Migliori album 2018. La classifica di Riccardo Zagaglia

Ci sbaglieremo ma la sensazione è che la retromania dipinta in modo pressoché impeccabile da Simon Reynolds ad inizio decennio stia avendo un periodo di flessione. Il post-modernismo è ancora palpabile (la frammentazione è estrema, oggi più che mai) ma la rincorsa al pastiche revivalista è meno intensa rispetto a qualche anno fa o, perlomeno, il panorama musicale sta promuovendo con più convinzione la contemporaneità rinvigorendo velleità here and now. In fin dei conti oggi, con le dovute eccezioni, la chillwave e la prima ondata hypnagogic sembrano ormai ricordi sbiaditi (di ricordi sbiaditi) e le punte estetiche marcate da vaporwave e synthwave hanno terminato la propulsione da un po’, venendo assimilate all’interno di altri linguaggi e stili.

Detto questo, muovendoci come focus sul fatidico topic “migliori album dell’anno”, a livello di top della lista sento di dover ripetere le perplessità espresse già lo scorso anno, constatando la presenza di una lunga serie di album eccellenti realizzati da artisti/band che in passato hanno però pubblicato opere superiori o comunque più importanti. Cosa verrà storicizzato di questo 2018? Quasi certamente non l’ottimo 7 dei Beach House (per chi vi scrive, comunque, il loro migliore album dai tempi di Bloom), certamente non il ripescato e rivisto Twin Fantasy di Car Seat Headrest, certamente non Singularity di Jon Hopkins (valido ma lievemente inferiore alla sua versione meglio riuscita, Immunity), certamente non Dead Magic di Anna Von Hausswolff (un mezzo capolavoro di grande intensità ma incapace di smuove tante acque fuori dalla nicchia di riferimento) e forse neanche The Sciences degli Sleep benché la sua release (saggiamente posizionata il 20 aprile) abbia rappresentato un momento importante dell’anno, se non altro per il pubblico hard & heavy (discorso simile per il prezioso comeback dei Daughters su territori noise-rock). O, ancora, gli MGMT hanno sorpreso in positivo con Little Dark Age ma per il 99% della popolazione rimarranno “quelli di Oracular Spectacular“, non meno sorprendente il ritorno spettrale dei Low (la virata ambient-glitch-drone di Double Negative) ma è innegabile che gli americani saranno per sempre legati alla stagione slowcore degli esordi. Anche lo stesso Oneohtrix Point Never, pur cercando di alimentare – ancora egregiamente – la propria ricerca retrofuturista con nuovi elementi (Age Of), concettualmente rimarrà sempre legato alla genesi del percorso post-internet (vaporwave, ecc..) di qualche anno fa. Convincono ma non entusiasmano le conferme targate Mitski, Blood Orange e Father John Misty (ritrovato dopo un mezzo passo falso). Ma ad essere sinceri, pur contenendo singole tracce da dieci e lode, nessuno degli album appena citati mi ha fatto realmente impazzire: probabilmente per la prima volta ho subito in prima persona quel calo di appeal del formato lungo che aleggia nell’aria già da parecchio tempo, rinvigorito peraltro dalla fruizione streaming-centrica.

