Migliori album 2017. Le classifiche di SENTIREASCOLTARE e i 100 dischi essenziali

Poche righe per introdurvi i nostri 100 album essenziali di questo 2017. Non ci dilungheremo molto innanzitutto per invitarvi nuovamente a leggere gli editoriali e le liste (gerarchiche o meno) dei redattori e dello staff di SA, ovvero quelli di Tommaso Bonaiuti, Riccardo ZagagliaFernando RennisElena RaugeiLuca RoncoroniStefano SolventiFederico SardoBeatrice PagniAlessandro PoglianiDavide Cantire, Luigi Lupo, Federica Carlino, Andrea Murgia, Edoardo Bridda, Francesco Abazia e Stefano Pifferi, in seconda battuta perché la classica lista ordinata la trovate in un’altra pagina, quella che ci ha (e vi ha) tenuto compagnia lungo l’intero anno appena trascorso.

Parliamo della pagina classifiche 2017 che, come sapete, è il frutto delle medie aritmetiche dei voti espressi da tutti coloro che sono coinvolti in questo progetto e hanno manifestato il desiderio di partecipare al giochino perverso che sono le votazioni, vituperato sì, ma sempre molto letto e apprezzato, se non altro per recuperare dischi e progetti che, per un motivo o per l’altro, non è stato possibile recuperare durante questi 12 mesi e, perché no, valido ancora oggi per scatenare dibattiti, discussioni, parlare e far parlare di musica al fine di tenerla viva nelle nostre vite e non soltanto in background mentre facciamo altro.

Rimaniamo fedeli alle linee guida che ci siamo dati lo scorso anno e vi presentiamo una lista fatta di album senza particolare ordine, lavori che a nostro avviso hanno segnato il 2017 vuoi per zeitgeist, vuoi per meriti artistici, vuoi per coraggio, vuoi per intuizioni, per sublime artigianato o forza concettuale, per ognuno di questi motivi, per uno solo o per una combinazione di essi. Esistono ancora narrazioni in grado di tastare il polso al presente, o meglio ne esistono alcune più solide di altre, pertanto all’interno di alcune delle recensioni associate ai dischi di seguito ne troverete qualcuna, ci auguriamo, interessante e appropriata; in generale però non abbiamo privilegiato teorie e concetti o perlomeno non solo. Alcuni dei lavori selezionati sono validi semplicemente perché contengono canzoni potenti, brani che sarebbero potuti uscire in altre epoche e non avrebbero fatto una piega. Poi ci sono quelle speciali alchimie che ci interessano sempre molto e che rendono speciali alcune band, connessioni che producono album altrettanto unici contenenti qualcosa che non si traduce nella somma delle parti o delle influenze/citazioni in gioco. C’è chi in questa lunga lista ha scelto di cavalcare filoni freschi e urgenti all’interno dei quali circolano effervescenze, status e soldi, e c’è chi viceversa ha intrapreso percorsi artistici personali, slegati da mode e speculazioni, inseguendo la propria musa. Inutile dire che ci siamo concentrati di più su questi ultimi senza negare al post-rap e a alcuni dei suoi protagonisti il posto al sole che meritano.

100 essenziali album del 2017 (senza particolare ordine)

Visible CloaksReassemblage

Ricontestualizzando digitalmente alcune (allora) futuristiche incursioni nella musica ambient/pop giapponese degli anni ’80 (da Sakamoto a Hosono e oltre), i Visible Cloaks consegnano quest’anno tre importanti uscite che allungano lo sguardo su “quarti mondi” e si pongono come inedito tassello all’interno del continuum estetico e concettuale tracciato dal “Far Side Virtual” di James Ferraro e dal “Replica” di Oneohtrix Point Never (Edoardo Bridda)

Vince Staples – Big Fish Theory

Nel suo sophomore Staples compie un’operazione strana ma precisa e consapevole: la sensazione ad ascolto concluso è quella di un’opera d’arte concettuale che potrebbe essere tranquillamente esposta in un club. “DAMN” a parte, il meglio oggi (Luca Roncoroni)

King KruleThe OOZ

Il ritorno di Archy Marshall sotto le vesti di King Krule è una raccolta umorale di diciannove cronache urbane che spaziano con la solita sapienza nei territori sonori più disparati: è l’ennesima, grandiosa epica urbana di un autore in costante ascesa (Tommaso Bonaiuti).

