Live Report

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Non è facile trovarsi di fronte la pagina vuota e cercare di buttare giù due pensieri quantomeno sensati dopo il turbinio di sensazioni che ancora ci riecheggia in testa e che chi non è uso a certi ascolti così estremi può forse solo vagamente immaginare quando si parla di un concerto dei Tool. In quell’enorme luna park a gettoni che è il Firenze Rocks il rischio era che la cornice risaltasse a scapito della tela, che tra i tanti dinosauri imbottiti di botox alternatisi su quel palco negli ultimi anni anche il quartetto statunitense finisse nel tritacarne di una rassegna che, in fondo, era e resta una gran carnevalata, al di là – o forse proprio in virtù – degli altissimi numeri che comunque continua a mietere.

E invece, Maynard James Keenan e soci se lo sono mangiato, il Firenze Rocks. Alieni scesi in terra, apparentemente diversi da tutto e tutti, fuori contesto ma così tremendamente al posto giusto nel momento giusto. Erano tredici anni che non suonavano in Italia, stesso lasso di tempo trascorso dall’ultimo album in studio che a fine agosto avrà finalmente un successore. Ciononostante, la scaletta di giovedì ha parlato un linguaggio arcinoto, con la band che ha attinto in gran parte dal repertorio storico, soppesando quasi in egual misura i brani da Ænima (la title-track, Forty Six & 2, Stinkfist), Lateralus (Parabola, Schism) e 10,000 Days (The Pot, Jambi, Vicarious) e aggiungendo Sweat, dall’EP d’esordio del 1992 Opiate, e quel paio d’inediti (Descending, Invincible) che ormai figurano fissi in setlist fin dalla leg nordamericana tenutasi a maggio e che dovrebbero far parte del nuovo lavoro.

L’astronave dei Tool tocca il suolo in serata alle nove e tre quarti spaccate. Come spaccata è l’ora e mezza di durata dell’esibizione. Alle spalle della band, il megaschermo non rimanda un’immagine che sia una dei quattro componenti sul palco. Al loro posto, animazioni spettrali, giochi di luce, chiaroscuri inquietanti, figure dall’oltretomba che richiamano morte, distruzione, patimenti, sofferenza. Il tutto, all’insegna dell’ermetismo, della cupezza, della rabbia e della disperazione tipici del sound del combo californiano. Non c’è niente di positivo, solare, ammiccante nella loro musica, che poi in fondo è un po’come la vita: fatto salvo qualche momentaneo palliativo, c’è poco da stare allegri.

Da lontano, Keenan è un omino minuscolo di cui solo la sagoma nera è vagamente intuibile e riconoscibile a malapena, grazie alla proverbiale capigliatura a “spuntoni”. Ciò che accade onstage si tira quasi a indovinarlo, e ci domandiamo quanto potessero sentirsi frustrati gli spettatori in ultima fila ai rock show negli stadi degli anni Settanta, dove anche l’ingannevole e parziale conforto di un maxischermo era negato. Si vede poco ma si sente benissimo. In fondo, è per ascoltare che siamo venuti, anche se poi le luci, insieme alle summenzionate immagini, sono parte integrante dello spettacolo, e forse è proprio da lontano che si può apprezzare al meglio il mix che plasmano con quanto esce dagli amplificatori.

Probabilmente, un certo tipo di spettacolo non può che essere concepito in modo che tutto s’incastri alla perfezione e sia sincronizzato al millesimo di secondo. Da qui la scaletta più o meno ingessata delle ultime date, in continuità con quanto il gruppo aveva già proposto nei concerti precedenti. Musica ed effetti vanno di pari passo, ogni elemento collima alla perfezione con gli altri, l’improvvisazione è bandita, e se anche si perde qualcosa in termini di genuinità, di certo ci si guadagna in tutto il resto. A partire dal fatto che raramente capita di assistere a esecuzioni così tecniche, pulite, precise, minuziose. Di gruppi così bravi a suonare ne ricordiamo pochi. Riff distorti, scale, controtempi, assoli; cantato furioso, livoroso, incontrollato. Un vortice radicale, aggressivo, claustrofobico, seducente. Al punto che uno pensa – ma volendo potrebbe valere, ad esempio, anche per i Korn – che sia un bene che tanta furia incubata nell’animo abbia trovato il suo sfogo in musica, chè altrimenti – chissà – avrebbe anche potuto tramutarsi nell’ennesima strage in un campus universitario.

Certo, il fatto che la parola più ricorrente nei commenti della gente in fila per uscire sia stata “bravi” la dice lunga sul tipo di concerto a cui abbiamo assistito, ma del resto, se per godersi una bella giornata in musica si sceglie il giorno in cui suonano Dream Theater e Tool, non è certo perché ci si accontenta di tre accordi e della verità.

16 Giugno 2019
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