Per chi scrive, un possibile candidato ad album simbolo dell’anno è Joy as an Act of Resistance degli Idles, perché conferma tutto ciò che di buono era contenuto nell’esordio Brutalism e lo porta ad un livello superiore, trattando l’attualità albionica (e non solo) attraverso il linguaggio del punk non come mero revival della stagione ’77, ma come punto di partenza per trattare il contemporaneo con una forte urgenza comunicativa. Un album-manifesto che, con un po’ di immaginazione, potrebbe dettare la via maestra per il nuovo corso della moribonda sinistra mondiale. Con uno sguardo più ampio possiamo affermare che il 2018 ha visto risorgere alcuni connotati punk come forma di contrasto a un generalizzato panorama politico decisamente avverso. In questo senso, veramente ottima la prova dei Parquet Courts (Wide Awake!) arrivati probabilmente al loro apice. Bene, seppur con una forza narrativa meno forte, anche gli Shame (Songs of Praise). Decisamente interessante l’acclamato collage post-psych di Yves TumorSafe in the Hands of Love – album a dir poco sbilenco in cui le rare situazioni (i passaggi più vicini all’industrial) alla lontana riconducibili alla deconstructed club (vedi sotto) sono affogate in una visione d’insieme che guarda altrove, muovendosi tra indie&b, hypna e art. Continuando a parlare di outsider, questa volta però inteso come album che difficilmente troverete in tante altre year-end list ma che mi hanno accompagnato in modo continuo durante l’anno, cito sicuramente Freedom di Amen Dunes (cantautorato lunare), Minus di Daniel Blumberg (cantautorato straziante e free-form), Performer di Montero (coloratissimo psych-pop), Shadow on Everything dei Bambara (post-punk-blues dai contorni noir-western), Path di Kraus (bedroom-gaze super compresso), Slide di George Clanton (la chillwave che incontra i beat 90s), VHS di Castelbeat (impeccabile frullato jangle-dream), HiLo di Jack Stauber (geniale ed eccentrico smanettone hypna), Dream Songs di Devon Welsh (già metà dei Majical Cloudz), Slow Sundown degli Holy Motors (twangly dreampop desertico dall’Estonia), Yawn di Bill Ryder-Jones (indie-rock/slowcore), Mostly Sunny dei FLOWERTRUCK e Hope Downs dei Rolling Blackouts Coastal Fever (jangle australiano).

In ambito hip hop, graziato dall’assenza di Kendrick Lamar, è stato Pusha T a prendersi il trono con un (mini?) album – DAYTONA – che spazza via la concorrenza, compreso lo stesso Kanye West (qui in veste di producer e autore), protagonista di un 2018 piuttosto impegnativo in cui ha dato sicuramente il meglio con Kids See Ghosts o al servizio di altri, piuttosto che in versione solista; sugli scudi Denzel Curry, alla grande conferma (Ta13oo) dopo il già apprezzatissimo Imperial di due anni fa. Nell’attesa di metabolizzare il grande ritorno di Earl Sweatshirt, sul versante meno battuto dai grandi media meritano certamente una menzione d’onore Care For Me di Saba, Veteran di JPEGMAFIA, Khrysis & Elzhi Are Jericho Jackson dei Jericho Jackson e l’omonimo esordio di Avantdale Bowling Club. Sempre in ambito jazzy-rap (con punte soul & spoken) ottimo l’esordio di NoName (Room 25). Capitolo Brockhampton (già trattato nello speciale dello scorso anno): Iridescence è un album complessivamente valido ma ho il sentore che la trilogia Saturation abbia definito il loro momento magico.

Sul fronte “ritmi” ottime le impressioni sui ripescaggi house di Nicolas Jaar in formato A.A.L. (Against All Logic), sulle contaminazioni afro dei Sons of Kemet (Your Queen Is a Reptile) e sulle allucinazioni di DJ Koze (knock knock). Tra i terreni di ricerca/avant/altre musiche, apprezzabili il minimalismo koreano di Park Jiha (Communion) e il continuo (Stage 4 e Stage 5) del viaggio tra i meandri della demenza degenerativa targato The Caretaker.

Tra i confini nazionali mi sento di mettere sul trono il progetto Any Other e il suo Two, Geography: Adele Nigro & co sono riusciti a migliorare ancora, abbandonando – in parte – il sound indie rock degli esordi verso qualcosa di incredibilmente ricercato e unico. A proposito di evoluzioni, decisamente riuscito il secondo lavoro dei MESSA (Feast for Water), meno doom e più orientato alle sfumature dark-jazz e drone. Molto bene gli Storm{O} (Ere), attesissimi dopo l’incredibile esordio di quattro anni fa. Ammetto inoltre di essere uno di quelli che si sono presi – molto – bene con il primo lavoro di Generic Animal e di aver apprezzato Cosmotronic di Cosmo, pur ritenendolo lievemente inferiore a L’ultima festa e pur rimanendo maggiormente legato ai periodo dei Drink To Me. In ambito hip hop il lavoro che mi ha colpito di più è stato Musica per bambini di Rancore (molto valido anche il ritorno del Colle Der Fomento), mentre in ambito prettamente trap credo che Pour l’amour di Achille Lauro abbia una – forse due – marce di più rispetto agli album dei colleghi. A proposito di HH e dintorni, a corrente alternata decisamente interessanti alcuni singoli di Quentin40 e le sue – ormai caratteristiche – parole troncate.