Julien BakerTurn Out the Lights

Julien Baker è pronta alla consacrazione con una nuova raccolta di drammatiche sad-songs dal grande impatto emozionale (Riccardo Zagaglia)

KelelaTake Me Apart

L’atteso album di esordio di Kelela prosegue la suggestione r&g, sul suggestivo ponte US/UK che rende comunicanti rispettivamente le nostalgie r&b tutte 80’s, il giro Night Slugs (abbiamo Bok Bok e Jam City in produzione, ma anche Arca e Kwes) e il Rinascimento grime. Maestoso (Luca Roncoroni)

JlinBlack Origami

Dalla Dark Energy a Black Origami, Jerrilynn Patton è passata dalla footwork della matematica e della fisica, figlia delle sue passioni per scienze ed archeologia egizia, a una musica a incastro fatta di dinamiche complesse che dal ghetto visto dallo schermo del PC ritrova l’Africa nel jazz, senza negarsi un’attitudine futurista (Edoardo Bridda)

GodfleshPost Self

Tornati un paio d’anni fa con “A World Lit Only By Fire”, i Godflesh di J. Broadrick e GC Green sembrano aver completato il warm-up e ripreso a macinare noise, industrial, metal e quant’altro alla loro maniera, rinverdendo i fasti di 25 anni fa (Stefano Pifferi)

StormzyGang Signs & Prayer

La next big thing del grime mantiene le promesse alzando anche l’asticella: il suo esordio è un disco ambizioso e coraggioso, che si spinge in territori nuovi (vedi gospel ballads) senza limitarsi alle sole bangers che era lecito attendersi (Luca Roncoroni)

Kendrick LamarDamn.

Il nuovo album di Kendrick Lamar è profondamente diverso dal precedente capolavoro TPAB, ma l’asticella rimane fissata bene in alto. Probabilmente troppo per chiunque altro (Luca Roncoroni)

In ZaireVisions Of The Age To Come

Spostano gli equilibri dell’asse sonoro, gli In Zaire, innestando volumi e discrepanze che stanno tra il panorama hard&heavy e quello post-punk. Eppure non perdono una stilla in visionarietà e capacità di creare mondi (im)possibili (Stefano Pifferi)

AA.VV. – Mono No Aware

Una raccolta ambient su PAN Records riporta a galla la meraviglia perduta di un genere che ha ancora molto da dire. Fra le compilation di inediti più importanti del 2017.

Caterina BarbieriPatterns Of Consciousness

Ricollocatasi a Berlino, la bolognese Caterina Barbieri pubblica un disco denso e affascinante che lavora fuori e dentro la percezione sonora dell’ascoltatore (Antonello Comunale)

Forest Swords – Compassion

Forest Swords torna a cinque anni di distanza con un ottimo e sincero album che, tra ombre bristoliane e luci etniche, racconta il presente dal punto di vista dell’incomunicabilità. Tra cattivi presagi e cauto ottimismo (Luigi Lupo)

Cesare BasileU Fujutu su nesci chi fa?

La certezza che accompagna la nostra decisione di spedire senza indugio “U Fujutu Su Nesci chi fa?” tra i migliori dischi dell’anno è che a fine 2017 saremo ancora lì a riascoltarlo. E a riascoltarlo (Fabrizio Zampighi)

Richard DawsonPeasant

Dissonanze, stecche, arrangiamenti e orchestrazioni ambiziose e ricercate nell’ottavo album del cantautore di Newcastle, che sotto un livello di superficiale complessità nasconde uno dei migliori dischi british-folk degli ultimi anni (Gianluca Lambiase)

ArcaArca

Alejandro Ghersi trascina l’ascoltatore in una sorta di Club Silencio degli anni 10. Il producer venezuelano stupisce con un terzo album dove l’elettronica sperimentale dei primi lavori coesiste con vere e proprie canzoni interpretate in lingua spagnola (Elena Raugei)

Mara RedeghieriRecidiva

In questo lavoro Mara Redeghieri è al tempo stesso dentro (soprattutto per alcuni dettagli ritmici) e a chilometri di distanza dagli Üstmamò, immaginiamo anche grazie alla collaborazione dei moltissimi musicisti chiamati a condividere questo ritorno inaspettato ma graditissimo (Fabrizio Zampighi)

Tyler the CreatorFlower Boy

Tyler the Creator finalmente firma un album per cui ce lo ricorderemo davvero. Stavolta, solamente per l’ottima musica che contiene (Luca Roncoroni)

DopplereffektCellular Automata

Il messaggio più intimo di Dopplereffekt è ancora potentissimo, l’equivalente in musica di un’interfaccia uomo/macchina e del pathos che questo binomio porta ancora con sé (Edoardo Bridda)

