Migliori album 2018. La classifica di Stefano Solventi

La classifica dei migliori album dell'anno per Stefano Solventi, tra riflessioni sul concetto stesso di "classifica" e dischi fuori concorso

Criticare le classifiche di fine anno è un gioco vecchio almeno quanto il gioco delle classifiche di fine anno. Entrambi fanno parte di una partita più grande e più seria che si gioca tra i dischi e chi ama dedicare loro tempo ed energia. I dischi, già: questa entità convenzionale che però è anche una dimensione espressiva, un po’ in disuso, certo, in crisi da sempre, eppure ancora vivace, oserei dire importante. Se me lo concedete, spenderei altre due righe – facciamo pure un pippone, va – sul senso di questa cosa: non credo che sia saggio considerare una qualsivoglia classifica alla stregua di una sentenza, forse è perfino troppo interpretarla come un punto di vista, perché lo sarà sempre in modalità liquida anzi volatile, e soprattutto drammaticamente parziale.

Una classifica, per come la vedo io, è un racconto di viaggio, un album di fotografie, dove obiettivo e inquadratura coincidono con le attitudini di chi la redige, e i soggetti sono gli ascolti che ha potuto effettuare. Quest’ultimo aspetto è particolarmente significativo nel mio caso, visto che – come ormai dovreste sapere – ho scelto da ormai un paio d’anni di non recensire più dischi nuovi. L’ho fatto, in ultima analisi, per sopravvivere, anche se a volte propongo una versione più soft e spargo la voce che l’abbia fatto per stanchezza. Il risultato non cambia, ovvero: posso permettermi di tirare il fiato e osservare ciò che accade dalle retrovie, lontano dalla linea di tiro, dall’assedio delle urgenze. In ragione di ciò, mi capita di ascoltare dischi anche molto osannati dopo uno, due mesi. Mi capita persino di non ascoltarli mai. Viceversa, mi capita di innamorarmi così tanto di un disco da ascoltarlo per settimane, togliendo tempo prezioso all’ascolto di altri dischi, magari più chiacchierati, forse più importanti o soltanto depositari di hype (o di ciò che ne resta). Concedere al disco il tempo che chiede: può essere una attendibile definizione di “ascoltatore”? Va da sé che tutto ciò è ben poco professionale, certo, ma – ehi – io non sono un professionista. Anche se lo fossi, prima o poi potrei chiedermi: come si può essere professionisti (professionali) restando anche ascoltatori? Deve essere dura, eh. Non so se capite cosa intendo.

In ogni caso, potete interpretare le millecinquecento (circa) battute precedenti come un mero disclaimer: ho ascoltato solo quello che mi incuriosiva, che mi andava di ascoltare, che ho potuto ascoltare. Ragion per cui, nella lista dei miei ascolti manca tanta roba, lo so. Manca una visione d’insieme. Manca la benedetta aderenza con ciò che realmente accade, con il pulsare del nuovo. Lo so. E non pretendo che sembri altro che questo: la testimonianza di uno che, quando può, continua ad ascoltare. Un po’ come il diario di un turista, che mai e poi mai andrebbe considerato una guida.

È chiaro che un discorso del genere non vale per le classifiche espresse da una redazione, progettate per esprimere un taglio editoriale, una “vista critica” sullo stato delle cose. Eppure, anche queste preferisco leggerle come un viaggio occasionale e non esaustivo (ogni viaggio è fatto anche di tappe/occasioni mancate, no?), un percorso che si è determinato non senza una quota di irriducibile casualità, perciò soggetto a continui, inevitabili aggiustamenti. Una “mappatura” e non una “mappa”, come si è detto per la peculiare Top 100 di Quietus. Preferisco pensarle così perché ritenerle più di questo significa accettare che si portino dentro processi di mediazione culturale e – peggio – strategie promozionali tali da renderle fondamentalmente inautentiche, inattendibili. Peggio: funzionali. Finirebbero così col voler dettare ciò che dovrebbero invece raccontare. Il che non è necessariamente un male, eh. Però, ecco, basta saperlo. Basta non dimenticarsi che dietro a queste classifiche-manifesto continuano a esserci (devono continuare a esserci) i dischi, quella dimensione espressiva che dicevamo sopra, la cui misura(zione) più attendibile è determinata pur sempre dall’ascolto, dalla combinazione di tempo, attenzione e – come chiamarla? – energia emotiva che in quanto ascoltatori siamo disposti a concedere.

