Recensioni

7.5

La nostra prima news su Reflektor è datata 13 luglio 2013. L’ultima, quella con lo streaming integrale del disco, è del 25 ottobre 2013. In mezzo, la cronaca di un avvento annunciato, ovvero release date pubblicate sui social della band, installazioni in stile guerrilla marketing in giro per il mondo, siti internet di band fittizie, trailer, tracklist ufficiali, preview di brani singoli, streaming integrali di brani singoli, video interattivi, video canonici, concerti e comparsate televisive a nome The Reflektors e infine il disco, per un totale di tre mesi di martellamento continuo. La campagna di marketing che ha avuto per oggetto il nuovo album degli Arcade Fire è stata esemplare quanto invadente, forse anche più di quella dei Daft Punk di Random Access Memories. Un meccanismo che, oltre a far lievitare le attese fino a livelli inverosimili, ha indirettamente confermato che qualcosa di grosso stava per accadere.

Il quarto disco della band canadese non delude le attese ma è assai lontano dall’essere un’opera univoca e facile da catalogare. Mostra, invece, una notevole complessità di livelli figlia di stimoli diversissimi divenuti poi le mille rifrazioni di un suono che volutamente confonde, consapevolmente depista.

Durante il periodo di promozione dell’album si è molto parlato dell’infatuazione del gruppo per la rara haitiana (musica di origine africana legata alla tradizione voodoo, un esotismo che ha fruttato e non poco, in termini di passaparola mediatico) e di come Reflektor sarebbe dovuto essere un po’ un ritorno a casa per Régine Chassagne. Eppure il disco non sceglie la poliritmia o l’etnico come unico fil rouge e non ha velleità “sperimentali” in questo senso (per intenderci, non stiamo parlando di un Remain In Light); utilizza invece in maniera strategica tali elementi per arricchire un mood che rimane comunque facilmente riconoscibile e al cento per cento Arcade Fire. Nessun salto nel vuoto, insomma, tanto che se in brani come Awful Sound (Oh Eurydice) o Flashbulb Eyes il fattore ritmico tribale acquista una certa importanza, in Here Comes The Night Time è un elemento a scomparsa e nel singolo Reflektor poco più di una cornice.

Variabile James Murphy: la co-produzione artistica dell’LCD Soundsystem è fondamentale, ma Reflektor non è “il disco di James Murphy”. Se è vero che brani come Porno e Supersymmetry sono concessioni alla sua estetica e i bordoni di synth uniti ai riverberi delle chitarre testimoniano il lavoro del musicista, è vero anche che la sua funzione rimane quella di un catalizzatore, piuttosto che di un direttore d’orchestra: lavora sui particolari, non sovrintende a nulla, non si appropria di spazi a discapito dell’immaginario della band. Si rivela, però, quell’elemento imprevedibile utile a Butler e soci per evitare da un lato uno stallo nei suoni e dall’altro che il ricorso a certi “terzomondismi” ormai istituzionalizzati (dal post-punk inglese in poi) si trasformi in un vicolo cieco.

E allora cos’è, Reflektor? Un album come lo avrebbe voluto la Chassagne, che al Guardian dichiarava qualche tempo fa: il ruolo di Murphy è aiutarci a capire le potenzialità dance che potrebbe avere il disco? Probabilmente no, soprattutto se alla parola “dance” si dà una valenza ideologica connessa con la contemporaneità. Reflektor è anzi, nonostante una ballabilità generica in stile DFA, un disco paradossalmente conservatore e pieno di riferimenti storicizzati: i Rolling Stones disco-music di un brano come If I Was A Dancer (Dance Pt 2), a cui la title track sembra ispirarsi – al di là delle laccature anni Ottanta poste in superficie – per i riff dei fiati e persino per certi cambi di accordi nel refrain; il Lee “Scratch” Perry via Clash omaggiato dal dub di una Flashbulb Eyes che riesce a imprimere il marchio di fabbrica del gruppo a un genere così lontano dal suo immaginario; una It’s Never Over (Oh Orpheus) che nonostante il “friggere” dei synth, cita Prince col suo electro-funk solido e tiratissimo; i Blondie suggeriti da alcuni dettagli ritmici di Joan Of Arc; i Cure annusati nei fraseggi di Here Comes The Night Time; una Awful Sound (Oh Eurydice) che parte da un beat poliritmico per poi trasformarsi in qualcosa che ha a che fare con i Beatles, crescendo strumentale compreso (leggi alla voce Hey Jude e A Day In The Life).

Che tutto sia da ricondurre, allora, al mito di Orfeo e Euridice che campeggia in copertina grazie alla scultura di Auguste Rodin e che viene riletto da quel Black Orpheus (film di Marcel Camus del 1959) allegato allo streaming integrale del disco? Nemmeno, perché nonostante alcuni brani dichiarino palesi riferimenti al concept, la maggior parte dei testi lavora solo per assonanze: si parla di relazionalità tra individui, di rapporti affettivi, di disillusione. Ennesimo tassello di un mosaico tutto da decifrare.

Più che un semplice “reflector”, dunque, il quarto disco degli Arcade Fire sembra una stanza degli specchi da cui è quasi impossibile uscire. Tutto in linea con le intenzioni di una band capace di dar vita a un’opera ambiziosa ed esteticamente potente, il cui primo obiettivo è certificare uno status raggiunto e il secondo preservare il gusto per la “scoperta” musicale. Il punto centrale del discorso rimane comunque una scrittura che forse manca dell’impatto e della coesione del precedente The Suburbs, ma guadagna in fascinazioni e sa ancora essere evocativa. Reflektor è un lavoro stracolmo di dettagli, che richiede uno sguardo attento a chi gli si avvicina; l’impegno profuso viene però ripagato da un luna park di suoni che, a parte rare eccezioni – Normal Person o You Already Know, ad esempio – mantiene molte delle promesse iniziali e, non ultimo, riesce a suonare “popular”.

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