Mr. MitchDevout

Mr. Mitch torna in coerenza mettendo al centro della sua musica la melodia e pensando alla paternità come linea guida del disco. Non parliamo più di grime, grime strumentale o Peace Edits che dir si voglia ma più correttamente di «leftfield pop with [a] foundation in grime», ed è un bel sentire (Edoardo Bridda)

Kaitlyn Aurelia SmithThe Kid

Il miglior lavoro della compositrice ed esperta del Buchla è uno splendido esempio di elettronica organica, botanica e psichedelica che ancora una volta si tinge di nitore nipponico e fa proprio il miglior concetto di new age. In esso, l’impronta dell’uomo (e della sua voce) è trattata come in un documentario naturalista di Attenborough, dal punto di vista del ciclo della vita, dalla nascita alla morte (Edoardo Bridda)

Ibeyi – Ash

Secondo disco per le sorelle franco-cubane, un lavoro che nel rinfrescare la formula dell’esordio rimane fedele a un’idea estetica personale e riuscita. Ash è un affare pubblico, con aspirazioni di universalità (Marco Boscolo)

BjörkUtopia

Björk Guðmundsdóttir – in arte Björk – pubblica il suo nono studio album introducendoci in una sua personale versione del Paradiso Terrestre. Un mondo di suoni angelici, flauti, arpe e field recording scossi dal magma sonoro apparecchiato da un Arca che ora – forse più che mai – la completa come un’anima gemella (Massimo Padalino)

Father John MistyPure Comedy

Con “Pure Comedy”, il suo terzo album, Father John Misty ha creato un album di dubbi. O meglio, una lettera d’amore al mondo… piena di dubbi (Nino Ciglio)

Grizzly BearPainted Ruins

“Painted Ruins” è un disco prodotto egregiamente e arriva come un fulmine a ciel sereno in tutto il suo splendore straniante. “It’s chaos, but it works” (Stefano Capolongo)

Ryuichi Sakamotoasync

L’epica tranquilla del primo vero e proprio album solista del Maestro giapponese da otto anni a questa parte. Un lavoro profondamente figlio del suo vissuto recente, e per questo personalissimo (Federico Sardo)

ActressAZD

Al solito intrigante e respingente, nella sua personale quadratura tra clubbing sperimentale, autobiografismo e ricerca concettuale, Darren Cunningham, per gli amici DAZ (Azid ne è l’anagramma), firma l’ennesimo lavoro a dimostrazione della sua solidità ed integrità artistica. Un Actress ancora una volta sempre uguale eppure sempre diverso, e persino più “vispo” che mai (Edoardo Bridda)

The Magnetic Fields50 Song Memoir

50 Song memoir potrebbe essere una catarsi simile a quella di Portnoy, ma rimane un’istantanea che Stephin Merritt rimpiange di non aver fatto prima, uno scatto a se stesso proprio quando all these old memories are fading away. Però basta un attimo, giusto il tempo di una posa, che qualcuno ha chiuso gli occhi, e quel qualcuno sei tu Stephin (Maria Eleonora C. Mollard)

Ben FrostThe Centre Cannot Hold

A distanza di un paio di mesi da un corposo EP, Frost ritorna con un – non necessario – album vero e proprio. Il coinvolgimento di Albini e un concept basato sul blu oltremare, sono le note a margine, ma il disco non potrebbe suonare più digitale, e non è che l’aggiornamento della sua power ambient ai dettami concettuali dell’Hi-Tech versante cyber, Carpenter, Cronenberg, giro Janus e post-grime. “Aurora” era un disco muscolare, sanguinoso e verticale, questo all’opposto è orizzontale e geo-documentaristico (Edoardo Bridda)

Lcd SoundsystemAmerican Dream

Gli LCD Soundystem riescono lì dove hanno fallito gli Arcade Fire, consegnandoci un album che sviluppa beat all’ombra di un Bowie pre e para-berlinese, un sogno americano che fa ballare e riflettere tramutandosi in incubo (Fernando Rennis)

Clap! Clap!A Thousand Skies

Il nuovo album di Clap! Clap! è un esaltante frullato di hip hop decostruito e capace di flirtare con il jazz in scia FlyLo, UK funky, scorie dubstep e rimandi footwork. Il tutto è poi attraversato dalle consuete fascinazioni etnicheggianti, in un primitivismo digital-umanista che guarda sia all’Africa che all’Europa Mediterranea (Luca Roncoroni)