Ma adesso basta, veniamo al sodo, ovvero a dove mi ha portato il viaggio estemporaneo tra i tantissimi dischi usciti anche quest’anno. E, ovviamente, a cosa mi hanno lasciato. Innanzitutto, sono abbastanza soddisfatto perché ho ascoltato molto, almeno per i miei recenti standard: tra i quindici e i venti dischi nuovi al mese. Tanti per me, pochissimi per farsi un’idea esaustiva sulla musica che gira intorno: e qui dichiaro conclusa la parte in cui metto le mani avanti. Riguardo alla qualità di ciò che mi è passato per le orecchie, dico subito che il ripescaggio d’archivio che ha caratterizzato soprattutto le ultime settimane ha lasciato un segno profondo: i cinque dischi che hanno stazionato maggiormente nei miei vari dispositivi sono le edizioni celebrative variamente espanse del White Album e di Village Green, la strepitosa raccolta di live targati R.E.M. alla BBC, i demo di Dylan per Blood On The Tracks e il meraviglioso Love & Work: The Lioness Session dei Songs: Ohia. A questo punto avrete capito che razza di nostalgico irrecuperabile è l’autore delle righe che state leggendo. Nostalgia a parte, il fenomeno è significativo e lo è ben oltre il feticismo del fan e i relativi ritorni commerciali, come ho scritto appunto nella recensione del White Album a cui vi rimando.

Detto – e tenuto ben presente – ciò, la lista degli album nuovi a mio avviso più significativi è capeggiata da Double Negative dei Low, lavoro complesso e coraggioso, caratterizzato da azzardi sonori che lo rendono abbastanza ostico, anche se non manca il tipico struggimento della band di Duluth, a cui ancora una volta non difetta l’ispirazione. Mi sembra il tipico lavoro importante che tenta di fare il punto sullo stato delle cose, di sintonizzarsi con le vibrazioni profonde del presente, e lo fa piegando a tal fine il linguaggio del rock, che suona quindi mutato e mutante, impegnato a forzare confini e a muoversi sulla linea d’ombra tra essere (ancora) e non essere (più) rock. Piazza d’onore per Broken Politics, il nuovo di Neneh Cherry prodotto da Four Tet, una bella combinazione di black ed electro dal taglio adulto, senza effetti speciali ma cuore e cervello che intrecciano trame suggestive senza mai perdere una sana irrequietezza di fondo. Non nascondo di avere scoperto solo di recente quel gioiellino scomodo che è Belief, album numero centomila – se non ho contato male – del britannico Richard Youngs, uno che fa sempre quel cazzo che gli pare e spesso ci azzecca, qui in particolare realizzando un’opera riflessiva e labirintica, intima e schizoide, che il buon Tim Burgess (per la cui O Genesis il disco è uscito) ha definito “gnostic pop”. Forse l’ultimo altro album significativo presente nella mia classifichetta è Your Queen Is A Reptile a firma Sons Of Kemet, ovvero il linguaggio variamente jazz (con oscillazioni che chiamano in causa dub e dancefloor) con cui il sassofonista inglese Shabaka Hutchings decide di fare i conti con la coscienza (sporca) della real corona britannica. Ne esce un disco molto ricco e strutturato eppure, boh, dinamico, trascinante, divertente. Segno tangibile del fatto che nulla muore mai davvero, di sicuro non il jazz. Pure il rock, fidatevi, può stare tranquillo.

A proposito di rock che non muore, di Tell Me How You Really Feel, secondo album solista dell’australiana Courtney Barnett, so bene quanto poco introduca in termini di novità e, come dire, attualità. Non è altro che rock chitarristico, in bilico tra cantautorato e piglio stradaiolo, roba che da una vita – almeno dai Seventies – quello è e non ha alcuna voglia di essere altro. Roba che se lo fai ascoltare a ‘sti ragazzini tutti trap e speaker bluetooth è come sputare in un fiume. Eppure, la cara Courtney sa colpire, ti aggredisce, t’inchioda al suo angolo di tormenti ed ebbrezza, il suo è un linguaggio-cuneo che sa opporre resistenza alla pressione del mondo. Quello che fa assai bene anche Any Other, al secolo Adele Nigro, prima tra gli italiani ma non perché italiana posta così in alto: il suo Two, Geography è davvero un lavoro intenso, assieme sanguigno e algebrico, frutto del passo lungo di certo post-rock eppure colto dall’albero del cantautorato meno disposto a scendere a patti.

Alla fine, se c’è qualcosa che continuo a cercare nei dischi, in questa mappatura occasionale che ancora mi ostino a tracciare, è la disponibilità a mettersi in gioco, a esporre il lato vulnerabile che coincide sempre – sempre – con quello che più brucia e risplende, e Adele-Any Other lo fa benissimo. Come ha saputo fare meravigliosamente anche Marianne Faithfull con un Negative Capability che è allo stesso tempo esercizio di stile – curato da Head, Nick Cave, Warren Ellis, Rob Ellis, Ed Harcourt… – e sguardo piantato sul crepuscolo del corpo, del cuore, della memoria, di un’epoca intera. Dischi come questi non faranno epoca, lo so, ma in qualche modo sono stati in grado di entrare in risonanza con i (miei) giorni, hanno dimostrato di possedere la chiave misteriosa per aprire botole e nascondigli. Come ci sono riusciti? Difficile da spiegare, ma il bello è proprio questo. E a tutti loro sono grato: come a La voce del padrone nella nuova versione di Fabio Cinti, alla densità impetuosa degli Iceage, alla foschia dolciastra dei Beach House, alla follia affettuosa dei Maisie, al lirismo sfuggente di Damien Jurado, agli scenari diluiti dei Silent Carnival, ai languori viscosi dei Mazzy Star, alla fabula nervosa degli Ismael, alla tensione anarchica di John Parish, alla coscienziosità accorata di Carmine Torchia… 

