin dei conti hanno ragione anche i detrattori: la loro è musica dove tutto è finto e arriva processato e rielaborato alla fonte. Più che hauntologico, secondo la dizione di David Keenan, il suono dei due è “antologico” nel senso etimologico del termine, un broadcasting potenzialmente infinito formato dall’eco di inconsapevoli hit perdute provenienti da un mitico (quanto dimenticato) passato novecentesco con il quale abbuffarsi lentamente, fino allo sfinimento.

Infinite Trips

«Can’t stop to be just a mom / The choice to stay at home is gone / Worker, lover, mother, wife / Gotta do it all in this life»
(dal brano New Grrrls, 2014)

Nel 2011, la coppia diventa una famiglia di traveler in piena regola con tanto di figli al seguito, una scelta in netto contrasto con la classica figura del musicista a compartimenti stagni public image vs vita privata. L’anno successivo, di Lucifer esce una versione “in dub” che riporta il sound della band alle fascinazioni dell’album precedente. La nuova prova – Cosmic Logic – non tarderà molto ad arrivare e il disco, fin dalle prime note dell’opener, Infinite Trips, introduce una discreta svolta imperniata sul formato canzone, con la novità assoluta di una produzione esterna. Registrato a Los Angeles assieme Matt Thornley (già al lavoro con gli LCD Soundsystem e i Crystal Ark) e incentrato su una variegata palette tra ballabile sintetico e un più rotondo pop, il lavoro ne rappresenta una canonica evoluzione, esattamente come lo è stato Strawberry Jam per gli Animal Collective, e tante altre prove di act psichedelici (e non) di ieri e l’altro ieri. Da leggeri e svagati, i brani hanno inforcato quadrature più meccaniche opportunamente stemperate da un tono di generale infantilismo approntato dalla Dunis qui nella veste di cantante sotto il riflettore (metti una Eleanor Friedberger meno dotata). E così configurato, il progetto ha assunto un’aria più indie ed anche più strutturata, vagamente hipster house, come se i Peaking Lights, nati come compagine un po’ fricchettona, si fossero trasformati in una piccola srl situazionista – situazionista, ma pur sempre srl.

Come ammetterà in seguito Coyes, le nuove canzoni vengono incise assecondando logistiche contingenti: durante le registrazioni la sola Infinite Trips viene prodotta e registrata dalla coppia, nelle restanti Aaron e Indra entrano ed escono separatamente dallo studio di registrazione per poter accudire i figli. Il techno pop di Hypnotic Hustle, il proto-hip hop di Everyone And Us, la piano house in salsa dub di Little Light o acid-funk (Eyes To Sea), fino alla (mutant) disco (New Grrrls) sono brani ricchi di generosi trick produttivi, ma appiattiti su un mono-tono inevitabilmente karaokista che non giova alla riuscita complessiva di quello che è un deludente (non brutto ma neppure riuscito) semilavorato synth pop a tinte intrinsecamente psych.

Here I am just wandering

I just spent 10 days in the Maldives. I hope we do something about global warming because it will be underwater in 50 years or less if we don’t. I’d love for my kids to be able to see how beautiful it is; surfing and skating to me are all about flow, so I guess from my perspective I wanted the record to have this flow to it (Aaron Coyes, Self Titled Mag, 2017)

L’anno successivo alla pubblicazione di Cosmic Logic i Peaking Lights collaborano con Wayne Coyne e i Flaming Lips al cover album di quest’ultimi di brani degli Stone Roses. Coyne è un fan della band e la coppia contribuisce nel brano Shoot You Down; nel frattempo Coyes, oltre all’attività come dj e il summenzionato programma radio (a cui si aggiunge uno slot mensile su NTS), ha lanciato anche un solo project con la ragione sociale di Peaking Lights Acid Test project producendo nel contempo anche alcuni remix. Per la pubblicazione del nuovo lavoro bisognerà attendere più del solito ma l’attesa sarà ripagata: il quinto album, The Fifth State Of Consciousness, è un doppio LP di un’ora e diciannove minuti sviluppato nei loro Dreamfuzz studio lungo i ventiquattro mesi precedenti, con in mente alcuni temi guida fricchettoni (trovare l’illuminazione attraverso la perdita dell’innocenza e aver superato le difficoltà della vita, pensare alla musica come medicina) e la voglia di immergersi da capo a piedi in un liquido amniotico fatto di pop e dub, reggae e synth-delia, in pratica al succo della loro proposta. Via i bassi sintetici e le batterie elettroniche che attingevano a piene mani dal post-punk contaminato con il ballabile a cavallo ’70 e ’80 (vedi Blondie, la mutant disco, ecc…) come dall’elettro/synth pop e della chiptune music, perché da queste parti, a partire da un opener nipponica post-grime (Dreaming Outside), si torna a respirare una ritrovata summer breeze e dunque un sound vecchio/nuovo ancora una volta pensato con mixer e mentalità dub (Coyote Ghost Melodies) ed ancora una volta perso in un plastico (ma dolcissimo) tropico marittimo.

A cantare non c’è più Indra (o quasi, vedi i cori di Que Du Bon) ma un sognante e falsettato Aaron (che qui produce anche), che ritornato ad andare in skate e sul surf inseguendo una personale idea di – come lo ha chiamato lui stesso – flow, dipinge strofe e arrangiamenti non lontani dalla french/italo disco dei Phoenix di Ti Amo (Love Can Move Mountains, Que Du Bon). Al solito, gli omaggi alla storia del rock contaminato dei Peaking Lights fanno – benché col contagocce – capolino qui e la: in Everything I See The Light, ad esempio, si presentano sotto forma di riff da tardi Clash opportunamente denaturati, oppure si colorano, più tipicamente per loro, di blues arabeggianti nella desertica A Phoenix and a fish; ma sono ancora una volta le possibilità di abbandono psych-pop trattate con lo stesso mixer (un Soundcraft Series Two acquistato di seconda mano) con il quale furono incisi i dischi di Lee ‘Scratch’ Perry ai Black Ark (o i primi album della Factory ai Cargo Studios), il terreno sul quale la coppia dimostra di voler esplorare, rivivere o semplicemente perdersi all’infinito (vedi i 10 minuti e passa di tastieramenti sognanti e ritmi in levare di Sweetness Isn’t Far Away).

Inutile dire che un disco fatto così, che parte invero piuttosto bene, finisce per diventare l’equivalente di un cenone siciliano di ferragosto in cui spesso, se non sempre, la preparazione dei piatti (affiati a un Aaron anche produttore) diventa preponderante rispetto al loro consumo (la confezione armonico-melodica che finisce per accrocchiarsi su una diabetica glassa, vedi Put Down Your Guns). Ad ascolto concluso, dopo che anche l’ultima Wild Paradise è calata lentamente all’orizzonte in un satollo profluvio di colori, sapori e profumi, la sensazione è più di claustrofobia che non di salvifica illuminazione alla fine del viaggio, come la coppia lo avrebbe voluto. La metafora insomma è ancora una volta fascinosa, ed è quella spietata di Black Mirror in cui gli 80s in repeat infinito vissuti in quel celebre episodio si rivelano una disposizione testamentaria per l’aldilà di uno dei protagonisti.

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