Johnny JewelWindswept

Il lavoro di Johnny Jewel (Chromatics) che farà parte della colonna sonora del nuovo Twin Peaks guarda alla lezione di Badalamenti e rielabora il Vangelis di Blade Runner, filtrandolo attraverso una fitta maglia di retromanie anni ’80 imbevute di onirismo e inquietudine (Luca Roncoroni)

AlgiersThe Underside Of Power

“The Underside Of Power” suona come i nastri contesi da Russ Terrana e Martin Hannett che raccontano di come Fela Kuti si sia lasciato sedurre da Skepta, Depeche Mode e dall’ascolto di Throbbing Gristle, “Hail To The Thief” e John Carpenter (Fernando Rennis)

Barbagallo9

Barbagallo è sempre stato uno fluido e fantasioso nell’invenzione musicale, ma “9” è probabilmente il miglior lavoro della sua discografia (Fabrizio Zampighi)

Perfume GeniusNo Shape

Il quarto disco rilancia l’artista americano come uno degli autori pop in senso lato più interessanti della sua generazione (Marco Boscolo)

Julie’s HaircutInvocation and Ritual Dance of My Demon Twin

Esordiscono su Rocket, i nostri Julie’s Haircut, a dimostrazione che il percorso psych-kraut (ma non solo) è quello giusto. Ottimo lavoro basato su reiterazioni e ciclicità, ma che non disdegna un suono più corposo (Stefano Pifferi)

Dirty ProjectorsDirty Projectors

In convergenza parallela con la progettualità di Bon Iver, i Dirty Projectors 2.0 sono oggi profondamente differenti da quelli del 2012. Innanzitutto sono la ragione sociale di un producer che si avvale di ospiti esterni; più in profondità, rappresentano una splendida metamorfosi in seno all’hip hop, nel nome del padre (gospel), del figlio (r’n’b) e dello spirito santo (Kanye West) (Edoardo Bridda)

Sleaford ModsEnglish Tapas

“English Tapas” vede di nuovo i due “bardi della desolazione” Sleaford Mods alle prese con una sarcastica, violenta, sboccata analisi critica della contemporaneità: tanto poveri musicalmente quanto caustici e lucidi nei contenuti, i due sono quanto di più punk vi sia attualmente in circolazione (Stefano Pifferi)

GrandaddyLast Place

A più di dieci anni di distanza da “Just Like The Fambly Cat” i Grandaddy ritornano alla forma migliore riproponendo le tematiche tra uomo vs tecnologia di “The Sophtware Slump” con formidabile morbidezza e proverbiali retrogusti amarognoli. Più che Neil Young che riscrive “Ok Computer” da queste parti va in scena qualcosa come “Surf’s Up” secondo Jason Lytle, ed è qualcosa di sublime (Edoardo Bridda)

Laurel HaloDust

Le languide canzoni al sole riportano Laurel Halo dalle parti dell’acclamato “Quarantine”, mentre i numerosi ospiti coinvolti contribuiscono a quello che è il più solare e free (jazz) dei dischi finora prodotti dalla compositrice di Ann Harbor. Ancora un buon lavoro per lei (Edoardo Bridda)

GASNARKOPOP

Finora ognuno degli album della discografia di GAS è risultato imprescindibile – citiamo ad esempio l’omonimo del 1996 o “Königsforst” – e “Narkopop” non fa eccezione. Wolfgang Voigt è forse il più importante pensatore di non-musica dai 90s ad oggi (Edoardo Bridda)

Laura MarlingSemper Femina

Il sesto disco continua nell’assimilazione di linguaggi, texture sonore, possibilità espressive e mostra ancora una volta che Laura Marling è una delle migliori songwriter della sua generazione (Fabrizio Zampighi)

PopulousAzulejos

Il nuovo album di Andrea Mangia è un un orgasmo precolombiano declinato attraverso un’orgia di cumbie sudamericane e reflussi di elettronica più smaccatamente europea che si compenetrano senza soluzione di continuità (Luca Roncoroni)

PhoenixTi Amo

La band parigina confeziona un disco seduttivo, ispirato da una balnearica Italia novecentesca che non c’è più. Nostalgico e sintetico come quelli dei migliori AIR, è un lavoro ultra pop che non vuole farsi prendere. Finita l’estate (e l’incanto), finirà anche lui (in attesa della nuova stagione) (Edoardo Bridda)

Kelly Lee OwensKelly Lee Owens

Sfuggente ed atmosferico, l’esordio lungo di Kelly Lee Owens è un affresco che unisce art-pop, post-techno e ambient (Riccardo Zagaglia)

The Dream SyndicateHow Did I Find Myself Here?