Vorrei chiudere questo discorso, se permettete, con un invito ecumenico: non prendetevela con le classifiche. Non sono loro il male. Anzi: le classifiche mi piacciono proprio perché non sono quello che dicono di essere. Mi piacciono per come falliscono l’obiettivo che in realtà non intendono affrontare, ovvero l’impresa di tirare le somme, di tracciare un bilancio. Perché la possibilità di un bilancio – lo sappiamo tutti – non esiste, le somme valgono sempre meno o più del totale. Valgono altro. Se dalle classifiche dobbiamo pretendere qualcosa sono munizioni, proiettili traccianti da sparare e seguire per vedere dove ci porta il loro bagliore più o meno breve, quali mostriciattoli e sorprese ci fanno scoprire e quali forse abbiamo scoperto (possiamo scoprire) insieme. Come se fossero una lingua con cui tornare a dire “noi”.   

In appendice, due parole sui libri, in particolare sui saggi a tema musicale, perché mi pare che stia accadendo qualcosa di interessantissimo: ne escono molti di autori cresciuti nelle e con le webzine. Se Arcana sta vivendo un autentico momento di effervescenza – tra i molti titoli, si segnalano ovviamente Hip-Hop e Politics dei nostri Luca Roncoroni e Fernando Rennis, ma anche L’arte di imitare di Massimiliano Barulli dedicato al mondo così detestato eppure così poco studiato delle tribute band – anche colossi come Giunti e Hoepli (niente male Il nostro caro Lucio di Donato Zoppo) non stanno certo a guardare, per non dire di realtà più o meno indipendenti (vedi CRAC edizioni, per cui è uscito Different Times di Marco Braggion, o Minimum Fax che ha licenziato Romantic Italia di Giulia Cavaliere) o addirittura nuove come la Jimenez (notevole Rock Lit di Liborio Conca). Anche se la testimonianza dell’età aurea conserva un fascino indubbio – vedi l’ottimo 1971. L’anno d’oro del rock del britannico David Hepworth, uscito per Big Sur – viene da pensare che l’editoria tradizionale abbia ormai compreso e accolto il ruolo degli autori millennial, spesso anzi quasi sempre non professionisti, nel processo di storicizzazione del pop-rock alla luce degli sviluppi più recenti, sviluppi che presuppongono la padronanza di forme, medium e dispositivi contemporanei con le ricadute in termini di prassi quotidiana e – ebbene sì – visione del mondo. Il rock sarà pure al crepuscolo, ma non sembra certo passata la voglia di raccontarlo. Buon anno nuovo, ragazzi.

Su SA trovate inoltre la classifica personale di Riccardo Zagaglia e un’analisi di quelle pubblicate da altre testate come COS e Quietus.

Top 5 2018 – Fuori concorso

  1. The Beatles – The White Album 50th Anniversary Edition
  2. The Kinks – The Kinks Are The Village Green Preservation Society 50th Anniversary Edition
  3. Songs: Ohia – Love & Work: The Lioness Session
  4. R.E.M. – R.E.M. at the BBC
  5. Bob Dylan – The Bootleg Series Vol. 14: More Blood More Tracks

 

Top 25 2018

  1. Low – Double Negative
  2. Neneh Cherry – Broken Politics
  3. Richard Youngs – Belief
  4. Sons of Kemet – Your Queen Is A Reptile
  5. Courtney Barnett – Tell Me How You Really Feel
  6. Beach House – 7
  7. Any Other – Two, Geography
  8. Maisie – Maledette rockstar
  9. Goat Girl – Goat Girl
  10. Fabio Cinti – La voce del padrone
  11. Marianne Faithfull – Negative Capability
  12. Iceage – Beyondless
  13. Damien Jurado – The Horizon Just Laughed
  14. Marie Davidson – Working Class Woman
  15. Marissa Nadler – For My Crimes
  16. Silent Carnival – Somewhere
  17. Julia Holter – Aviary
  18. John Parish – Bird Dog Dante
  19. Ismael – Quattro
  20. Mazzy Star – Still EP
  21. Alex Spalck, Federico Fiumani – Il primato dell’immaginazione
  22. Baustelle – L’amore e la violenza vol.2
  23. Idles – Joy As An Act Of Resistance
  24. Carmine Torchia – Il rumore del mondo
  25. Unknown Mortal Orchestra – Sex & Food
Tracklist
  • 1 When The Clock Strikes Twelve
  • 2 Hostile Cosmos
  • 3 Lunar Rhythm
  • 4 The Days Are Too Long And The Nights Are Too Short
  • 5 Scary People
  • 6 Repulsion
  • 7 Skeleton Factory
  • 8 A Boring Day For The Boredom Boys
  • 9 Six Feet Below
  • 10 Problems
  • 11 Little Death
  • 12 Lunar Eclipse
  • 13 I'm Gonna Haunt You When I'm Gone
  • 14 Institution
  • 15 Blot Out The Sun
  • 16 Backwards In Black
Black Time
Double Negative