Aspettando una Lana Del Rey particolarmente ispirata (perlomeno a livello di singoli), sul fronte prettamente pop – oltre alle Let’s Eat Grandma di I’m All Ears – davvero ottimo l’EP di Kilo Kish (Mothe), lavoro che si smarca a livello stilistico dalle precedenti produzioni dell’americana. Per quanto riguarda le band che comunemente vengono incluse nel calderone rock, la situazione a livello mainstream è, ancora una volta, disastrosa: da un lato abbiamo l’estremo più irritante della deriva (synth)pop (dagli Imagine Dragons ai Muse), dall’altro il non necessario recupero dei Led Zeppelin firmato Greta Van Fleet. Ne escono vincitori i The 1975 con il pop post-moderno contenuto in A Brief Inquiry Into Online Relationships, il loro disco migliore, accompagnato però da un coro acclamante non del tutto giustificato. Per quanto una band come gli Idles possa vendere piuttosto bene in patria, crediamo che ci vorrà parecchio tempo per riportare le chitarre (quelle buone) in vetta alle preferenze del grande pubblico (e forse siamo fin troppo ottimisti).

Uscendo dal contesto “migliori album” per muoverci verso considerazioni più generali su quello che bolle in pentola a livello di movimenti, dobbiamo nuovamente constatare il predominio di trap e derivati, mentre contemporaneamente osserviamo con un certo interesse il lento affermarsi (tra le nicchie, si intende) di alcuni sottogeneri di recente formazione. In generale, possiamo affermare che nel 2018 abbiamo principalmente assistito a un ulteriore consolidamento delle tendenze degli ultimi anni, tra cui:

Trap:

Benché l’esplosione definitiva negli USA sia avvenuta tre-quattro anni fa e in Italia lo scorso anno, il 2018 non ha fatto altro che confermare – e rafforzare – lo scettro di trap e derivati non solo all’interno di contesti hip hop. Un dominio sul mercato che passa attraverso i numeri dello streaming, per poi raggiungere (con i “se” e con i “ma” del caso) i media tradizionali. Senza entrare nel dettaglio delle singole sfumature e influenze, serva da certificazione la presenza dei vari Post Malone, Migos, Cardi B, XXXTentacion, Travis Scott, Lil Uzi Vert, Juice WRLD e Lil Skies tra gli album più “venduti” dell’anno a livello globale. La diffusione nella pop-culture premia certamente i personaggi e i dischi più furbi ma, come già accennato lo scorso anno, è interessante cogliere le diverse derive che ne plasmano l’evoluzione come, ad esempio, la ormai sdoganatissima corrente “emo” e la white-oriented corrente trap-metal (Gizmo, Ghostemane, Bones, Scarlxrd, Killstation, City Morgue…), per il momento poco più che una nicchia estetica.

In Italia, se possibile, il dominio discografico è ancora più marcato, con Rockstar di Sfera Ebbasta che conquista il titolo di album più venduto dell’anno, e con newcomers già enormi (numericamente parlando) come Capo Plaza e Drefgold (fino a ieri dalle mie parti era “quello di Massarenti di sopra, Massarenti di sotto”). Se poi anche nomi della generazione immediatamente precedente come Gemitaiz e Salmo dilagano in classifica sfruttando a proprio piacimento alcuni stilemi della trap, il cerchio inevitabilmente si chiude.

Un aspetto interessante e da non sottovalutare è una sorta di boicottaggio radiofonico che, nonostante l’estrema diffusione del fenomeno, colpisce – a parte le hit easy di Sfera Ebbasta o le cose più retoriche di Ghali – il genere, probabilmente ritenuto poco adatto ad una high rotation che continua a prediligere l’innocuo, lo sdolcinato e l’ingenuo. In ogni caso siamo obiettivamente vicini al momento-saturazione e di conseguenza è probabile che tra il 2019 e il 2020 il fenomeno perda la sua forza generazionale. Tra qualche anno verrà legittimato a livello artistico-culturale? Vedremo. Personalmente, per quanto possa nutrire dubbi sul suo peso specifico, credo sia giusto provare ad analizzare il movimento con un occhio per forza di cose (anche solo per una questione anagrafica) distaccato. Insomma, anche ai tempi dei Beatles o dell’esplosione punk, buona parte dei critici meno lungimiranti etichettarono il tutto come robaccia per ragazzini, mangiandosi probabilmente le mani in seguito.