Il ritorno dei Dream Syndicate. Un momento che nessuno si immaginava possibile e che ora è vivo davanti alle nostre orecchie, in tutta la sua meravigliosa energia (Andrea Macrì)

SpoonHot Thoughts

In un momento storico in cui la tecnologia permette qualsiasi volo pindarico in termini strettamente stilistici, gli Spoon continuano a lavorare per sottrazione, in un disco che ci pare una delle cose migliori mai partorite dalla band di Daniels (Fabrizio Zampighi)

ThundercatDrunk

Il terzo LP di Thundercat è un diario minimo di bozzetti che pescano dal giro della LA più giusta, fumata e creativa: Flying Lotus, Kamasi e tutto il giro Brainfeeder, ma anche Childish Gambino. Frammentario e discontinuo, trova nella sua esasperata non-finitezza la sua quadratura (Luca Roncoroni)

Run The JewelsRTJ3

Terzo centro pieno per El-P e Killer Mike, che chiudono alla grandissima una trilogia che ha segnato indelebilmente l’HH (e non solo) degli anni Dieci (Luca Roncoroni)

Cody ChesnuTTMy Love Divine Degree

Torna Cody ChesnuTT con il suo terzo album in quindici anni, e lo fa a modo suo: facendo solo quello che gli pare (Luca Roncoroni)

King Gizzard & the Lizard WizardFlying Microtonal Banana

In soldoni, Re Gizzard fa il viaggio indiano dei Beatles cinquant’anni dopo. Anzi, si ferma un po’ prima, nel Medio Oriente confuso e vagamente occidentalizzato di Costantinopoli e provincia (Tommaso Bonaiuti)

Godspeed You! Black EmperorLuciferian Towers

Di nuovo i Godspeed You! Black Emperor e di nuovo quel post-rock alla canadese che si fa sempre più coeso e organico dal punto di vista musicale, così come insurrezionale e politico sul versante delle rivendicazioni (Stefano Pifferi)

St. VincentMasseduction

“Masseduction” è un disco che prevedibilmente finirà nelle top ten di fine anno di molti. E in fondo è giusto così, perché al suo interno non ci sono solo ottime intuizioni e grandi canzoni, ma anche un’estrema bravura nello svilupparle in una direzione ben precisa – un’idea pop-funk-rock mai scontata, seppur pienamente stvincentiana – prendendo strade a volte tortuose, a volte familiari, sempre intriganti (Fabrizio Zampighi)

ProtomartyrRelatives in Descent

I detroitiani Protomartyr proseguono la loro marcetta post-punk, giungendo, con questo “Relatives in Descent”, alla quarta prova in studio (nonché la loro migliore) (Tommaso Bonaiuti)

MigosCulture

Il secondo album dei Migos è un album manifesto della trap del 2016 e della scena di Atlanta rappresentata dall’omonima serie di Donald Glover (aka Childish Gambino). Tanto stile e ottima tecnica (Luca Roncoroni)

N.E.R.D.No_One Ever Really Dies

Il ritorno di Pharrell e soci è una riuscita fotografia dell’attualità pop, tra dancehall, future funk, scorie post-kanyiane a base di vocoder e 808, retro-futurismo videoludico, eccetera. Manca forse una spinta più propulsiva e qualche pezzo non convince appieno, ma nel complesso il tutto funziona ancora molto bene (Luca Roncoroni)

Loyle CarnerYesterday’s Gone

L’esordio di Benjamin Loyle-Carner è un intenso e bellissimo disco di hip hop intimo e raffinato, l’altra faccia dell’Inghilterra rispetto alla rabbia grime di Skepta e soci (Luca Roncoroni)

Mount EerieA Crow Looked at Me

A Crow Looked At Me di Mount Eerie è un viaggio attraverso il lutto, un incontro ravvicinato con l’anima nuda del suo autore (Nino Ciglio)

UlverThe Assassination of Julius Caesar

L’undicesimo album degli Ulver è il loro disco “pop”. Riff chitarristici e drum machines, archi e coretti femminili in falsetto, synth ora morbidi ed ariosi, ora acidi e più dark. Un altro trionfo (Luca Roncoroni)

PriestsNothing Feels Natural

L’esordio dei Priests è un condensato di dissenso politico e irriverenza, in oscillazione tra punk, no wave e post-punk per nulla artefatti. Un disco che incarna la differenza tra la vuota emulazione e la salda assimilazione di una tradizione musicale (Ilaria Nacci)

