• Set
    06
    2019

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AWAL Recordings

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Ricordate la Natasha Khan – alias Bat For Lashes – drammatica e concettuale di The Bride, la sua precedente prova in studio risalente a tre anni fa e con protagonista la “sposa” il cui promesso consorte moriva proprio nel giorno del matrimonio? Beh, scordatevela. La vedova mancata per un soffio – visto che il suo enorme e anonimo dolore restava privo perfino di un riconoscimento nominale – quasi a voler esorcizzare l’evento ed elaborare il lutto fuggendo dalle grinfie della scontentezza, s’è data al ballo e all’evasione targata anni ’80, come a volersi rifugiare nel passato più remoto e felice per non pensare a quello più prossimo e nefasto.

Ma è un tuffo in se stessa, negli anfratti del suo Io, alla ricerca di una dark side che, se sviscerata, potrebbe avere un che di terapeutico. Una fuga dalla realtà, sulle ali di una danceability emancipatrice, dettata anche dal trasferimento dell’artista britannica nella terra della finzione per antonomasia, quella Los Angeles con in pancia Hollywood che da sempre solletica l’immaginario di una musicista dal piglio cinematico acuminato come una scimitarra. Ovviamente, come al luna park, dove tutti noi da bambini avevamo le nostre giostrine preferite, anche Bat For Lashes ha la “sua” Hollywood del cuore, e per darvi un’idea di dove quel cuore batta basti ricordare che sulla copertina di un suo singolo di qualche anno fa (Daniel) la Nostra figurava di schiena su una spiaggia con in bella vista un grosso tatuaggio del volto di Ralph Macchio/Daniel LaRusso.

Probabilmente, mai come in questo nuovo lavoro, la “80sness” della Khan emerge in modo così netto e prepotente. Lost Girls è affollato di rimandi ai film – e relative colonne sonore – per ragazzi del cosiddetto decennio edonista – da ET ai Goonies, a Karate Kid, tanto per intenderci. Ma c’è di più. L’intenzione iniziale della quasi quarantenne londinese era quella di scrivere la sceneggiatura di una pellicola, una sorta di vampire movie sulla falsariga di Ragazzi perduti o Miriam si sveglia a mezzanotte incentrato sulle gesta di una gang di apparentemente cattive ragazze (le “lost girls” del titolo, appunto) che in realtà erano delle streghe buone con la missione di portare il bene nel mondo. Ben presto, però, Khan s’è accorta che la sua natura di compositrice non poteva essere nascosta in fondo alla cesta dei panni sporchi: di pari passo allo script, stava concependo anche la colonna sonora del suddetto progetto; e immancabilmente, gli spunti musicali le venivano in testa a ritmo molto più elevato. Anzi, a dirla tutta, erano le idee musicali a determinare la sceneggiatura, e non viceversa. Così, la soundtrack ha finito per “mangiarsi” il film e lei per abbandonare i suoi aneliti da sceneggiatrice.

Ok, ma la musica è valida? Partiamo intanto col dire che nessuno, tra i 10 nuovi brani in questione, possiede i crismi della grande canzone destinata a restare negli annali. La qual cosa, se vogliamo, potrebbe essere “rimproverata” a Bat For Lashes lungo l’intera carriera. Tuttavia, nell’inflazionatissimo marasma di sonorità anni ’80 – tra synth, tastiere e gated reverb à gogo – che ci è toccato sorbirci negli ultimi anni, lei ha risposto non rifuggendo tali richiami ma raccogliendo la sfida e urlando più forte degli altri. E così suonano appropriati gli echi di Madonna e Kate Bush che affollano la bella Desert Rain, forse l’episodio migliore del lotto, che potremmo definire come una Time After Time di Cindy Lauper avvinghiata a una Take My Breath Away dei Berlin. Anche Feel For You, con pochi e – in fondo – prevedibili ingredienti (tra cui le classiche stilettate chitarristiche funky à la Prince, INXS e il Bowie di Let’s Dance) rievoca alla perfezione le atmosfere di uno slasher o di una commediola sentimentale con Molly Ringwald. Così come il sax noir e assassino di Vampires si mescola alle atmosfere increspate dei Cure di Disintegration, per un mood tutto sommato non così distante da quello di un film come Rusty il selvaggio, e So Good passa con estrema disinvoltura dalle frequenze pulsanti di una Radio Ga Ga alla robotica sfrontatezza dei Depeche Mode berlinesi altezza People Are People e Shake The Disease.

La brava Natasha con questo suo nuovo disco ci dà modo di parlare in termini una volta tanto non dispregiativi dell’ennesimo revival 80s; il che è una notizia, visti gli esiti tragicomici di qualche tentativo azzardato di recente (chi ha detto Muse?). Chissà se uscirà mai il film che aveva in mente all’inizio, magari un giorno il suo nome figurerà davvero tra i crediti di qualche pellicola. Speriamo solo che – nel caso – ciò non la porti ad abbandonare la carriera musicale: al di là di tutto, sarebbe un peccato.

11 Settembre 2019
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