Deconstructed Club:

Forse l’unico flusso stilistico che – finalmente – ha trovato una sorta di consacrazione “pop” è quello del cosiddetto “Deconstructed Club”, incarnazione post-tutto delle lezioni art-industrial e della club culture urbana di recente memoria (UK bass, HD, hyperreal, PC Music/bubblegum bass, i vari M.E.S.H, Sd Laika, Aïsha Devi, Ash Koosha…) caratterizzata, musicalmente, da glitch apocalittici, ritmi frantumati senza rispetto, isterismo electro e, concettualmente, da una vena politica che spazia da rivendicazioni identitarie a filosofie futur-accelerazioniste. Se gli Idles promuovono la gioia come atto di resistenza, gli artisti deconstructed elogiano il caos (senza essere discordiani) di un futuro incerto, probabilmente androide/post-umano, sicuramente astratto.

Sophie è chiaramente il nome di punta (il suo debut-LP Oil of Every Pearl’s Un-Insides non è solo un cross-manifesto del genere ma anche uno dei migliori album dell’anno tout court), ma è giusto citare anche l’esordio lungo targato Amnesia Scanner (l’EP del 2016 fu «il lavoro che mi aveva sorpreso maggiormente in ambito elettronico quell’anno» ), Shygirl (Cruel Practice EP) sul versante più UK-club, Kai Whiston sul versante più giovanilistico e il polacco Julek Ploski sul versante più astratto e vaporoso, Lotic finalmente all’esordio lungo (Power), l’Arca di Fetiche e il suo compare Jesse Kanda in formato audio a nome Doon Kanda (Luna EP), ma pure il più discutibile Have Fun delle Smerz o l’EP self*care di Sega Bodega sul versante hip/r&b. Persino i Demdike Stare (Passion) si sono buttati nel mucchio, incorporando jungle e breakbeat. Insomma, anche se i contorni non sono ben definiti buona parte dell’elettronica vagamente concettuale quest’anno ha dovuto fare i conti con suoni distopici, apocalittici, frammentati ma martellanti.

Come spesso accade in questi casi, la contaminazione con il pop diventa quasi inevitabile. Ottimi esempi sono i brani delle Let’s Eat Grandma prodotti da Sophie e alcune tracce (thoughts and prayers) delle Black Dresses , duo composto da Devi McCallion/Girls Rituals e da rook all’esordio con WASTEISOLATION (una sorta di post-industrial lo-fi/DIY via electroclash). Non includiamo Charli XCX, ancora alle prese con la iper-poppizzazione della stagione PC Music (il doppio – ottimo – singolo No Angel/Focus).

Hypnago-chill pop:

Possiamo tranquillamente parlare di una nuova ondata hypnagogic post-Ariel Pink e post-vaporwave portata avanti da millennials che hanno vissuto l’adolescenza in formato meme-centrico in un meta-luogo (Internet) che ha funto da frullatore dei più disparati input. Se le memorie 80s di Ariel Pink, Connan Mockasin o John Maus erano (e sono) bianchissime, il concetto ipnagogico di questa second-wave è un melting pot a 360°, tanto che spesso siamo più vicini a contesti prettamente soul/r&b che a quelli indie. Sebbene ci siano segnali anche dall’UK (Cosmo Pyke o Yellow Days ad esempio), la cornice perfetta rimane quella degli USA e in particolare quella di Los Angeles, fulcro vivido di quelle nostalgie, di quei sogni in formato lo-fi e di quella weirdness che da sempre accompagna il genere: oltre a Michael Seyer e Bane’s World, la scena californiana sta infatti portando alla luce tutta una serie di progetti non troppo dissimili, tra i quali citiamo Steve Lacy (dei The Internet), Cuco, Inner Wave e Jasper Bones. Fuori da L.A. e con Mac DeMarco come punto di riferimento, abbiamo i vari Boy Pablo, Gus Dapperton, Mk.gee e il più notturno Puma Blue. Se volete muovervi idealmente su queste coordinate, vi consigliamo lo youtuber HYPESAGE! che bene ne riassume l’attitudine. Questa nuova corrente hypnagogic, che si allontana dalle battute synth-pop incorporando invece elementi jazzy, smooth e sophisti, sembra andare a sostituire mese dopo mese i sentori lo-fi/bedroom/Bandcamp che dopo le vette concretizzatesi a metà del decennio (Alex G su tutti, ma la lista è lunghissima e variegata) inizia a sfumare, perlomeno come spinta pseudo-sottoculturale all’interno di una generazione di twenty-something. Sul versante più classico dell’hypnagogic, gli occhi sono puntati sulla scena polacca (Adonis, D A V I C I I…)

