• mag
    19
    2016

Album

Warp Records

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Dopo averci colto di sorpresa nel 2013 con il più che buono Exai – le cui iniziali a qualcuno avranno ricordato EXperiments on Artificial Intelligence, in onore della storica compilation Warp che mappò e lanciò per prima un movimento britannico che successivamente rivoluzionò l’elettronica negli anni a venire fino ad influenzare una nuova generazione di producer, da Arca a Lotic passando per Holly Herndon – gli Autechre continuano sulla parallasse di un sound al solito imprendibile e aspergeriano, ma rinnovato in termini di processo e ricchezza timbrica. Una diretta conseguenza delle manipolazioni live su macchine autocostruite con le quali i due producer sembrano aver ritrovato la vena più “anti-ritmica” e radicale. Anche in questo nuovo lavoro, Rob Brown e Sean Booth raddoppiando i tempi rispetto al precedente (cinque EP con 11 tracce sopra i 10 minuti di durata e tre sopra i venti), sembrano rinascere dai propri algoritmi post-umani passando dalla porta di un mondo ancora una volta giocato tra schegge di luce e circuito, con punte di impenetrabilità assolute, dunque plasmando nuovamente e fisicamente un sibilante spazio noisey sganciato dalla statica audiofilia, ma anche dalle matematiche xenakisiane e dalle musiche autogenerative del passato. Un mondo a parte, dunque, sia rispetto ad un comodo e sterile sound design, sia nei confronti del famigerato “ritorno all’umano” di Quaristice.

Del resto, nelle nuove composizioni non accade nulla se non quello che abbiamo già imparato ad apprezzare – o anche semplicemente rispettare – nella produzione più electro-frizionata dei Nostri, dalla manipolazione dei campioni e degli stessi loop in presa diretta dell’amato/odiato Confield alla magmatica materia di Draft 7.30; in pratica, se vogliamo continuare con le metafore, gli Autechre riprendono in mano la loro materia preferita tra grattugie electro in assenza di gravità, robo funk cubisti, scarti industriali in insalatiera e, in sostanza, un free jazz slegato dagli appigli tropicalisti e dal ricordo di Eno del citato Confield (che rispetto all’EP2 in confronto sembra pop…), per un sound fatto con macchine il cui hardware conserva semmai, da qualche parte, le circuiterie tedesche, il residuo ronzante e la cosmica delle Kraftwerk e dei Klaus Schulze dei Settanta (la conclusiva Oneum). Ciò che affascina e tiene ancora vivo l’interesse per il duo fin dalle tracce che hanno anticipato il lavoro – i Nostri hanno scelto due programmi radiofonici, uno trasmesso dall’Alaska, per far ascoltare altrettante composizioni che l’etichetta Warp aveva preannunciato qualche ora prima via Twitter – è il quasi tangibile gusto nel suonarle che non produce il solito aut aut nei confronti del mondo, delle mode, delle culture, delle etnie, del DNA umano stesso, ma qualcosa di più di quello.

Liberi di spaziare in durata e metodo, lungo le oltre quattro ore e passa di musica, tra incomprensibili rotture quantiche e calme piatte, e un primordiale “a picco” macchinico, c’è ancora qualcosa che potremmo definire radicalmente alieno, ottenuto senza ripercorrere strade già abbondantemente bazzicate come, ad esempio, l’epilessia per elettrocardiogrammi di un Gantz Graf. Verrebbe da bandire chiunque descriva questa musica aggrappandosi ancora a paralleli mainstream come lo spazio siderale di 2001 Odissea Nello Spazio, perché arrivati a questo punto è l’intero spettro dei nostri strumenti cognitivi e culturali a sembrare limitante. In pratica quell’altro q pare prodotto da circuiterie senzienti a cui non frega nulla dell’uomo, per citare Valerio Mattioli e i teorici della Object Oriented Ontology, ma ciò non toglie che “quaggiù” ci sia ancora spazio per fantasticare, soprattutto ascoltando le tracce più lunghe. Metti un: verifiche incrociate di dati tra androidi che studiano le Xerox partendo dalla discografia di Raster Noton o l’aggiunta di nuovi capitoli alla saga di Gibson oltre ogni faciloneria cyber.

Da un punto di vista altro ancora, è innegabile come il portato hip hop, come anche l’estetica post-techno che caratterizza da sempre tutto il comparto di produttori Warp che va dai più melodici Plaid ai Super8 sonori dei Boards Of Canada, sia ancora vivo da qualche parte e, proprio come l’architrave krauto sopracitato, concorra a un più generale discorso di implosione al ralenti, oltre l’umano (e qui la citazione è allo Zingales di Techno), che da sempre caratterizza il marchio AE. Qualcosa che magari non vogliamo vedere e sentire coprendoci occhi e orecchie con un braccio, ma che sbirciamo voyeuristi tra le pieghe della maglia per farne esperienza, come testimoni coscienti che la fine è già arrivata, o che anche ciò che abbiamo creato (le macchine) è diventato non conoscibile tanto quanto (lo è sempre stato) il mondo che ci circonda. Se abbiamo tirato spesso in ballo gli Autechre ultimamente per via del dettaglio concreto e dell’organica sovrapposizione di sample/tape industriali e belligeranti, vedi in particolare M.E.S.H e Rabit, è vero però che la differenza fondamentale tra questi ultimi e il duo di Rochdale è che per i Nostri non hanno mai avuto importanza né la politica né le questioni legate al sesso o alle razze. È il suono a bastare e bastarsi, e ciò che abbiamo ascoltato in questi 5 EP è tanto difficile da metabolizzare quanto ancor più difficile da dimenticare. Per un duo che sembrava aver già sperimentato e detto tutto, non solo è un risultato sorprendente, ma è anche l’evidenza che spazza via tutto ciò che gli si pari davanti.

31 maggio 2016
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