Peggiori album 2017. La classifica di Luca Roncoroni

Dopo le varie classifiche di fine anno sulle migliori uscite di questo 2017 – e le classifiche ufficiali di SA appena pubblicate – è giusto prenderci anche un momento per ricordarci le cose da dimenticare. Su queste pagine tratto soprattutto di musica black, ma talvolta amo spingermi negli impervi anfratti del pop da classifica, dei polpettoni da heavy rotation e del trash più becero. L’hanno potuto osservare ad esempio i tanti cugini del sig. Cherubini che mi hanno inviato minacce e gatti morti in protesta ad una recensione non troppo lusinghiera del loro oh vitale beniamino. Ecco quindi la mia personalissima hit parade degli orrori di quest’anno: dischi poco ispirati, mal raffazzonati, (de)ontologicamente sbagliati e soprattutto semplicemente brutti. A corredo di ogni abominio trovate anche un videoclip rappresentativo, per consentirvi un esperienza che sia il più immersiva possibile. La classifica è ovviamente progressiva, quindi al numero uno troverete IL disco-brutto del 2017, e comprende solo dischi, quindi non troverete la canzone di Natale di Radio Deejay scritta da quel figone di Tommaso Paradiso.

10) Ed SheeranDivide

Ormai prezzemolino fino a lambire l’ubiquità: tra i N.E.R.D. e il nuovo, bolsissimo Eminem, la finale di X-factor e una Shape of You in cima a tutte le classifiche, il golden ginger boy d’Albione è ormai come l’amico molesto che si autoinvita a tutti gli eventi: te lo ritrovi sempre, anche se ne faresti volentieri a meno perché non ha mai niente di interessante da darti. Ed Sheeran è un’operazione preparata a tavolino, prevedibile e ben confezionata: la promessa mantenuta del bravo ragazzo della porta accanto, che fa i milioni perché clinicamente studiata per piacere a più persone possibili. Tutto è intenso, disneyiano e furbetto esattamente come dovrebbe essere.

9) U2Songs of Experience

Bolso, scialbo, ovvio, scontato, fiacco, eccetera. Niente di nuovo insomma, gli U2 non ne prendono più una da tipo 20 anni esatti. Ce ne ricorderemo soprattutto per l’ennesima collaborazione infausta di Kendrick Lamar di quest’anno. Speriamo abbia ormai messo da parte abbastanza soldi per non doversi più prestare a queste cose.

8) Tiziano Ferro Il Mestiere della Vita

Titty è uno di quei personaggi che incarnano al meglio lo stereotipo più venduto di tanta musica pop italiana da heavy rotation: ha una voce della madonna, ma gli danno da cantare pezzi di merda. Adesso sfracassa le palle dopo un solo pezzo, ma non dimentichiamoci mai che quando era giovane e fresco di dieta ha pubblicato un disco come Rosso Relativo, quindi uno dei migliori prodotti di r&b in italiano. Se gli scrivessero qualcosa di decente probabilmente qualche colpo in canna ancora ce l’avrebbe, come dimostra il pezzo con Carmen Consoli. Purtroppo non succede quasi mai, e in più ecco un video che rifa (male) Una Notte da Leoni e contiene un’imbarazzante marchetta al Cornetto Algida.

7) Gianni Morandi – d’amore d’autore

Si poteva invecchiare peggio, dai. La cosa peggiore che ha fatto Gianni Morandi quest’anno è stata probabilmente aver prolungato l’agonia di Rita Bellanza ad X-Factor. La migliore è stata firmare un videoclip scult istantaneo con la Mastronardi dei Cesaroni. Dobbiamo Fare Luce è un pezzo improponibile con uno dei ritornelli più deboli di sempre, ma la sottile angoscia di ritrovarsi in una città fantasma popolata unicamente da tanti cloni di Gianni è impagabile. E poi c’è l’effetto sfocatura nel finale che fa tanto sapore di minestrone.

6) JovanottiOh!, Vita!