Sequoyah TigerParabolabandit

L’album di Sequoyah Tiger non delude le aspettative e testimonia l’ascesa di uno dei progetti più interessanti del panorama italiano e internazionale (Fernando Rennis)

Benjamin ClementineI Tell A Fly

Se in “Hallelujah Money” trovavamo il succo più beffardo e frontale della sua poetica, nel nuovo lavoro Clementine toglie le briglie all’immaginazione e apre il suo teatrino/musical perso nel tempo a un’audience disposta ad avventurarsi con lui in territori dalla disorientante bellezza, nondimeno arcigni e a loro modo avant-glam. Una prova inevitabilmente errabonda eppure artisticamente potente, con più di un momento memorabile (Edoardo Bridda)

SolkiPeacock Eyes

Il secondo disco della band pratese è uno squarcio dream punk, un sogno sensuale e sferzante che si nasconde dietro un fitto tessuto di dissonanze (Beatrice Pagni)

IglooghostNeo Wax Bloom

Il debutto ufficiale dell’irlandese Iglooghost non è soltanto un’immersione totale nell’inventiva musicale più pazzesca e inarrestabile, ma anche il meraviglioso punto d’incontro tra le tendenze beats di tutto il mondo, qui raccolte in un concept tanto assurdo quanto irresistibile (Nicolò Arpinati)

John MausScreen Memories

Synth baluginanti e melodie di piombo accuratamente stratificate si fondono nel nuovo, intensissimo lavoro del weirdo di Austin (Beatrice Pagni)

Ariel PinkDedicated to Bobby Jameson

Più regolare rispetto al “progressivo” “Pom Pom” ma al solito stipato di ogni trovata possibile tra psych, glam, funk, pop, folk, space ecc., Ariel Pink torna con un disco dedicato ad uno sfortunato folkie che è lì a ricordarci quanto un genietto come lui non vada dato per garantito e tantomeno scontato (Edoardo Bridda)

Andrea Laszlo De SimoneUOMO DONNA

L’esordio di Andrea Laszlo de Simone è quanto di più genuinamente bizzarro ed eccitante sia accaduto negli ultimi tempi in Italia: un’opera introspettiva e collettiva al tempo stesso, debitrice verso il passato ma ben radicata nella contemporaneità (Tommaso Bonaiuti)

ZuJhator

Jhator è la ri-nascita degli Zu, dopo le note vicissitudini: una ripartenza che avviene attraverso il distacco da un passato pesante e col tramite di una nuova riflessione sull’esistenza, tramutata in una sorta di ambient-drone materica e filosofica (Stefano Pifferi)

Aldous HardingParty

Il secondo album della neozelandese Aldous Harding, “Party”, è un disco taciturno, criptico, non immediato, a cui bisogna prestare un’attenzione particolare, ma riesce a non lasciare indifferenti (Ilaria Nacci)

BeckColors

Tutto quello che ci si aspetterebbe da un disco dance-POP (POP al quadrato e scritto a lettere maiuscole). (Tommaso Bonaiuti)

Moses SumneyAromanticism

Nel segno dei Radiohead, del traditional soul e di un falsetto che ricorda tanto Thom Yorke, Aromanticism racconta l’esperienza della solitudine all’interno di una società in cui le relazioni sentimentali vengono considerate un obiettivo e un traguardo da raggiungere per la propria realizzazione (Eleonora Orrù)

FutureHNDRXX

Il migliore dei due album pubblicati dal rapper quest’anno è un lavoro caratterizzato da sonorità e situazioni più introspettive e malinconiche (Riccardo Zagaglia)

M.E.S.H. Hesaitix

Smarcandosi dal lato più dispersivo e concettuale di tante produzioni della sua area, M.E.S.H. ricompatta il suono su ritmi e ambienti guadagnasi bei paragoni con Autechre, Demdike Stare e Shackleton (Edoardo Bridda)

Call SuperArpo

Joe Seaton (e padre) confezionano un disco slegato dalle mode e dai trend del momento che colpisce per estro, intuito, tocco jazz e chirurgica percisione nell’incastro di ogni elemento. La sua è pittura espressionista olio su una tela che porta con sé il ricordo di techno e ambient (house), una futuristica starry night in cui immergersi, fatta di elementi familiari eppure distanti, come stelle (Edoardo Bridda)

