• Set
    15
    2017

Album

Mexican Summer

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A distanza di tre anni da quel Pom pom che, per estro, co-writer coinvolto (Kim Fowley da lì a poco dipartito) e mettiamoci pure sfacciata (auto)promozione (dichiarò a Faster Louder che la Interscope voleva il suo aiuto per dare una mano nella scrittura del nuovo album di Madonna), può a buon titolo essere definito come uno dei vertici della seconda gioventù del Nostro (il suo White Album s’è detto), proprio come The Doldrums (per Reynolds addirittura il miglior disco dei 00s) ne rappresentò il picco nella precedente fase carbonara scaldata dagli Animal Collective, questa nuova avventura di Ariel Pink, al netto degli Haunted Graffiti, si presenta – ed è – più dentro che sopra righe. La premessa è buona, dato che il Rosemberg personaggio e il suo alter ego Rosa (ora shocking, vedi copertina blacksabbathiana), ci pareva avesse un po’ troppo tirato la corda sul lato della sua criptica misoginia, spremendo al massimo il limone di una prismatica triade, the beautiful, the strange and the weird, giusto per parafrasare sia Twin Peaks che il western italico amato da Tarantino.

E l’altro succoso antefatto della nuova prova è la dedica, a tal Bobby Jameson, ovvero quel Chris Lucey che a metà anni sessanta incise una sola hit, la spectoriana e in forte odor di Love Songs of Protest & Anti-Protest, che è anche la title track di un debut album dai crudi risvolti personali. Senza aver preso un centesimo per quel disco, il folkie bazzicò per un breve periodo il giro di Zappa, avviandosi in seguito verso una sfortunata carriera solista culminata in una presunta morte, smentita 35 anni dopo, e in un secondo decesso, questa volta vero, avvenuto un paio d’anni fa. L’omaggio di Ariel al compianto concittadino losangelino è interessante anche sulla carta, visto lo sfarzo arrangiativo di quell’esordio, da più parti paragonato a Forever Changes, che peraltro uscì due anni più tardi. Non di meno, come è tipico del Nostro, le strofe dell’iniziale Time To Meet Your God, non potrebbero essere più ciniche. Il pezzo vola sulle ali catramate di un Meat Loaf in versione space psych e recita «Time to meet your God / Time to meet the Lord, thy God / Time to face the grace of God / Time to get with God / Time to face the firing squad». Alla faccia del riposa in pace.

A sette anni di distanza da Before Today, disco che segnò il suo ingresso su 4AD, quest’album – che esce invece per Mexican Summer – non conserva sorprese per il conoscitore dell’opera anche parziale del Nostro, ma la traiettoria Jameson si rivela un’ottima scusa per apparecchiare attorno al disco una più o meno circoscritta costellazione di suggestioni, l’ennesima favola rovesciata dell’Hollywood dream. Ancora una volta la metafora comoda – con variante – che ci viene buona per descrivere ciò che fa Ariel è quella del genietto addormentatosi negli 80s davanti alla TV con il poltergeist di turno a friggergli i neuroni. La differenza, rispetto al collagismo di Pom Pom, è che se da un brano e l’altro comunque non sai che genere o stile ti verrà propinato, almeno all’interno di ognuno di loro le cose procedono “regolarmente”, con una produzione stroboscopica senza debordo, abbondanti tastiere sintetiche dai colori acidi (ma compatti) e un lussuoso psych folk, scritto con intuito e semplicità, che spunta qui e lì come un fungo e richiama – anzi ricostruisce e ricontestualizza – lo stile del dipartito, assimilando e facendo propri i suoi rimpianti: il non essere (mai) diventato una star e l’aver cercato una vita, in solitudine, di capirne il motivo.

Gemme in tracklist non ne mancano, e non è forse errato vedere questo come il disco glam che Ariel Pink ha sempre tentato di fare (basterebbe una Bubblegum Dreams per pontificare ma sarebbe comunque riduttivo). Tanta la carne al fuoco, anche questa volta, e così i rimandi, armonizzati e amalgamati eppure in proverbiale cortocircuito tra AM e FM: c’è il pezzo à la Zappa altezza Uncle Meat meets Doors (la title track), c’è la citazione sfacciata ma ben incastonata di Radio Killed The Radio Star (Time To Live) dei Buggles e una bella crooning ballad ariosa e pop fatta e finita (Feels Like Heaven). Sono queste alcune delle belle canzoni scritte da colui che aveva sbandierato la capacità di scriverne di solide dicendosi umilmente – ma era solo un gioco coi media – responsabile per questo “ritorno ai valori nel music biz”. Facendo la quadra, è l’ennesimo, incontenibile spettacolo messo in piedi da uno che, a sua volta, potrebbe fingersi – o venir spacciato per – morto e non tornare più per 35 anni. Godiamone finché c’è. Bene prezioso.

15 Settembre 2017
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