Recensioni

A distanza di un paio di mesi da quell’EP – Threshold Of Faith – che per durata (quasi mezzora) e intenti (la “invisibile” collaborazione con Steve Albini che si traduceva – paradossalmente – in un sound esteticamente ultra digitale) sembrava esaurire la missiva 2017 di un rinnovato Ben Frost che, staccatosi da un discorso prettamente noise nel solco di Tim Hecker e prima Fennesz, abbracciava alcune delle istanze ed estetiche del giro Hi-tech nella sue accezioni cyber, Carpenter, Cronenberg e scorie di grime annesse e connesse all’Antropocene, arriva quest’album fatto e finito, tratto dalle medesime session estive della durata di una decina di ore, che poco aggiungono al discorso precedentemente intrapreso.
Differentemente (o coerentemente?) dall’EP (che non ne faceva menzione), Frost parla del lavoro come di un «esercizio basato sulla ristrettezza di mezzi e sulla saturazione cromatica… …un tentativo di tradurre in musica uno spettro di vividi cromatismi ultramarine», in altre parole, un disco sull’imperscrutabile e magnetico blu oltremare. Ascoltando le nuove composizioni (al netto di quelle già sentite nella precedente uscita) la sensazione è che avrebbe potuto spacciarcele come una planata sugli anelli di saturno o un commento su un mondo post-Skynet prossimo venturo, e gli avremmo creduto sulla parola. Il discorso, filo-Janus, Lotic (che non a caso nell’ep curava una delle due versioni di All that you Love will be Eviscerated – traccia presente anche qui), J. G. Biberkopf e compagnia ecologica è un coerente aggiornamento della power ambient che abbiamo ascoltato nell’ambizioso Aurora; la differenza sta però proprio nella struttura delle composizioni: lì verticali, ascensionali e sanguinosamente emozionali (con flirt persino con la trance del dancefloor), qui orizzontali e a zero presenza umana, dove una “geologica” dimensione narrativa arriva quasi sempre a stemperare i tumulti dell’amplificazione e della saturazione sintetica. Così dopo un inizio frontale che sembra introdurre un disco dai contrasti e compressioni di suono potenti, ritroviamo trame più pacate e un approccio documentaristico con veramente poco da aggiungere, se non che queste architetture soniche più che mai sembrano aver bisogno di immagini per potersi allargare veramente ai sensi e al godimento dell’esperienza complessiva.
Sicuramente Frost paga il pegno di arrivare dopo un triennio di pubblicazioni concettuali di questo tipo (vedi le soluzioni post-grime siderali di Sharp Blow Passing) e di non arrivarci con quello scarto che da uno della sua fama e nomea ci saremmo aspettati. Rispetto ad un Aurora, che osava e sfidava l’ascoltatore, The Centre Cannot Hold all’opposto rimane lì, a metà del guado.
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