Charli XCXPop 2

Il disco più bello di Charli XCX è quello nel quale la popstar si fa catalizzatrice di un sound cangiante e spugnoso che dalle spade di vetro di Rustie arriva a Pc Music passando per trap, latinità, post-EDM e elettro-r’n’b. E’ una pillola confezionata a fine 2017 pensata per il finale di questo decennio (che sta ormai giungendo al termine) (Daniele Rigoli)

Fever RayPlunge

Torna la cantante svedese Karin Elisabeth Dreijer Andersson, in arte Fever Ray e metà dei Knife, e lo fa con una raccolta di canzoni che si occupano dei massimi sistemi (dall’iper-capitalismo ai temi dell’ecologia) senza però trascurare la dimensione intima e insondabile che caratterizza ciascuno di noi (Massimo Padalino)

ConvergeThe Dusk In Us

A cinque anni dall’ottimo “All we Love we Leave Behind”, i quattro stregoni metalcore di Salem tornano con un album che conferma il mood crepuscolare e “riflessivo”del suo onorevole predecessore: la nona prova in studio è la solita gragnuola di schiaffi e ritmi da cardiopalma, eppure la band si mostra ancor più scafata, in tiro totale quando abbassa i giri, quando si prende del tempo (Tommaso Bonaiuti)

James HoldenThe Animal Spirits

Gli Animal Spirits sono la nuova band di James Holden, che torna a quattro anni da “The Inheritors” con la stessa devozione verso Terry Riley ma con un approccio rinnovato. Un disco onesto e sincero registrato in stile anni ’50 in un’unica take. Una ricongiunzione con le origini trance del producer, dalla porta di un terrigno primitivismo a base di folk, psych, jazz e prog (Edoardo Bridda)

Chino AmobiParadiso

Senza neanche più l’isola nel deragliato cantiere del rave che fu, quel che ci rimane non è tanto un incubo super spaventoso, quanto una realtà violenta, subdola e caotica, un sistema complesso che Chino ha volto rappresentare utilizzando un canovaccio aperto tra spoken word e cinico broadcasting (Edoardo Bridda)

Giacomo ToniNafta

Il linguaggio scelto per veicolare i brani è un «piano-punk» letterale e col battito accelerato, in cui si mescolano chitarre elettriche pungenti, pianoforti nevrastenici, ottoni dissonanti, bassi e batterie, e che vorrebbe – a nostro avviso riuscendoci – ricostruire l’universo incasinato e deragliante del Toni-pensiero in sede live (Fabrizio Zampighi)

ColleenA flame my love, my frequency

Sesto album per la francese Colleen. Timida e colta riflessione sul fragile, tragico rapporto tra vita e morte (Antonello Comunale)

SAICOBABSAB SE PURANI

Guidati dall’instancabile e sempre vivace YoshimiO, i quatto SAICOBAB con questa eccitante opera prima gettano un ponte tra passato e presente, tra Oriente ed Occidente: uno dei dischi più sorprendenti, forse il più sorprendente, di questo 2017 (Nicolò Aprinati)

Lee GambleMnestic Pressure

Decostruita, elettrica e pulsante, Hi-Tech, ancora in dialogo con l’hardcore continuum, l’ultima prova del producer britannico sembra osservare lo stesso ecosistema cyber-interconnesso di “Nothing” di Kode9, soltanto da un’angolazione differente, tentando di bucare le matrix dallo schermo dei poltergeist (Edoardo Bridda)

Destroyer – Ken

Il weirdo indie rock di Vancouver torna con un disco diretto, fatto di una sensibilità scivolosa e imprevedibile (Beatrice Pagni)

DJ PythonDulce Compañia

Il primo disco del newyorchese DJ Python coniuga ritmi latini (raggaeton e cumbia) e un’attitudine di disincanto elettronico dai numerosi e ricchissimi riferimenti: il risultato sono otto tracce ipnotiche e coinvolgenti che rendono “Dulce Compañia” uno tra gli ascolti più pregnanti tra i contemporanei ibridi dance/world (Nicolò Arpinati)

STILL – I

L’esplorazione afro-caraibica cominciata dal duo Invernomuto con il progetto “Negus” prosegue nel nuovo album solista “I” di Simone “Still” Trabucchi, un’anomala declinazione world / Caraibi sull’asse Vernasca – Addis Abeba – Kingston (Andrea Mi)
 