Una delle mie recensioni-caso del 2017, con amici e parenti del Jova pronti a scagliarsi contro il mio snobismo intellettualoide. Probabilmente hanno ragione loro, ma urlare “viva la libertà” con il suo background è un po’ paradossale. Se poi ad accompagnare troviamo il bisnonno di Rick Rubin che batte le mani a tempo con un sorriso vitreo e un po’ ebete a spezzarne la barba, ancora peggio. Rime illuminanti che Rakim spostati, come “So-socializza. Ritmo mozzarella pomodoro ecco una pizza”. Abbracciamoci e vogliamoci bene, le stelle il cielo e il tuo sorriso, i sogni son realtà, soprattutto se sostanziati da sonanti sesterzi. Sissì.

5) The Chainsmokers – Memories Do Not Open

Annacquare Calvin Harris e fare un feat. con i Coldplay con un pre-chorus che fa “du-du-duu”. Si poteva fare, oppure no. La proposta del duo americano è una soft-EDM con drop extra-light e un intimismo patinato tardo-adolescienziale da 3 Metri Sopra il Cielo aggiornato alla generazione millenial. Vade retro.

4) The Bloody Beetroots The Great Electronic Swindle

Un disco nato vecchio, con un’epica da festival tronfia e imbalsamata e qualche dinosauro riesumato per l’occasione (Jet e Perry Farrell) a riempire il vuoto pneumatico di idee. Rock ed elettronica è un binomio già stantio da diversi lustri, e Rifo lo ripropone per l’ennesima volta con anni di ritardo, dimenticandosi che i 90s dei Prodigy e i 00s dei Pendulum sono già esistiti e a loro volta il rispettivo meglio se lo sono lasciato alle spalle da un bel po’.

3) Christian De Sica – Merry Christian

Un disco di cover natalizie di De Sica, what else? Tra italianizzazioni imbarazzanti e arrangiamenti improbabilissimi – tipo la versione rockabilly di Jingle Bells (e non perdetevi il delirante video qui sotto) o quella country di Astro del Ciel – non se ne salva veramente una. Non bastava l’ennesimo cinepanettone in arrivo, meglio rincarare la dose con un disco ancora più inutile di quello della Pausini (ma forse leggermente più autoironico, almeno quello). Siamo ancora al bel canto e all’orchestra, con l’immancabile pernacchia finale ad alleggerire il tutto. Ma che è sta cafonata?

2) Maroon 5Red Pill Blues

Talmente insulso da essere irritante, talmente plasticoso da non essere più nemmeno riciclabile. L’ennesimo disastro di Levine e degli altri figuranti che lo seguono è la solita melassa annacquata di funky-pop con arrangiamenti liofilizzati, fastidioso falsetto e ritornelli appiccicosi. A sto giro si prova anche la carta dei featuring che tirano prendendo di peso un po’ di gente dal mondo hh che conta per salvare la baracca, ma l’effetto fa un po’ accanimento terapeutico piuttosto che altro. A peggiorare ulteriormente le cose, un indifendibile videoclip che sembra uscito dal film dei Puffi con SZA formato Cristina D’Avena nel pezzo più molesto del lotto. Adam goditi i tuoi milioni e lasciaci in pace.

1) Fedez & J-AxComunisti col rolex

Un disco brutto, ma brutto forte, di quel brutto che dà proprio fastidio e non riesci neanche a trasformare in guilty pleasure. È un album che vorrebbe criticare i populismi, ma fa populismo. Cerca a tratti di essere anche riflessivo, ma è solo generalista e scontato. Vuole fare pop, ma lo fa male se non malissimo, con basi stantie e melodie da ipermercato, testi scadenti e un campionario di ospiti che sintetizza il peggio della musica italiana. Prova a fare satira sulla generazione millenial, quella dei social e del rincoglionimento da web, ma finisce per contribuire pesantemente al detto rincoglionimento.

31 dicembre 2017 di Luca Roncoroni
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