• Feb
    08
    2019

Album

We Were Never Being Boring Collective

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“Vuoi vedere che quest’anno…” è la prima cosa che ho pensato dopo i primi minuti del nuovo disco dei Be Forest. Erano i primi giorni del 2019 e a breve avrei avvalorato quell’impressione con gli ascolti degli album di Toro Y MoiJames Blake Foals. Sembrerebbe proprio così e il trio nostrano si candida prepotentemente a rendere memorabile il suo decimo anno di attività. Knocturne è per certi versi una sfida, una sterzata che si allontana dai colori di Earthbeat e abbraccia a tutto tondo un maelström emotivo che si traduce in suoni cupi e potenti. Il centro di questo vortice rimane la mescola di shoegaze e post punk, ma questa volta l’apporto di Josh Bonati (già al lavoro con David Lynch, Mac DeMarco e Zola Jesus) al master ha certamente contribuito a rendere le atmosfere del trio pesarese più oniriche e inquiete allo stesso tempo.

Non mi aspettavo un album così, non credevo che i Be Forest si lasciassero cadere in un abisso in cui non c’è spazio per la luce. Sì, perché Knocturne è ipnotico e allo stesso tempo incredibilmente irresistibile. Come ogni opera d’arte di un certo spessore, anche tutta la parte para-musicale è coerente col suono: i testi, così intimi e cantati con la solita delicatezza contrastante, danno corpo a incubi e riflessioni personali, mentre la copertina, in rigoroso bianco e nero, immortala un sipario che sta per aprirsi. Oltre i drappi il buio totale. Un’oscurità che entra in sala attraverso lo strumentale Atto I e ti avvolge con Empty Space, ponte tra il presente e il passato sonoro del gruppo la cui parte oscura – Gemini – fa leva su un ritmo incalzante e ammaliante.

Altre sensazioni che scaturiscono dal tribalismo lisergico di Knocturne è la claustrofobia di brani come Fragment o la vorticosa circolarità di Bengala e Sigfrido. Tutto suona tremendamente tetro e seducente, come un quadro del Caravaggio o un film di Murnau. Infatti, i Be Forest sono sempre stati profondamente cinematografici, sin dai tempi di Cold, che ha fatto capire senza mezzi termini la qualità della band. Un trio atipico e unico nel panorama indie nostrano che continua a mietere vittime in terra straniera. Il terzo album della band quadra il cerchio e, facendo perno sull’eleganza, mette in chiaro una volta per tutte la stoffa di Costanza, Erica e Nicola. Il colpo notturno che sferrano all’ascoltatore colpisce allo stesso tempo il cuore e il cervello, perché la loro musica è concettuale ma accessibile, ricercata eppure immediata.

Knocturne è il momento in cui lo spettacolo è finito, il sipario si chiude e tocca fare i conti con se stessi. Lontani dalle luci, dalle finzioni del palco e tremendamente vicini all’abisso che assume sempre più le sembianze dei nostri stessi volti. O, se preferite: «I’m waiting myself hidden somewhere in my heart».

5 Febbraio 2019
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