Recensioni

7

Parlavamo di Faith In Strangers come di un disco di transizione, e affermando ciò suggerivamo tra le righe che il successore di quel lavoro avrebbe potuto essere un disco dove Andy Stott e la sua ex insegnante di musica Alison Skidmore sarebbero arrivati a un sunto di gotica r’n’b futurista per gli anni ’10, magari ampliando ancora di più la strumentazione e insistendo maggiormente sul formato canzone. Stando almeno alla scelta del titolo, le premesse del disco avrebbero potuto esserci, ma il risultato è ben differente da quello che ci saremmo aspettati. Poco male, quello che ascoltiamo è la terza parte di una non dichiarata trilogia iniziata con Luxury Problems che sembra qui idealmente concludersi con lo stesso sfuggente mix di ritmi e melodia con il quale è partita, giocandosi ancora una volta un aperto e mai prevedibile scambio tra ralenti e solitudine/beatitudine vocale.

Transitorio dunque è l’intero spettro esplorativo affrontato da Stott finora, giocato tanto sull’imperturbabilità quando sull’affitto di cuori, macchine e polmoni affatto alieni, anzi, vicini e lontani a noi come gli angeli di Burial. In quest’ultimo capitolo il suo sguardo si è fatto più leggero, di quella leggerezza vuota ed androide, proprio come quello abbiamo ascoltato negli ultimi lavori di Oneohtrix Point Never. Suoi paiono i riferimenti ad un sound sintetico frictionless, giocato su vuote pennellate ai pad, intrigato dai synth più perfettini di metà Novanta. Suoi inoltre anche i break sul canale: note che si deformano in minimali variazioni di tono (Forgetten). Il resto è abitato da ciò che conosciamo: kick and clap accartocciati e rallentati, altri synth in zona Basic Channel (First Night), incursioni synth di marca 80s, ruvidezze grime, ambient e r’n’b primi 90s, ecc…

Ciò che ci piace da sempre di Stott è la sua capacità di assorbire osmoticamente ciò che gli sta attorno a livello di ritorni e freschezze elettroniche: se parliamo di nuovi stimoli trance, la sua risposta è On My Mind; se pensiamo al grime con la faccia sull’asfalto à la Mumdance, Selfish è ciò che ci risponde; se in giro c’è un rinnovato interesse per il cyber, ecco che un pezzo come Waiting For You può ricordare i romanzi di William Gibson; se certo r’n’b post-Janet Jackson è ancora terreno fertile per ragazze come Jessy Lanza, Butterfly s’inserisce in quel discorso senza fare una piega. Ogni disco di Stott, ferma restando la componente latatamente centrale della Skidmore, ha compiuto medesime mosse, e la più folgorante è sicuramente l’aver missato synth Art Of Noise (già amati da Lopatin e Ferraro) ai chiaroscuri vocali della Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins (e se vogliamo qualcosa di Björk). La traccia, cantata naturalmente dalla consueta musa, non a caso dà il nome al disco, ed è qui che si consuma, nei migliore dei modi, l’idea di quel gotico r’n’b futurista che avevamo preconizzato, una materia avvitata su spirali verso l’alto, al tempo fredda e calda, dolce e amara.

Too Many Voices potrebbe chiudere un cerchio attorno ad un insieme di umori mancuniani fatti musica per il suo autore, oppure porterebbe rappresentare il disco che Stott ci propone per il 2016 attingendo dai suoi basali fondamenti, dalle nuove traiettorie sopracitate, e portando il mix verso qualcosa che si apre sia alle superfici traslucide che a qualche tono di colore, lontano dunque dalla techno dub e dalla techno tinta house degli esordi. Preferiremmo che fosse la prima delle ipotesi a prevalere per il futuro, anche solo perché le carte sul tavolo grossomodo ora ci sono tutte e la prossima partita andrebbe giocata con un mazzo differente. Detto questo un disco vivo, generoso e tutt’altro che da sottovalutare.

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