• Ott
    13
    2017

Album

Capitol

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A casa Beck sono tornati a volteggiare gli avvoltoi di mezzanotte. No, per carità non è un sinistro presagio, il fatto è che Midnite Vultures con la sua escursione in territori dance e r&b è il primo termine di paragone che viene naturale all’ascolto di questa nuova fatica, Colors. Fatica perché è un album frutto di una lunga gestazione in studio con tanto di date di uscita posticipate, nonostante scorra liscio all’ascolto come pochi altri LP del Nostro. Verosimilmente è la sua creatura più pop, non perché i suoi album storici non lo fossero, o anzi non sublimassero una certa idea onnivora e tritatutto di popular music, ma perché è proprio la forma pop, canzone e strofa-ritornello (più orecchiabili possibile) a uscire vincente da questo brainstorming con Greg Kurstin fatto di improvvisazioni e sperimentazioni. E a uscirne in forma di canzoni tanto immediate quanto memorabili (letteralmente: si imprimono nella memoria più o meno al primo ascolto, quasi quasi prima ancora di terminare).

Oltre che di “facilità” delle strutture, è proprio una questione di qualità. Di know-how, perché il groove e il “tiro” di certo funky elettronico che non dispiacerebbe ai francesi mascherati (la title-track, Up All Night), le nuance soul-pop di Seventh Heaven (Prince che incontra i New Order), la scioltezza di Up All Night, sorta di nuova Beercan, le skippate tra rock e hip-hop di I’m so Free, il coté grebo-beatlesiano di Dear Life, i refrain-killer (vedi No Distraction) o i ganci da tipica dance song che intrecciano dettagli creativi sempre bizzarri, solo un po’ più sottotraccia che in altri dischi (saranno davvero dei flauti di Pan quelli di Colors o è qualche diavoleria sintetica?)… suonano buoni qui (cervello) e anche qui (gambe e tutte le parti che è possibile muovere a ritmo. Free your mind… dicevano una volta i Funkadelic…). Specialità di sua beckitudine, ma che non entrano semplicemente schiacciando il pilota automatico.

Pezzi brillanti e molto inclini alla mass seduction (sarà un caso se Colors esce lo stesso giorno dell’altro attesissimo disco di St. Vincent con cui condivide una certa strategia mediatica, forse non così aggressiva, e l’immaginario plasticoso, arty e kitsch) o alla musica per le masse, se da vecchi quali in fondo siamo ci viene più da parafrasare i Depeche Mode (prevediamo un certo impatto sul dancefloor). Perché hanno tutto quello che ci si aspetterebbe da un disco dance-POP (POP al quadrato e scritto a lettere maiuscole).

Il Beck strano-strano o quello lo-fi bisogna forse aspettarlo per la prossima volta. Ragionando in termini di colore, visto che si è in tema, è questo l’album complementare di Morning Phase. Tanto quello era acustico, quanto questo elettronico, quello guardava ai Sixties (o ai primi Seventies) e questo a degli Eighties rimodernati. Come al solito Beck è il Paganini che non ripete, mai due dischi uguali, e continua a saltabeccare (saltabeckare ah ah ah) e piroettare da un abito sonoro all’altro, da un’idea di stile all’altra, anche se qualcosa naturalmente si porta dietro in tutte queste acrobazie (l’intelligenza più ancora del mestiere). Prevedibile, e non scontato. Chapeau pure stavolta.

13 Ottobre 2017
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