CorneliusMellow Waves

Keigo Oyamada è un culto dai tempi di “Fantasma”, ovvero da quando lo spacciarono come una sorta di Beck nipponico. Da retrofuturista e tritatutto, la sua musica ha successivamente anticipato sui tempi varie correnti come il glitch “acustico” ed anche il bastard pop. A dieci anni dalla precedente prova lo ritroviamo alle prese con un album estivo fatto di incantevoli canzoni. Il rotondo yang ai suoi molteplici slanci yin (Edoardo Bridda)

Avey TareEucalyptus

“Elettroacustica tra le foglie, le rocce e la sabbia concepita nei mattini hawaiiani, scritta in un pomeriggio assolato a Los Angeles, praticata alle prime ore del crepuscolo californiano, dormita sotto i cieli del Big Sur…”. Le parole sono quelle di Dave Portner ed è tutto vero. Assieme a “Person Pitch”, “Eucalyptus” entra di diritto nel planetario Animal Collective come uno dei suoi pianeti più luminosi. (Edoardo Bridda)

Mura MasaMura Masa

L’omonimo album d’esordio di Mura Masa con le sue variegate ispirazioni convince e ben rappresenta la multiculturalità di Londra (Eleonora Orrù)

LordeMelodrama

Il secondo album di Lorde, “Melodrama”, forse non riscriverà la storia del genere per le generazioni a cui è rivolto, ma rimane un prodotto di una bellezza rara nel mare di monotonia che è il pop d’alta classifica (Nino Ciglio)

Heliocentrics – A World Of Masks

Il nuovo lavoro degli Heliocentrics introduce qualche novità, come la presenza della nuova cantante Barbora Patkova, e una focalizzazione maggiore sulla forma-canzone, ma mantiene gli standard compositivi su livelli eccellenti. I migliori eredi dell’approccio di Sun Ra e della sua Arkestra (Stefano Pifferi)

Radiophonic Workshop – Burial In Several Earths

A distanza di 32 anni lo storico ensemble della BBC torna a produrre nuovo materiale sonoro: non si è seccata la vena, che anzi si è arricchita di ulteriore sangue musicale. Uno dei ritorni più importanti del 2017 (Marco Boscolo)

SlowdiveSlowdive

Il ritorno degli Slowdive certifica che la retromania è ormai un punto fermo del nostro quotidiano vivere la musica, ma anche che la classe non è qualcosa che si acquisisce col tempo. (Stefano Pifferi)

At The Drive-Inin • ter a • li • a

Sono tornati gli At the Drive-In, tali e quali al 2000 (o quasi). Il loro adrenalinico prog-core riprende il filo del discorso interrotto ai tempi di “Relationship of Command”. Lo riprende appunto, e anche bene, ma non lo migliora, per quello ci vuole qualcosa di più. (Tommaso Iannini)

Arto LindsayCuidado Madame

Con il suo esperanto d’autore Arto Lindsay fa incontrare la melodia e i ritmi del Brasile e i suoi ascolti preferiti di elettronica e hip-hop. Il risultato è ancora una volta intrigante e quando meno te lo aspetti arriva pure la chicca per i fan della no wave (Tommaso Iannini)

DrakeMore Life

More Life, più che un buon disco, è un bel saggio di pop culture contemporanea, che raccoglie grossomodo tutto quello che succede e funziona nell’ambito della musica più o meno mainstream, facendolo meglio rispetto a Views e con una cifra stilistica decisamente più solida (Luca Roncoroni)

EddaGraziosa utopia

La poetica di Edda rimane una materia complessa da interpretare: lo era ai tempi di Semper Biot e lo è tuttora. Nel caso specifico di questo disco, il risultato è buono, ma con qualche concessione al mestiere che diluisce il giudizio molto positivo che avremmo voluto assegnargli (Fabrizio Zampighi)

HERVAHyper Flux

Classe 1991, ma già da anni oggetto di crescente attenzione internazionale, il fiorentino Herva presenta ora la tesi con un secondo album per Planet Mu, ideale cassa di risonanza per il suo approccio peculiarmente bizzarro (Alessandro Pogliani)

The NecksUnfold

Nuovo lavoro per i tre australiani The Necks dopo gli acclamati “Open” e “Vertigo”: il doppio “Unfold” sovverte alcune regole del sound del trio, ma ne offre sempre una dimensione vivida, caleidoscopica e da trip (Stefano Pifferi)

Jane Weaver – Modern Kosmology

Un disco in cui la “k” del titolo non è casuale, viste anche le palesi influenze krautrock, e dove una sostituzione ortografica voluta presagisce un discorso musicale affascinante e trasversale (Fabrizio Zampighi)

1 Gennaio 2018
1 Gennaio 2018
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