Outsider House:

Come nel caso della deconstructed club, anche in questo caso siamo di fronte a un pseudo-movimento arrivato – probabilmente – al suo apice mediatico, dopo qualche anno di sussulti sotterranei. Possiamo parlare di apice mediatico perché negli ultimi dodici mesi sono usciti gli album d’esordio di due dei nomi di punta della outsider-house (o lo-fi house), ovvero DJ Senfield (fine 2017) e Ross From Friends, oltre al ritorno discografico di Delroy Edwards, l’autore di uno dei manifesti (4 Club Use Only, del 2012) di un genere che fondamentalmente sta alla house come il bedroom pop Bandcamp-friendly sta all’indie rock.

Altre considerazioni:
– In ambito indie rock (soprattutto versante singer-songwriters) si consolida sempre più il dominio femminile, già concreto negli anni precedenti (Snail Mail, Soccer Mommy, Mitski, Tomberlin, Lucy Dacus fino alla superband Boygenius ecc…).
– Ispessimento del revival alt-rock 90s (Turnstile, Teenage Wrist…)
– Aumento delle proposte figlie del post-punk più angolare con contaminazioni art e no wave (Shopping, Bodega, Palberta, Teenage Wrist, DUDS…).
– Tempo per una rivalutazione del pop latino trainata dal soul/r&b di Kali Uchis e dal nuovo flamenco di Rosalía.
– Il cosiddetto indie italiano/itpop ha continuato la sua rincorsa al mainstream nazional-popolare, peraltro centrando l’obiettivo con gli esponenti più amati dal grande pubblico (e odiati tra il piccolo pubblico): Thegiornalisti, Calcutta e Lo Stato Sociale-via-Sanremo, con Gazzelle lanciato verso un 2019 da protagonista. (vedi DASHBOARD).

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MIGLIORI ALBUM

MIGLIORI EP
1) Kilo Kish – Mothe EP
2) Black Thought – Streams of Thought, Vol. 1 EP
3) Hatchie – Sugar & Spice EP
4) Shygirl – Cruel Practice EP
5) Westerman – ARK EP
6) Puma Blue – Blood Loss EP
7) boygenius – boygenius EP
8) Launder – Pink Cloud EP
9) Kero Kero Bonito – TOTEP EP
10) Aphex Twin – Collapse EP

TOP TRACKS PLAYLIST

MIGLIORI FILM

Tra i film visti quest’anno posiziono in cima alla lista The Florida Project, un nuovo – commovente e potente – affresco dell’altra America firmato Sean Baker, questa volta immerso in un profondo white-trash dai contorni colorati. In seconda posizione Three Billboards Outside Ebbing, Missouri ovvero il classico film con tutti gli elementi al posto giusto (plot, ritmo, fotografia, attori), mentre in terza posizione Roma, il capolavoro di Alfonso Cuarón. Per quanto mi riguarda, pollice alto anche per The Disaster Artist, Phantom Thread, Lucky, First Reformed e Loveless, e tra le regie italiane Dogman e Lazzaro Felice. Questo nell’attesa di riuscire a vedere Climax e Shoplifters.

Per quanto riguarda le serie TV, in assenza di Twin Peaks è mancata forse l’esperienza totalizzante. In ogni caso Better Call Saul rimane un must (4° serie e recupero della 3°). Ancora ottime conferme da The Affair (S4), mentre tra gli “esordi” interessanti (ma non da wow) Mindhunter, The End of the F***ing World, Sharp Objects e Maniac. Sempre piacevole Love (S3) e menzione speciale per l’assurda storia raccontata dal doc/mini-serie Wild Wild Country. Il ruolo del ripescato “illustre” quest’anno è toccato a Broadchurch (S1), visione obbligatoria dopo aver visitato le location della serie.

2 Dicembre 2018 di Riccardo Zagaglia
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