Recensioni

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Beatrice Antolini è una figura nota nel panorama alternativo italiano e non solo. A parlare per lei non sono soltanto gli album e gli EP (cinque) sfornati, tra cui il secondo A due pubblicato nel 2008 anche in Inghilterra, ma anche un ricco curriculum di collaborazioni, compresa quella che l’ha vista imbracciare la chitarra in un progetto di Ben Frost. A cinque anni di distanza dall’ultima prova lunga, Vivid, accolto con non eccessiva positività sulle nostre pagine, la polistrumentista torna carica di idee, spunti e personalità. L’AB in uscita su La Tempesta è un concept che riflette – in press release si parla di analisi, più che di critica – sull’evolversi delle dinamiche umane in un presente dominato dai social network, dalla costruzione di identità parallele, dall’overload informativo («Questi tempi confusi sbriciolano le mie emozioni» – si ascolta nell’iniziale Insilence). E la Nostra affronta un argomento urgente e vivo, sì, ma di cui si è anche abusato in ambito musicale, tramite un interessante accostamento di introspezione metaforica e sguardo universale: Second Life è più una riflessione su una possibile, diversa, esistenza che la cruda raffigurazione della nostra identità virtuale costruita sui social network, uno spazio mentale che più che portarci ad interagire con gli altri, ci rende soli e insoddisfatti («Ancorata ad una luna stanca / mi dimentico di essere, mi dimentico di esistere / il silenzio è insopportabile»).

A un ottima forma in sede di scrittura, la Antolini, che anche qui suona da sola tutti gli strumenti, aggiunge una vivace dinamicità nelle scelte sonore e nell’uso della voce. Le corde vocali si spostano abilmente da timbri più rock a sfumature soffici e R&B, come avviene sia in Summa – dalle sonorità neo-soul – che nella sopraccitata Second Life, una ballad dai ritmi elettronici che evolve in densi ambienti wave. Anche gli arrangiamenti si fondano su un mix tra tradizione e contemporaneità che non perde coerenza perché compattato da un mood riflessivo come energico e pungente: nella scaletta, appunto dinamica e versatile, si passa da sonorità punk-girlie a là Savages (Until I Become riprende temi e suoni del precedente album) a un dissacrante cabaret/new-wave (What You Want), fino a un approccio ibrido e post-moderno dove i riferimenti possono riportarci dalle parti dell’art-pop sperimentale di una St. Vincent. Beautiful Nothing, intima confessione orchestrale, chiude il lavoro e il percorso concettuale, con una considerazione pregna di nichilismo e cinismo: «Dammi il niente, parlami di niente, bellissimo niente». Ma, invece, il lavoro della Antolini è tutt’altro: ricco, pieno, carico. Di spunti, di sentimento.

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